Il senatore dem

Intervista ad Antonio Misiani: “Se guerra in Iran continua la crisi energetica sarà un incubo, Italia troppo vulnerabile”

«Potenziare rapidamente la produzione di energia da fonti rinnovabili ci avrebbe resi molto più autonomi, ma le scelte contraddittorie del governo Meloni hanno rallentato questo percorso»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

17 Marzo 2026 alle 08:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Antonio Misiani, senatore, responsabile Economia e Finanze, Imprese e Infrastrutture nella Segreteria nazionale del Partito Democratico.

La guerra all’Iran l’hanno decisa Trump e Netanyahu, ma l’Europa ne sta pagando i prezzi in termini economici e di sicurezza. In dieci giorni l’aumento del prezzo del gas e del petrolio è costato 3 miliardi di euro ai cittadini europei. E se la guerra continua?
La variabile tempo è decisiva. Se la guerra terminasse in tempi brevi, è probabile che le tensioni sui prezzi energetici verrebbero riassorbite abbastanza rapidamente, come già accadde durante l’attacco all’Iran nel giugno 2025, la cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Se invece le ostilità proseguissero per settimane o addirittura per mesi, le prospettive sarebbero catastrofiche. Secondo alcune previsioni, il greggio potrebbe superare i 150 dollari al barile e il gas i 120 euro al MWh. In questo “nightmare scenario” (“scenario incubo”) l’Europa verrebbe investita da una crisi energetica devastante, paragonabile a quella del 1973 e pagherebbe un prezzo altissimo per la guerra di Trump e Netanyahu. L’Italia, in questo quadro, sarebbe uno dei Paesi più vulnerabili. Noi importiamo tre quarti dell’energia che consumiamo e rimaniamo estremamente dipendenti dai combustibili fossili. Il nostro mix energetico è tutt’ora fortemente sbilanciato sul gas. Potenziare rapidamente la produzione di energia da fonti rinnovabili ci avrebbe resi molto più autonomi dal punto di vista energetico, ma le scelte contraddittorie del governo Meloni hanno rallentato questo percorso. Un prolungato aumento dei prezzi del petrolio e del gas provocherebbe in Europa un forte aumento dell’inflazione, che a sua volta porterebbe la BCE ad aumentare i tassi di interesse. La nostra economia, che nonostante la spinta del PNRR aveva chiuso il 2025 con una crescita debolissima del PIL e il terzo anno consecutivo di calo della produzione industriale, finirebbe dritta in recessione. Aggiungo un elemento che mi preoccupa particolarmente: le famiglie e le imprese italiane arrivano fragili a questa crisi, dato che non hanno ancora recuperato del tutto i danni dell’ondata inflazionistica del 2022-2023. Una seconda fiammata dei prezzi energetici troverebbe il sistema-Paese con meno difese di allora. È per questo che l’interesse nazionale italiano è che la guerra finisca il prima possibile, e che l’Europa si faccia sentire con una voce forte e unitaria.

Dice Trump: chiudono lo Stretto di Hormuz? Aumenta il prezzo del petrolio? Bene, noi americani facciamo tanti soldi. E ancora: deciderò la fine del conflitto “quando lo sentirò a pelle”.
Trump è entrato in questa guerra trascinato da Netanyahu. Uno degli aspetti più sconcertanti di queste due settimane di guerra è la variabilità degli obiettivi americani – che sono oscillati dal regime change alla neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana – e l’assenza di un piano per far fronte alla chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e di gas. Anche i principianti sapevano che il regime di Teheran, di fronte a una minaccia esistenziale, avrebbe usato lo Stretto come un’arma di ricatto verso il resto del mondo. E ora fa decisamente impressione che Trump chieda aiuto agli alleati europei per tentare di riaprire alla navigazione il Golfo Persico: li ha consultati prima di colpire? No. Li chiama adesso che ha bisogno di qualcuno che aiuti gli Stati Uniti ad uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. Anche il ragionamento sui “tanti soldi” che gli americani farebbero grazie all’aumento del prezzo del petrolio e del gas è abbastanza puerile, oltre che rivelatore di una visione del mondo a somma zero che dovrebbe allarmare tutti gli alleati degli Stati Uniti. Di sicuro, si stanno arricchendo gli azionisti delle compagnie energetiche USA. Per i consumatori americani, la storia è molto diversa. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti era a meno di 3 dollari al gallone prima della guerra. Oggi ha superato i 3,7 dollari, con un aumento del 25 per cento in due settimane. Il costo della vita è un punto politico decisivo, negli Stati Uniti. Trump ha vinto le presidenziali 2024 anche per questo, perché era ritenuto più credibile rispetto ai democratici sul terreno del contenimento dell’inflazione. L’enorme aumento del costo delle uova durante il mandato Biden – la cosiddetta “egg-flation” – era diventata una tematica simbolica potentissima per gli elettori americani, e Trump l’aveva sfruttata in modo efficace. Ora quei medesimi elettori iniziano a chiedersi se la guerra in Medio Oriente non stia portando a casa loro le stesse conseguenze che attribuivano ai democratici. Mamdani a New York è diventato sindaco promettendo una metropoli più “affordable”, più accessibile per la classe media. Il segnale è chiaro: l’inflazione torna ad essere il terreno di gioco della politica americana. Le elezioni di midterm del prossimo novembre erano già difficili in partenza per i repubblicani, dopo i segnali di forte caduta del tasso di approvazione verso l’amministrazione Trump registrati nei sondaggi delle ultime settimane. Se ritorna l’inflazione, rischiano di diventare un autentico bagno di sangue. È per questo che io rimango convinto che Trump dovrà trovare il modo per sganciarsi il prima possibile da questa guerra. La frase “quando lo sentirò a pelle” va tradotta così: “quando non riuscirò a reggere più la pressione dei mercati e degli elettori”.

La stampa mainstream ha accusato le opposizioni, in particolare Elly Schlein e il PD di aver sprecato un’occasione rifiutando la mano tesa della presidente del Consiglio. È così?
L’apertura della presidente del Consiglio è arrivata durante un dibattito in Senato segnato dai continui attacchi dei parlamentari della destra contro le forze dell’opposizione. Un modo quanto meno singolare per invocare l’unità nazionale. In molti hanno letto questa mossa come un espediente tattico per alleggerire la pressione sul governo, in grande difficoltà rispetto a tutto quello che sta accadendo. Non credo si debba essere particolarmente maliziosi per notare che Giorgia Meloni ha trovato le parole per l’unità nazionale nel momento in cui la crisi stava mettendo in luce l’inadeguatezza totale del suo governo nella gestione della situazione. Personalmente, credo che sia sempre opportuno da parte di tutte le forze – quelle che sostengono il governo e quelle collocate all’opposizione – mantenere un profilo istituzionale all’altezza di una fase oggettivamente drammatica. Che ci siano canali di comunicazione aperti tra la premier e i leader dell’opposizione è una cosa buona e giusta, e il PD non si è mai sottratto al confronto nei momenti in cui il Paese ne ha avuto bisogno. Questo non vuol dire però cambiare la nostra posizione su questa guerra. Che è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, è un errore grave sotto il profilo strategico e geopolitico, e rischia di trascinarci in un conflitto allargato che nessuno in Europa vuole. Su questo non facciamo sconti a nessuno, e non cambieremo posizione per compiacere un governo che su questi temi ha navigato a vista dall’inizio.

Il Medio Oriente in fiamme e nel mirino sono anche i militari italiani presenti nell’area, da Erbil al Sud Libano. Gli altri decidono le guerre ma siamo anche noi, i nostri soldati, a pagarne le conseguenze.
Credo che tutta l’Italia debba stringersi attorno ai nostri militari. Nel Sud Libano ma anche in Iraq e in Kuwait sono impegnati in delicate missioni di pace e di contrasto del terrorismo, con professionalità e sacrificio che meritano il rispetto del Paese intero, al di là di ogni divisione politica. Sono uomini e donne che hanno scelto di servire lo Stato in contesti ad altissimo rischio, e questa crisi ha reso ancora più evidente quanto il loro lavoro sia prezioso e pericoloso. Gli attacchi iraniani contro le nostre basi sono assolutamente inaccettabili e vanno condannati senza alcuna ambiguità. La strategia del regime degli ayatollah è il caos, l’allargamento del conflitto ai Paesi arabi e alla NATO, e la trasformazione della guerra in un conflitto regionale su larga scala. È uno schema che conosciamo: creare instabilità diffusa per rendere la propria posizione negoziale più forte. Bisogna mantenere i nervi saldi. L’Italia non è in guerra e non deve entrarci. La presenza dei nostri militari nell’area è frutto di mandati internazionali precisi, fondati sul diritto internazionale e sulle risoluzioni ONU: quella cornice va difesa e non va stravolta dalla logica di chi vuole trascinare tutti in una spirale incontrollabile.

Tutto questo mentre l’Italia si avvia al voto sull’ordinamento giudiziario. Tuona Giorgia Meloni: se vince il No gli stupratori saranno liberi…
Le parole fuori misura di Giorgia Meloni e di tanti esponenti della maggioranza dimostrano come la destra abbia deciso di ignorare il forte richiamo del Presidente Mattarella a un confronto civile e di merito sulla giustizia. Un appello alto, autorevole, che è rimasto lettera morta. La verità è che questo referendum è diventato uno scontro politico innanzitutto perché è la destra ad averlo trasformato in un redde rationem con la magistratura. I contenuti concreti della riforma sono passati in secondo piano, travolti da una voglia insopprimibile di una parte della politica di regolare i conti con i magistrati, accumulati nel corso di anni di processi, indagini e sentenze scomode. La riforma costituzionale, che già in partenza non aveva nulla a che fare con la necessità di migliorare l’efficienza e l’efficacia della giustizia – obiettivo nobile che nessuno mette in discussione – si è trasformata in uno strumento per affermare la volontà di una certa politica di liberarsi di qualunque forma di controllo indipendente del proprio operato. È la logica del potere senza contrappesi, che non appartiene alla tradizione democratica di questo Paese. La riforma altera l’equilibrio disegnato dai padri costituenti, sbilanciandolo a favore di chi governa. Il 22 e 23 marzo in discussione non c’è solo l’assetto del CSM o l’introduzione del sorteggio per chi ne fa parte. La posta in gioco è la qualità della nostra democrazia, la tenuta di un sistema fondato sulla separazione dei poteri e sull’indipendenza della magistratura. Istituzioni che non nascono per ostacolare il governo, ma per garantire che nessuno – nemmeno chi governa – sia al di sopra della legge. È questo il motivo di fondo che deve spingere gli elettori a votare no.

17 Marzo 2026

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