Il voto è l'ennesima prova

Perché gli italiani hanno votato No: così il Paese ha bocciato il metodo Meloni

Oltre che il merito della riforma, gli italiani hanno punito il metodo utilizzato dalla maggioranza, che ha sprezzantemente fatto a meno del dialogo con l’opposizione

Politica - di Salvatore Curreri

24 Marzo 2026 alle 12:30

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(AP Photo/Alessandra Tarantino


Associated Press. / LaPresse
(AP Photo/Alessandra Tarantino Associated Press. / LaPresse

Con il merito della riforma – e forse ancor prima di esso – ad uscire sconfitto dal referendum è il metodo con cui essa è stata approvata. È questo il principale messaggio che gli italiani hanno voluto dare ieri. Ed è davvero incredibile come i sondaggisti abbiano agganciato le maggiori probabilità di successo della riforma all’aumento dei votanti, quando era del tutto chiaro che gli elettori, storditi da una pessima campagna elettorale, sarebbero andate maggiormente a votare per esprimere soprattutto la contrarietà al modo con cui tale riforma è stata approvata in Parlamento.

Non perché – come pure si è sostenuto – la Costituzione sia un intoccabile testo sacro (dal 1948 ad oggi è stata modificata 22 volte!) ma perché, per sua natura, le sue modifiche devono essere il frutto innanzi tutto di un confronto nel merito tra maggioranza ed opposizione. Il che è esattamente quel che è mancato in Parlamento, per responsabilità di entrambi gli schieramenti. Da un lato, una maggioranza che ha peccato di tracotanza, sentendosi così autosufficiente e nel giusto da rifiutare sprezzantemente ogni tentativo di dialogo, convinta che il referendum si sarebbe risolto in un plebiscito a suo favore; dall’altro un’opposizione che, rinnegando le sue radici riformiste dalle quali era nata innanzi tutto nel suo seno l’esigenza della separazione delle carriere, ha trasformato tale tema in una battaglia tutta politica contro il Governo.

Ci sarebbero stati quindi tutti i presupposti politici perché tale riforma fosse approvata con la maggioranza dei due terzi, senza andare a referendum. Invece, dall’assenza di confronto è scaturito un testo eccessivamente tecnico (si vedano in tal senso le schede bianche e nulle), in cui le ragioni del SÌ e del NO avevano entrambe fondati argomenti a favore (quante volte, alla fine dei dibattiti cui ho partecipato, ho sentito dire da elettori indecisi che avevano condiviso gli argomenti di entrambi gli schieramenti!), dinanzi al quale gli elettori, magari impauriti da scenari apocalittici, hanno preferito per precauzione non modificare la Costituzione. Si è detto, anche autorevolmente, che da questo referendum la Costituzione sarebbe uscita comunque indebolita, addirittura lacerata perché, alla luce del risultato di ieri, al 54% che non ha voluto modificarla si contrappone un 46% che invece avrebbe voluto riformarla e che dunque non si riconosce più nel testo oggi rimasto invariato. È un’obiezione che prova troppo perché, se così fosse, dovremmo concludere che i costituenti avrebbero fatto meglio a non prevedere il referendum costituzionale, per sua natura divisivo, obbligando piuttosto ad approvare le riforme costituzionali con la maggioranza dei due terzi.

È pur vero però – è la pessima campagna referendaria lo dimostra, in cui sostenitori anche autorevoli del SÌ e del NO hanno fatto a gara a chi la sparava più grossa – che quella saggezza popolare in cui i costituenti confidavano, grazie anche all’obbligo scolastico, è messa a dura prova dall’inquinamento dei social network. Per questo, di fronte ad uno scenario che indurrebbe a temere soprattutto in prospettiva futura campagna elettorali sempre più radicalizzate e polarizzate, senza alcuna attenzione nel merito dei problemi, preferiamo credere che il messaggio che gli italiani hanno voluto ieri lanciare dalle urne sia che la Costituzione è troppo importante per essere cambiata a colpi di maggioranza anziché a seguito di un ampio accordo tra le forze politiche costrette a parlarsi. È un memento, dunque, per le prossime riforme: costituzionali ed elettorali. Un messaggio assolutamente condivisibile, espressione di quella antica saggezza popolare di cui le forze politiche farebbero bene a tenere conto nell’affrontare le prossime riforme di cui il nostro sistema comunque ha bisogno.

24 Marzo 2026

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