La lezione dello scrittore

Non sarà il latino a salvare la scuola italiana

Ritorna l’insegnamento del latino, “opzionale” ma “curriculare”, a partire dal secondo anno della Scuola secondaria di I Grado. Una scelta che avrebbe stupito uno dei maggiori latinisti del Novecento...

Cultura - di Paolo Saggese

20 Marzo 2026 alle 19:30

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Foto Cecilia Fabiano /LaPresse
Foto Cecilia Fabiano /LaPresse

Come è noto, a seguito dell’emanazione del Decreto ministeriale 9 dicembre 2025, n. 221, con l’approvazione definitiva delle “Indicazioni nazionali” per l’Infanzia e per il I ciclo ritorna l’insegnamento del latino, “opzionale” ma “curriculare”, a partire dal secondo anno della Scuola secondaria di I Grado. Il latino, previsto dalla Legge 1859 del 1962, che istituiva finalmente la “scuola media unica”, fu abolito quindici anni dopo, con la Legge 438 del 16 giugno 1977.

Tale reintroduzione dell’insegnamento, oggi denominato LEL (Latino per l’educazione linguistica), avrebbe probabilmente stupito uno dei maggiori latinisti del Novecento, Antonio La Penna (1925-2024), che dedicò numerosi saggi al dibattito sulla lingua dei romani come disciplina di insegnamento nella “scuola media”, di recente riediti in Antonio La Penna, Filologia e studi classici in Italia tra Ottocento e Novecento, a cura di Stefano Grazzini e Giovanni Niccoli, Vol. III, Tradizione classica, memoria dell’antico e trasmissione del sapere, Della Porta Editori, Pisa, 2025.

Le ragioni che La Penna sostenne contro l’introduzione del latino nella scuola media negli anni ’60 sono valide tutt’oggi:
1. Occorre superare l’idea che la civiltà classica, ancor meno quella latina, sia una “civiltà universale” (come sostengono invece le Indicazioni nazionali 2025), portatrice di valori assoluti ed eterni, di conseguenza “superiori” a quelli di altre civiltà;
2. Occorre superare una visione angusta, eurocentrica della storia e della civiltà, anche alla luce dei notevoli influssi che le civiltà classiche hanno ricevuto da altre civiltà e dall’evoluzione continua anche del rapporto tra la cultura antica e le sue “declinazioni” moderne;
3. Occorre superare l’idea che il latino sia una lingua eminentemente “logica” e che educherebbe al ragionamento più e meglio di altre lingue o di altre discipline;
4. Occorre difendere il carattere unitario della scuola dell’obbligo, propria di una moderna democrazia, occorre evitare di correre il rischio di distinguere tra un’istruzione d’élite e una “inferiore”, che pregiudicherebbe o predeterminerebbe il prosieguo degli studi superiori e universitari per una parte delle alunne e degli alunni. Così avviene nel momento in cui si rende il latino “curriculare” e “opzionale”, ovvero a scelta delle famiglie (come stabilito dalle Nuove Indicazioni nazionali);
5. Occorre evitare di far accrescere il divario tra studenti appartenenti a famiglie con ESCS medio-alto e studenti appartenenti a classi sociali svantaggiate e che potrebbero aspirare “solo” a studi tecnici o professionali e non pensare di continuare con gli studi universitari. Questi ultimi probabilmente eviteranno di scegliere il latino come disciplina opzionale, avendo problemi già in italiano.

Inoltre, La Penna, come ha scritto anche in altre occasioni, riecheggiando una celebre pagina di Gaetano Salvemini, affermerebbe che non è il latino che salverà la scuola italiana, che la scuola ha ben altre e più gravi emergenze da affrontare. Le avrebbe elencate con pazienza, come fece nel suo libro Sulla scuola (Laterza, Roma – Bari, 1999). Egli individuava, ormai venticinque anni fa, undici cause principali della crisi della scuola (e della società): “la degradazione della condizione del docente: stipendi bassi, difficoltà economiche, netto calo del prestigio sociale” degli stessi (p. 103), che producono quotidiane insoddisfazioni, che si riverberano anche nell’impegno, nella riduzione del desiderio di mettersi in gioco, di sperimentare, di progettare, di lavorare insieme e guardare con fiducia al proprio impegno; “Seconda causa: L’indebolimento della preparazione scientifica dei docenti medi” (p. 105), secondo lo studioso dovuta alle conseguenze del ’68 e alla realizzazione di una “scuola facile” e perciò inutile; “la completa mancanza di preparazione didattica” (p. 106), che in effetti è una piaga della nostra scuola e che risale persino alla “riforma Gentile”; “la rottura del meccanismo di selezione dei docenti” (p. 108), con una diffusa precarizzazione del personale, che non favorisce continuità didattica e mortifica ulteriormente la professione docente; “il venir meno di quasi ogni collaborazione fra scuola media e università” (p. 109), la conseguente “rottura dei meccanismi di selezione degli studenti, sia universitari sia medi” (ibidem), “gli eccessi della lotta antiautoritaria e l’indebolimento dell’autorità del docente” (p. 112), “l’eccesso di burocrazia nella scuola” (p. 113), “l’affollamento delle classi” (ibidem), il problema delle cosiddette “classi pollaio”, “l’emarginazione dei docenti nei dibattiti sulla scuola” (p. 114), “la crisi morale del paese” (p. 115).

La società liberal-democratica, alla fine, imponendo i suoi valori, ha ridotto l’uomo all’individualismo, al consumismo, all’idolatria del denaro. In questo contesto, si potrebbe dire, la scuola, la cultura, non possono essere che in crisi. La scuola italiana ha anche altre emergenze, oltre a quelle elencate da La Penna. Il MIM dovrebbe, anche alla luce della riduzione degli alunni a causa dell’“inverno demografico”, al fine di migliorare l’offerta formativa, attuare 1. una riduzione del numero di alunni per classe (massimo 15 alunni); 2. una generalizzazione del Tempo pieno e del Tempo prolungato nella Primaria e nella Secondaria di I Grado, soprattutto nelle periferie degradate e al Sud; 3. l’innalzamento a diciotto anni dell’obbligo scolastico; 4. rendere obbligatoria la Scuola dell’Infanzia; 5. aumentare gli stipendi del personale ed eliminare il precariato, come già sosteneva La Penna; 6. attuare migliori strategie di recupero e potenziamento soprattutto a favore degli alunni appartenenti a classi sociali svantaggiate, con genitori disoccupati o poveri; 7. garantire effettive pari opportunità a tutti, attuando quanto previsto dall’art. 3, comma 2, della Costituzione; 8. il potenziamento della rete degli Asili-nido.

Queste dovrebbero essere le priorità, non il latino nella Scuola secondaria di I Grado. Se proprio deve essere insegnato il latino, dovrebbe allora essere insegnato a tutti. Almeno in Seconda classe obbligatorio, in Terza facoltativo (come prevedeva la Legge 1859 del 1962)! Sarebbe preferibile rispetto ad un ritorno ad una parziale distinzione tra scuola di élite – i primi tre anni del “vecchio” Ginnasio – e scuola “inferiore” – popolare, tecnica, professionale! Ma ripeto con il Antonio La Penna (Le forche latine, in Antonio La Penna, Filologia e studi classici in Italia tra Ottocento e Novecento, cit., p. 368) “non è il latino di per sé che sta uccidendo la nostra scuola, non è il latino che la salverà”.

* Storico della scuola

20 Marzo 2026

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