Parola al professore emerito
Intervista a Beppe Vacca: “Trump non può vincere la guerra, bombe sull’Iran per non restare sotto la bomba Epstein”
«È una guerra voluta da Israele, ma Trump ha assunto il ruolo da protagonista per uscire dalle crescenti difficoltà interne. Sta emergendo la straordinaria permeabilità degli apparati americani e un forte condizionamento esterno»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
La guerra come normalità ordinatrice del nuovo ordine internazionale. L’Unità ne discute con Beppe Vacca. Professore emerito di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bari, già direttore dell’Istituto Gramsci, Vacca è stato più volte parlamentare del Pci. Della sua enorme produzione saggistica, ricordiamo il suo ultimo libro: Astratti furori e senso della storia. Politica e cultura nella sinistra italiana 1945-1968 (Viella Editore).
Professor Vacca che guerra è quella scatenata in Medio Oriente da Netanyahu e Trump?
Ormai sono un grappolo di guerre che s’intrecciano e che vanno analizzate nel loro insieme ma anche singolarmente.
Partiamo dall’ultima in ordine di tempo: la guerra contro l’Iran. È una guerra voluta e trainata dagli israeliani, ma gli obiettivi sono diversi.
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- Scossone nell’amministrazione Trump, lascia il capo dell’antiterrorismo: “L’Iran non era una minaccia, pressioni da Israele”
Vale a dire?
Io credo che Trump abbia assunto il ruolo di attore principale della guerra all’Iran perché aveva estremamente bisogno di fronteggiare il caso Epstein. E qui ci sarebbe molto da dire…
L’ascoltiamo, professor Vacca.
Il caso Epstein è stato finora prevalentemente raccontato, soprattutto dai grandi media, come un caso di straordinaria corruzione, di aberrante pedofilia. In realtà, ragionando un po’ sul tipo di archivio di Epstein, beh, quello è l’archivio di una centrale spionistica.
E una centrale spionistica, come sempre, è in mano a chi non sta con una parte sola. Credo che ci fosse un rapporto significativo di Epstein sia con i servizi israeliani sia con quelli russi. Si spiega anche così tutto questo investimento mediatico nel racconto del caso Epstein come un caso di degenerazione, di corruzione e di deviazioni sessuali etc. Serve per distogliere l’attenzione da quest’altro aspetto, che è quello saliente, cioè che quella che sta venendo alla luce è la straordinaria permeabilità degli apparati americani e di un loro forte condizionamento esterno.
Si può immaginare che Trump, dopo il modo in cui è venuto fuori il caso Epstein, rimanesse sotto queste “bombe” in vista delle elezioni di midterm? Sicuramente no. Da questo punto di vista la guerra con l’Iran è uno strumento per togliersi dalle crescenti difficoltà di politica interna.
A proposito di difficoltà interne. “Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di dimettermi dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, con effetto immediato. In coscienza, non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana». Così su X Joe Kent, capo del centro per l’antiterrorismo americano.
Ho letto questo e mi pare molto attendibile. Sappiamo benissimo come si costruiscono le minacce di guerra. Che ci fosse l’imminenza di una dotazione della bomba atomica da parte dell’Iran e che questa fosse una minaccia da fronteggiare con una guerra di aggressione all’Iran, è una manipolazione. E lo è non solo perché non è provato che esistesse questa minaccia, ma per un discorso più ampio, strategico che meriterebbe di essere sviluppato.
Siamo qui per questo…
L’Iran è la principale potenza regionale di quella parte dell’Asia. È un grande Paese, non solo per popolazione e civiltà, ma anche per come ha saputo, in questo dopoguerra, liberarsi dal dominio americano. Ora, in base a quale principio, in virtù di quale autorità sovranazionale, si può pensare di delegittimare in eterno l’Iran dal diritto di avere anch’esso la bomba atomica? In una situazione in cui, a cominciare dai sostenitori delle nuove guerre, il nucleare è ormai perfettamente legittimato come garanzia di deterrenza. Io presumo che quando l’Iran avesse questa potenza nucleare che gli garantirebbe quello che gli spetta, cioè di essere la principale potenza regionale, sarebbe un elemento di ulteriore destabilizzazione ma non un pericolo. Diventa tale perché c’è una narrazione falsa che poi è il vero problema che abbiamo ereditato dal dopo la fine dell’Unione Sovietica….
Vale a dire?
Beh, che con la fine del bipolarismo e dell’Urss, saremmo entrati in un mondo unipolare nel quale ci sarebbe stata una sola grande potenza capace di garantire tutto e di garantirsi con una dottrina che ha come principale ideatore e artefice Zbigniew Brzezinski (che, dal 1977 al 1981, occupò il ruolo di consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente statunitense Jimmy Carter, ndr). Una dottrina che si sviluppò negli anni ’80, subito dopo la svolta neoconservatrice di Reagan e della Thatcher. A partire d’allora, si sviluppa la narrativa dell’Occidente per cui l’Unione Sovietica è l’impero del male, che i Paesi del mondo arabo sono in prevalenza degli Stati canaglia; s’inventa la categoria di terrorismo internazionale che nessuno è riuscito mai a fondare concettualmente, perché il terrorismo non è un soggetto, un attore, è una forma della lotta politica ed anche della guerra, ma non è un soggetto politico. A parte il fatto che ci sono ancora Stati che sostengono organizzazioni terroristiche, le quali, a loro volta, se hanno potenza e diffusione è perché non sono solo terroristiche. Si prenda il caso di Hamas in Palestina. Hamas è anche un’organizzazione politica fortemente radicata nella realtà palestinese; un movimento che utilizza anche strumenti terroristici quando ritiene di poterlo fare o di avene bisogno e di potersene servire. Persino Israele è nato con la sperimentazione del terrorismo per piegare le resistenze inglesi alla nascita dello Stato ebraico. Sulla base di questa narrazione, gli Stati Uniti erano condannati a sfociare, prima o poi, nel trumpismo.
Perché, professor Vacca?
Per una serie di ragioni. Anzitutto, perché devono sostenere uno straordinario complesso militare-industriale che deve garantire loro quello che strategicamente Brzezinski considera la condizione per mantenere il proprio primato, cioè mantenere sempre un distanziamento di potenza dagli avversari nel loro insieme e poi dal primo degli avversari, che consenta all’America di non cambiare i rapporti di forza a livello mondiale com’erano all’inizio degli anni Duemila. E questo significa il primato assoluto delle spese militari; l’ulteriore concentrazione del complesso militare-industriale nella ricerca scientifica; la primazia nelle tecnologie spaziali, nelle tecnologie belliche, in quelle nucleari. E significa anche, in un mondo che si è venuto sempre più articolando in maniera multipolare e multilaterale competitiva, difendere un unilateralismo che porta gli Stati Uniti in rotta di collisione con tutte le istituzioni e organismi sovranazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, che gli Usa hanno cominciato a smantellare già dalla prima guerra del Golfo. In questa situazione, gli Stati Uniti producono Trump, cioè qualcosa che non sta né in cielo né in terra dal punto di vista strategico, ma che diventa particolarmente pericoloso perché se non fanno guerre che fanno? Qual è l’ubi consistam di una grande presidenza quale vorrebbe essere quella di Trump, molto assertiva, ispirata all’America first che è il contrario del multilateralismo, del rafforzamento delle istituzioni sovranazionali; il contrario della ricerca di equilibri com’era nella tradizione precedente, quella kissingeriana, che contemplava certamente il primato americano ma anche la costruzione di progressive aree di equilibrio e di un ordine mondiale fondato su criteri di realismo politico e di equilibrio delle forze.
Da Trump a Netanyahu. La guerra all’Iran, l’invasione del Libano, il genocidio di Gaza, i crimini quotidiani commessi in Cisgiordania. Professor Vacca, fuori dal politically correct, si può parlare per Israele di terrorismo di Stato?
Anche di più. Ormai Israele è uno Stato organizzato militarmente e tecnicamente su un principio che è quello della costruzione della Grande Israele, che per quanto riguarda i popoli avversi, più o meno circostanti, prevede una sola soluzione…
Quale?
Lo sterminio di massa. Questo è. Come si risolve il problema dei palestinesi, visto che fin da quando è nato lo Stato d’Israele, ad essi non sia stata data una terra e una patria, e sono più o meno lo stesso numero di persone che oggi compongono lo Stato d’Israele? Si risolve ammazzandoli, o comunque annientandoli come popolo. Questa filosofia ha, come dire, un suo risvolto a suo modo “realistico”.
Quale sarebbe questo risvolto?
Israele ragiona certamente in prospettiva. E per sedimentarla, gli americani negli ultimi vent’anni hanno sostenuto Netanyahu, nella previsione che con quello che sta succedendo in Asia, con la nascita dei BRICS, con l’asse di ferro, per quanto lo si voglia negare, tra la Cina e la Russia, almeno dal 2008 in poi, il fenomeno dominante su scala planetaria è l’emersione dell’Asia come nuovo centro della politica e dell’economia mondiale.
Di fronte a questo scenario, qual è stato l’atteggiamento americano?
Il modus pensandi e conseguentemente operandi degli Stati Uniti e, in misura e modalità diverse della stessa Europa, è consistito nel sostituire al vecchio anticomunismo o antisovietismo, una russofobia forsennata, la demonizzazione di Putin, la cui ascesa ha messo in crisi l’asseverazione dell’unilateralismo americano post Guerra fredda, con una narrazione fondata sul fatto che Eltsin è stato per otto anni al Cremlino accettando che la Russia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, non potesse essere altro che una potenza regionale più o meno subordinata al primato mondiale degli Stati Uniti. Questa cosa non ha retto, anche perché gli Stati Uniti non hanno saputo giocare, e quindi è avvenuto un rialzamento della testa da parte dei russi sotto la guida di Putin. E su questo la costruzione di un asse di ferro con la Cina, che ha portato al raggruppamento dei BRICS e ad una strategia che ha come centro l’affermazione della centralità globale dell’Asia. In questa prospettiva, Israele pensa anche a come debba avere la forza per mantenere la propria sicurezza che non potrà essere garantita in eterno dagli Stati Uniti. E la deve contrattare con i cinesi, con i russi e destreggiandosi nel groviglio dei Paesi arabi, solcati dalla principale divisione, quella tra sciiti e sunniti. Ma anche su questo stanno avvenendo cambiamenti, tendenze che vanno verso una intesa piuttosto che il farsi la guerra o farsi usare dalle guerre altrui. In questo contesto s’inserisce la guerra all’Iran. Che per Israele va nel senso che ho detto, mentre per gli Stati Uniti non ha senso. Innanzitutto, perché non la possono vincere come si dimostrerà e gli effetti collaterali sono già pesanti: per la prima volta gli europei hanno preso una posizione politica unitaria rispetto all’ipotesi ad una ulteriore estensione della guerra a livello internazionale sullo Stretto di Hormuz. Nel lungo periodo gli israeliani ritengono di dover raggiungere una tale potenza da poter essere garantiti senza dipendere – una dipendenza biunivoca – dalla potenza americana che è già in un processo di progressivo ripiegamento rispetto a quella che era la sua presenza in Asia e nel Medio Oriente fino a trent’anni fa.