La denuncia del trumpiano di ferro

Il capo dell’antiterrorismo Usa lascia e sbugiarda Trump: la guerra in Iran su ordine di Israele

Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, è stato ucciso l’altra notte insieme al comandante dei Basij. Trump: “Non ci serve che la Nato ci aiuti”

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

18 Marzo 2026 alle 09:00

Condividi l'articolo

AP Photo/Rod Lamkey, Jr., File





Associate Press/ LaPresse
Only Italy and Spain





Associate Press/ LaPresse
Only Italy and Spain
AP Photo/Rod Lamkey, Jr., File Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Le dimissioni sono di quelle che pesano e tanto. Le motivazioni ancora di più.  «Dopo averci riflettuto a lungo, ho deciso di dimettermi dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, con effetto immediato. In coscienza, non posso sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana». Lo scrive su X Joe Kent, capo del centro per l’antiterrorismo americano. Kent è il massimo funzionario antiterrorismo statunitense ed è la prima significativa uscita dall’amministrazione Trump a seguito del conflitto. Kent, si noti, è un estremista di destra, un suprematista bianco che Trump, quando gli conferì l’incarico, definì “un eroe”.

Israele non si ferma e anzi rilancia la strategia della decapitazione dei vertici del regime iraniano prosegue senza soluzione di continuità. Il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, Ali Larijani, è stato ucciso l’altra notte insieme al comandante dei Basij. Lo ha annunciato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, dopo aver ricevuto un aggiornamento in questo senso dall’Idf. Lo riportano i media israeliani. «Sono appena stato informato dal capo di stato maggiore che il segretario del Consiglio di sicurezza nazionale Larijani e il capo dei Basij (Soleimani, ndr) sono stati eliminati questa notte (lunedì, ndr) e si sono uniti al capo del programma di annientamento Khamenei e a tutti i criminali dell’asse del male nelle profondità dell’inferno». Ali Larijani è stato ucciso mentre si nascondeva in un rifugio insieme al figlio. Lo riferisce la tv israeliana Channel 12, secondo cui il raid israeliano contro il capo del Consiglio supremo di sicurezza iraniano era stato inizialmente pianificato per la notte tra domenica e lunedì, ma è stato rimandato all’ultimo minuto. Lunedì pomeriggio è arrivata l’informazione che Larijani si sarebbe recato nella notte in uno dei suoi appartamenti che usava come rifugio.

Da qui l’ordine di attaccare. “Stiamo destabilizzando il regime iraniano nella speranza di dare al popolo iraniano l’opportunità di scacciarlo”, proclama in un video messaggio il premier israeliano Benjamin Netanyahu, «Allo stesso tempo, aiutiamo i nostri amici americani nel Golfo sia con attacchi indiretti che con azioni dirette», ha proseguito. Parlando di Larijani, Netanyahu lo ha definito un «gangster che gestiva l’Iran». Netanyahu ha ammesso che «non sarà facile» annientare il regime, «ma se perseveriamo, daremo al popolo l’opportunità di poter prendere il loro destino nelle proprie mani». I profili di X e Telegram di Ali Larijani hanno pubblicato una nota scritta a lui attribuita dopo che Israele aveva dichiarato di averlo colpito e ucciso in un raid notturno su Teheran. Il messaggio di Larijani, ritenuto il funzionario più influente della Repubblica islamica, riguarda la cerimonia funebre per dei soldati della Marina iraniana. «Il loro ricordo rimarrà per sempre nei cuori della nazione iraniana e questi martiri costituiranno per molti anni le fondamenta dell’Esercito della Repubblica Islamica nella struttura delle forze armate», si legge nel testo. Secondo quanto riferisce la radiotelevisione di Stato iraniana Irib, il messaggio attribuito a Larijani è stato pubblicato «alla vigilia» della cerimonia funebre dei soldati morti nell’attacco rivendicato dagli Usa al cacciatorpediniere iraniano Dena, colpito al largo dello Sri Lanka il 4 marzo.

Come capo del Consiglio, Larijani coordina e connette l’ala militare con quella più politica, e la sua eventuale scomparsa ora potrebbe aumentare la confusione operativa e gestionale del sistema, ma anche facilitare ancora di più l’ascesa dei più intransigenti e degli ultraradicali. Secondi molti analisti, Larijani avrebbe potuto fare da ponte per una soluzione di compromesso dopo la guerra. Il raid israeliano eliminerebbe così un altro interlocutore. Larijani era un ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ma negli anni era riuscito a svincolarsi dal profilo solo militare e ad ampliare quello politico.  Aveva portato avanti i negoziati con la Cina, aveva negoziato per il nucleare, aveva incontrato gli alleati regionali come Bashar al-Assad e i leader di Hezbollah in Libano. Ma anche Vladimir Putin, i leader di Qatar e Oman. Oltre a Larijani, l’esercito israeliano ha annunciato di avere ucciso il comandante della forza paramilitare Basij, Gholamreza Soleimani. «La sua eliminazione si aggiunge alle decine di alti comandanti delle forze armate del regime terroristico iraniano uccisi durante l’operazione e infligge un altro duro colpo alle strutture di comando e controllo della sicurezza del regime», si legge in una nota. Soleimani sarebbe stato colpito mentre si trovava, insieme ad alti ufficiali, in un quartier generale provvisorio allestito in tende, spiega il sito di Ynet. Anche il vicecomandante dei Basij, Seyyed Karishi, è stato eliminato in un raid aero a Shiraz, spiegano le Idf.

La guerra prosegue ma il tycoon è sempre più in difficoltà. Donald Trump è tornato ad attaccare gli alleati occidentali e si ritrova sempre più solo. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che Washington non ha bisogno di nessuno e ha usato la sicurezza dello Stretto di Hormuz come “test” per verificare la lealtà dei partner internazionali. Ma la risposta dall’Europa è stata fredda, quando non apertamente contraria. “Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo”, ha detto lunedì sera Trump alla Casa Bianca, sostenendo di aver sempre diffidato dell’affidabilità degli alleati. “È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno”, ha aggiunto, lasciando intendere che la crisi nello Stretto di Hormuz dimostrerà la fondatezza delle sue accuse.

Le reazioni europee però non sembrano andare nella direzione auspicata da Washington. A Bruxelles, l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha chiarito che i ministri degli Esteri dei Ventisette non intendono ampliare il mandato della missione navale europea nel Golfo. Secondo Kallas, durante il Consiglio Affari Esteri è emersa soltanto la volontà di rafforzare l’operazione esistente, ma “per il momento non c’è interesse a modificarne il mandato”. In altre parole, l’Unione europea non sembra intenzionata a trasformare la missione in un intervento più diretto nello Stretto di Hormuz. Ancora più esplicita la posizione della Germania. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha escluso un coinvolgimento automatico dell’Alleanza Atlantica. “Non mi sembra che la Nato abbia preso una decisione né che possa assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz”, ha dichiarato arrivando alla riunione dei ministri europei. Le parole del ministro tedesco suonano come una risposta diretta all’avvertimento lanciato da Donald Trump, che nelle ore precedenti aveva prospettato “un futuro molto negativo” per la Nato se gli alleati non contribuiranno alle operazioni legate al confronto con l’Iran.

Il risultato, per ora, è un quadro diplomatico che evidenzia la crescente distanza tra Washington e i partner occidentali. Mentre Trump prova a trasformare Hormuz in una prova di fedeltà per gli alleati, l’Europa evita di seguirlo sul terreno dello scontro diretto. E proprio questa prudenza rischia di accentuare l’isolamento politico della Casa Bianca: gli alleati non vogliono rompere con gli Stati Uniti, ma nemmeno farsi trascinare in una nuova escalation militare nel Golfo Secondo le notizie trapelate Trump ha chiesto contributi a Francia, Germania e Gran Bretagna, ma anche Cina, Giappone, Corea del Sud e Australia. Ma il presidente americano non è sembrato intenzionato a darsi per vinto. “Almeno 7 Paesi sono pronti”, ha detto. Una sorta di ‘Board’, come quello messo in piedi per Gaza, con l’appoggio solo di una manciata di Stati, senza la partecipazione degli alleati storici. “E’’ da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno”, ha spiegato Trump dando voce alla sua frustrazione e a una velata rabbia per quel no arrivato dagli alleati.  Il tycoon è deluso e si ricorderà delle defezioni: «Diversi leader hanno offerto aiuto. Mi piacerebbe dire i nomi ma non so se lo vogliano, perché temono di essere presi di mira. Alcuni si stanno già dirigendo lì, sono molti entusiasti. Altri meno». Ad esempio «sono molto sorpreso» che il Regno Unito non voglia partecipare. Discorso simile per la Germania: «Ci sono paesi dove abbiamo avuto per decenni 40.000 soldati per proteggerli, ma se ora chiediamo due dragamine tentennano».

Nonostante le defezioni, Trump prova a rilanciare in conferenza stampa l’ottimismo per l’adesione di Paesi come la Francia. Un’adesione che, neanche 24ore dopo, viene ridimensionata dall’Eliseo. Nell’«attuale contesto» la Francia non è pronta ad operazioni di apertura dello Stretto di Hormuz: lo ha detto il presidente francese, Emmanuel Macron. La Francia parteciperà a scorte militari nello Stretto di Hormuz quando la situazione «sarà più calma». Altra acqua gelida sull’ottimismo di Trump. Un ottimismo di facciata, Il presidente sa che deve dare risposte, perché la guerra all’Iran è già entrata nella sua terza settimana e i rischi di una crisi interna che gli si rivolti contro in vista delle elezioni americane di Midterm crescono e anche la sua base Maga inizia a premere per un exit strategy dall’operazione in Iran. Alle dimissioni di Kent si aggiunge l’ultimo allarme in ordine di tempo: quello arrivato dai big del petrolio, con compagnie petrolifere americane come Exxon Mobil, Chevron e ConocoPhillips che, secondo il Wall Street Journal, sono pessimiste.

E mentre valuta come procedere su Hormuz, il presidente continua a considerare lo scenario complessivo e le alternative per gli Stati Uniti. Ovvero se continuare a combattere, mettendo a rischio la vita dei soldati americani e l’economia, oppure ritirarsi cantando vittoria ma senza essere riuscito a privare definitivamente Teheran del suo programma nucleare.  Di certo, l’allarme dei big del petrolio per The Donald è un segnale di quelli che Trump non può minimizzare o lasciare cadere nel vuoto.

18 Marzo 2026

Condividi l'articolo