L'addio al "Senatur"

Manette e populismo, Bossi e quel consenso ridotto a odio

Adesso il Senatur non c’è più. Forse sarebbe il caso di fermarsi e riflettere su questo percorso verso il degrado della vita pubblica, di cui fu promotore

Editoriali - di Vincenzo Scalia

22 Marzo 2026 alle 14:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Quando, nelle elezioni del 1987, Umberto Bossi venne eletto senatore dell’allora Lega Lombarda, i giornali riportarono la notizia alla stregua di una nota di colore. Come se si trattasse di una guasconata proveniente dalla regione più popolosa e più ricca d’Italia. Invece era da qualche anno che, forte anche della questione mafiosa, al Nord si diffondeva un antimeridionalismo insidioso, assecondato anche dagli intellettuali liberaldemocratici, come Giorgio Bocca.

Non ci volle molto alla Lega per mostrare la sua faccia. Nelle metropoli del vecchio triangolo industriale, stremate dalle sconfitte operaie degli anni Settanta, sfibrate dalla ristrutturazione socio-produttiva, cominciarono a sorgere i comitati civici. Che posero alla ribalta pubblica la questione della sicurezza. Migranti, rom, sex workers nigeriane e brasiliani, cominciarono ad essere additati come il sintomo del degrado sociale e civile. La vecchia classe politica, convinta di durare a lungo, prigioniera di vecchie categorie politiche, non seppe rispondere al malessere delle periferie. Il Senatur, invece, fu pronto a dare sponda ai comitati civici, e a riempire il vuoto progettuale lasciato dai vecchi partiti a colpi di legge ed ordine, razzismo, sessismo, antimeridionalismo, sbandierati come i veri valori della classe operaia. Qualcosa di simile all’operazione portata avanti da Trump negli Usa qualche decennio dopo.

Tangentopoli rappresentò un punto di svolta, un momento di catalizzazione del risentimento populista che animava la Lega, nel frattempo diventata “Nord”, e alle prese con l’elaborazione di una posticcia identità padana. L’azione repressiva dei giudici milanesi, gli avvisi di garanzia che piovevano a volte in serie, chiusero il cerchio. Il populismo securitario trovò la sponda nel giustizialismo, con Umberto Bossi e il suo partito a fungere, dapprima da megafono, poi, una volta giunti nella stanza dei bottoni, da terminale politico. La lega bossiana divenne un vero e proprio partito di lotta e di governo, i cui esponenti spruzzavano il DDT sulle sex workers, lanciavano molotov sui campi rom, spargevano letame dei luoghi destinati ad ospitare le moschee. Fino all’omicidio a sangue freddo di Younes Boussettaoui, ad opera di un ex assessore leghista, avvenuto nel 2021 a Voghera.

Nelle stanze dei bottoni, invece, gli esponenti leghisti, con Bossi in prima fila, si esponevano per abolire la giustizia minorile, promulgare leggi restrittive dell’immigrazione, istituire le ronde private, ampliare il diritto di legittima difesa per difendere una “roba” verghiana che la globalizzazione aveva messo in pericolo. Il tutto, condito dal marchio di forza popolare, che la canottiera, il linguaggio lutulento, i modi spicci di Umberto Bossi, incarnavano appieno. Adesso il Senatur non c’è più. Forse sarebbe il caso di fermarsi e riflettere su questo percorso verso il degrado della vita pubblica, di cui fu promotore. Anche le costole del movimento operaio, a volte, sono incrinate.

22 Marzo 2026

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