La morte del fondatore della Lega
Bossi, il razzista e misogino che voleva dividere l’Italia: celebrato come un padre della patria
Ieri giornali e Tv lo hanno esaltato. Dicono fosse un politico innovatore e intelligente. A me è sembrato semplicemente l’uomo che ha portato grettezza e volgarità nella politica italiana
Politica - di Piero Sansonetti
Ieri sui giornali ho letto cose meravigliose su Umberto Bossi, morto l’altra sera, a 84 anni, dopo un lunghissimo periodo di malattie. Stima e affetto, grandi riconoscimenti, da parte di amici e avversari. Gli sono stati tributati gli onori come se fosse un padre della patria e un grande uomo politico. Ho condiviso di questi elogi praticamente zero. Non riesco a trovare meriti nella biografia politica e umana di Bossi. E mi pare che anche i suoi aedi quando vanno al dunque non trovano molte sue imprese epiche da elencare, a parte il travaso delle ampolle dal fiume Po e le citazioni un po’ approssimative di Alberto da Giussano.
Riesco invece a ricordare alcune sue caratteristiche politiche e intellettuali che mi hanno sempre fatto orrore. Il razzismo, la misoginia, la volgarità usata come strumento ordinario di comunicazione e di incitamento delle folle. Non ho letto nei vari racconti pubblicati ieri sui giornali di quella sua abitudine di chiamare gli stranieri di pelle nera “bongo bongo”. Credo che, fino alla fine del secolo scorso, l’Italia fosse ancora un paese innocente. Il razzismo forse c’era, ma era invisibile. Dopo la Resistenza, dopo la fine dell’orrore fascista, nessuno, nel nostro paese, osava dichiararsi razzista o assumere atteggiamenti che vistosamente lo fossero. Lui arrivò a quella espressione infame, – bongo bongo invece di persona – degna del Ku Klux Klan, che forse, all’epoca, era fuori dal linguaggio persino delle destre estreme. Non mi pare che i fascisti del Msi, ma neppure quelli di Avanguardia nazionale, usassero questo linguaggio. Lui, con l’aria del goliarda irridente, del ribelle, di quello che era anticonformista e stava fuori dal coro, decise che una buona razione di razzismo estremo avrebbe fatto da concime alla crescita di un movimento e di un partito come il suo, di estrema destra, ma di una destra estrema e nuova. Appunto: da concime.
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Oggi una gran parte dell’opinione pubblica italiana è razzista. Ed è questa spinta emotiva quella che sorregge le politiche reazionarie del governo, in materia di immigrazione, che stanno provocando leggi reazionarie e centinaia e migliaia di morti nel Mediterraneo. Proprio di ieri è la notizia che in questo inizio di 2026, mentre il governo propaganda i suoi successi nella riduzione degli sbarchi, si è raggiunto il record di morti nel Mediterraneo centrale da 12 anni a questa parte. Sappiamo benissimo che negli ultimi 12 anni l’Italia è stata governata sia dalla destra che dalla sinistra, e che il numero dei morti ha oscillato ma si è tenuto sempre su cifre altissime. Chi dobbiamo ringraziare per le politiche di non accoglienza e di guerra alle Ong? Penso che in primo luogo dobbiamo ringraziare lui, il fondatore della Lega, che è stato il primo a dire: “fuori i negri”.
Bossi ha fatto irruzione nella politica italiana quando la politica italiana era già in declino. Ma era ancora una politica di qualità. Guidata da un ceto colto, appassionato, in parte venuto dalla lotta antifascista (rischiosa e per niente remunerativa) in parte dai primi anni della Repubblica, e dal conflitto sociale acutissimo che si era realizzato. La politica italiana si nutriva di interessi contrapposti, tra i ceti sociali (Gramsci parlava di partiti come nomenclatura delle classi) ma anche di teoria, di filosofia, di economia e di lotte ideali. Era sofisticata, complessa, aveva un rapporto strettissimo con il ceto intellettuale, l’accademia, l’arte, le professioni. Bossi fece irruzione in questo salotto gridando: “Io ce l’ho più duro di voi”, e trovò terreno fertile. Non c’era più Moro che parlava di “convergenze parallele”, non c’era più Berlinguer che proponeva il “compromesso storico”, c’erano ancora Craxi e De Mita ma a eliminarli dalla scena e ad aprire la prateria a Bossi ci pensò subito la magistratura che in una ventina di mesi liquidò la Prima repubblica.
Bossi ci mise poco a dilagare in quella prateria. Personalmente lo ricordo sul pratone di Pontida, in una di quelle sue cerimonie di massa che entusiasmavano la stampa. Credo che fosse il 1993. Lavoravo all’Unità e non mi occupavo di Lega. Il direttore, che era Walter Veltroni, mi chiese di andare a fare un pezzo da Pontida e ci andai con piacere. Ero curioso e non prevenuto. Ascoltai il comizio di Bossi. Idee zero, anche se i cronisti che lo seguivano notavano tanti segnali inviati al mondo politico. Poi a un certo punto Bossi alzò la voce e pronunciò questa frase: “Boniver, bonazza, attaccati a questo qui…” e mentre gridava queste parole nell’entusiasmo popolare teneva un braccio alzato e piegato, e roteava il pugno e con l’altra mano pigiava sul gomito del primo braccio, in quel movimento sommamente volgare che solitamente viene chiamato il gesto dell’ombrello.
Boniver era Margherita Boniver, dirigente socialista ed ex ministro, craxiana: una signora sui cinquanta, colta e intelligente. Scrissi di questo episodio, che mi aveva lasciato sgomento, nell’articolo che inviai a Roma, e Veltroni ci fece il titolo. Nessun altro giornale ne parlò. Ai miei colleghi sembrava una cosa normale. Bossi ormai aveva sfondato nell’establishment. Basta con le lezioni colte di De Mita o di Occhetto, più facile dire: “attaccati al cazzo”. Vabbè, forse sto esagerando. Torno a leggere gli altri giornali e ad ascoltare la Tv. Un genio, uno statista, l’uomo che capì il nuovo, il federalista, il cervello che inventò la questione settentrionale… Che devo dirvi? A me sembrava solo un razzista misogino che voleva dividere l’Italia in due: di qua il Nord da fare più ricco, di là il Sud da sfruttare. Altro che Alberto da Giussano.