Il referendum giustizia

Il pm non può far parte della squadra del giudice: ecco perché le carriere devono essere separate

Il giudice deve verificare la fondatezza dell’accusa. Se c’è un colpevole deve verificare le richieste delle parti e bilanciare argomenti e valutazioni. Deve assolvere anche in caso di dubbio

Giustizia - di Massimo Donini

17 Marzo 2026 alle 15:30

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

C’è un argomento a favore del “sì” che supera ogni discussione sui pericoli di abusi futuri da parte di governanti per limitare le iniziative dei giudici che ostacolano politiche di governo o che “fanno politica”, magari una politica di sinistra. Questo rischio sarà sempre presente comunque, nella permanenza di questo governo, e non rafforzato dall’esito positivo del referendum. Perché riguarda un insieme di possibilità del tutto immanenti e attuabili mediante leggi ordinarie, azioni disciplinari o pressioni di vario tipo già oggi esistenti e dispiegate.

Ma questo rischio è comunque irrilevante di fronte al tema decisivo e direi supremo del referendum: che p.m. e giudici sono due ruoli dialetticamente disallineati e non convergenti, come quelli del giudice e del difensore, in quanto il giudice deve controllare il p.m., come deve sindacare continuamente gli argomenti e le prove a difesa. La sua terzietà rende il giudice improponibile come portatore di qualche politica giudiziaria comune all’accusa. Essi non possono fare parte di una stessa squadra di tipo ordinamentale, una sorta di partito giudiziario incardinato in un Csm unitario con il controcanto della Anm che parla per tutti loro. C’è qualcosa di così abnorme e inusitato che si cela sotto queste prassi che da molti lustri ci governano, che è persino difficile spiegarlo al comune elettore che ha la mente inquinata da un secolo di cultura inquisitoria: dove il pm e il giudice insieme raccoglievano le prove contro l’accusato.

L’argomento del tutto decisivo, infatti, riguarda il dato per cui il normale cittadino è spesso abituato a considerare il p.m. come un giudice (“signor giudice”), perché vede in lui un collega del magistrato giudicante e non distingue le loro reali funzioni, che appaiono quelle di punire comunque i colpevoli. Il giudice non deve punire i colpevoli, ma verificare la fondatezza dell’accusa. Se c’è un colpevole deve verificare le richieste delle parti e bilanciare argomenti e valutazioni. Non è un ruolo punitivo, tanto che deve assolvere anche in mero caso di dubbio. È un ruolo di verifica, di accertamento e di bilanciamento, ma anche di riequilibrio delle forze assolutamente impari dell’accusa e della difesa
Un universo immaginifico, culturale e di vita quotidiana profondamente diverso da quello delle parti contrapposte. Che tutti, difesa e accusa, debbano avere la medesima cultura delle prove del giudice è auspicabile e direi doveroso, ma il giudice sarà mediatore tra le parti e potrà costruire soluzioni probatorie indipendenti.

Per la cultura inquisitoria, invece, entrambi, giudice e p.m. sarebbero compartecipi insieme (ma separati dai difensori!) di questo obiettivo sociale: prevenire e reprimere il male sociale di rilevanza criminale. Contro questo diffuso bisogno di protezione attraverso il diritto penale, che viene concepito quasi che fosse una medicina somministrata con il convergente contributo di giudici e p.m., è possibile reagire solo spiegando a tutti che p.m. e giudici sono mestieri diversi, che il giudice controbilancia il potere superiore del p.m., e per questa elementare differenza di ruoli non lo può affiancare in una funzione analoga. Esattamente per questa ragione fondamentale non possono far parte della medesima “squadra istituzionale”. Il p.m. appartiene alla collocazione topografica della difesa come parte del processo, anche se è immensamente più forte (già oggi, ma non in un futuro separato): e proprio per questo deve essere controllabile e verificato ad ogni passo che compie.

Per un difensore è infatti inconcepibile, intollerabile, inusitato che p.m. e giudice siano in una medesima compagine istituzionale che costruisca culture e politiche assimilate e comuni, o che svolgano funzioni analoghe o complementari solo perché pubbliche: devono essere separati nei ruoli, nelle carriere e nel governo delle loro attività perché i p.m. sono contrapposti alla difesa e dunque non devono avere nessun privilegio di status, implicito in un autogoverno assimilato. Averli messi insieme in un medesimo CSM ha cagionato un eccesso di aspettative verso l’esercizio dell’azione penale come “funzione analogamente collegata o convergente” al giudizio nei soggetti pubblici che la accompagnano: magistrati entrambi, colleghi entrambi, al punto da dimenticare che sono realmente disallineati, spesso addirittura contrapposti per parità di armi con la difesa, e per riequilibrare l’ immenso potere probatorio dell’accusa rispetto alle possibilità della maggior parte degli imputati. Un bisogno di riequilibrio, di vera distanza non di cultura (formazione, logiche probatorie e processuali etc.), ma di prospettiva, li rende doverosamente distaccati. Certo che la formazione di p.m. e giudice deve avere una base comune, perché il diritto non è “separato fra i ruoli,” e anche l’avvocato deve condividere quella cultura, e non essere “formato” da soli avvocati, come il magistrato non deve essere formato da soli (o da prevalenti) colleghi magistrati (altro bias della eredità inquisitoria!). Un errore culturale diffuso in Italia.

Ora tutto questo che cosa c’entra con l’attuale contrapposizione antigovernativa a favore del “no”? Con il sentimento di battaglia finale, di Armageddon che anima soprattutto il partito dei giudici-p.m.? C’entra solo perché indica la necessità di superare definitivamente l’idea, la prassi e la cultura di quel partito dei giudici-p.m. Se si è capito che i rispettivi ruoli devono essere separati nel loro stesso “governo”, perché averli unificati ha solo distorto la comprensione delle vere funzioni del giudice e del p.m., si vedrà che tutti i timori per un presunto tradimento delle garanzie costituzionali dei magistrati sono strumentali, ideologici e infondati: tutte le garanzie costituzionali attuali di indipendenza sono conservate dalla riforma e il retropensiero su cosa vorrà fare in futuro questo governo non può cambiare l’esigenza prioritaria, costituzionale e suprema della separazione dei ruoli nel loro governo, perché il correntismo che ha inquinato i rapporti fra CSM, ANM e politica pubblica del partito dei giudici-p.m. appartiene in realtà a quel passato inquisitorio e giustizialista che vede nel giudice e nell’accusa colleghi che hanno lo scopo di punire i colpevoli. Invece, come spiegato, essi non si inseriscono in questa dinamica.
Si schiude così l’avvio di una cultura liberale per il processo penale, per l’immagine pubblica dello stesso giudice penale. Una cultura in atto ma in effetti contrastata dalle esiziali contrapposizioni ideologiche in corso. Il giudice può oggi essere costruttore di giustizia riparativa, di risultati sociali positivi e non di raddoppio del male anche quando condanna. La sua identità si distanzia nettamente da quella tradizionale, costretta nell’alternativa tra repressione o assoluzione.

Una riforma necessaria che ha tuttavia una controindicazione politica di cui è responsabile l’attuale governo. È una riforma liberale (come spiegato) sostenuta da un governo illiberale in materia di politica penale. In questa contraddizione storica si agitano ministri e presidenti del Consiglio nella speranza di non perdere un referendum che per l’opinione pubblica è troppo tecnico per capirci davvero qualcosa. Nessuno saprà, alla fine, “che cosa è stato davvero votato” dall’elettore. E con questa consapevolezza possiamo chiudere la nostra riflessione sui timori del dopo, in caso di vittoria del “sì”. Se vince il “no” il partito dei giudici-p.m. sembrerebbe rafforzato, ma non potrà durare a lungo, perché è scritto nella storia che il retaggio inquisitorio deve essere definitivamente superato nella coscienza e nell’interesse degli stessi magistrati, oltre che dei consociati. Sta combattendo una battaglia di retroguardia, anche in contesto europeo. Se vince il “sì” dovranno comunque continuare quotidianamente gli scontri affinché le spinte peggiori di alcuni partiti di governo siano neutralizzate per la convinzione che ci sia stata una vittoria postuma del berlusconismo e attuale del suprematismo della politica sui diritti e le Costituzioni. Da questa necessità siamo lieti di non volerci liberare.

17 Marzo 2026

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