Parola all'europarlamentare
Intervista a Marco Tarquinio: “Basta: nessuna somma di torti fa una guerra giusta”
«Hanno dimenticato l’Iraq, l’Afghanistan, non vedono ciò che continua ad accadere in Ucraina o in Sudan… Guerre disastrose senza nessun progresso per i popoli che le hanno subite e le subiscono»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Marco Tarquinio, europarlamentare, già direttore di Avvenire.
Il Medio Oriente è di nuovo in fiamme. L’Iran è sotto le bombe, e Israele – mentre attacca la Repubblica Islamica assieme agli USA – torna a stringere la morsa sul Libano e nei Territori Palestinesi occupati dal 1967…
Basta guerra. Voglio cominciare così e non dicendo: “Il liberticida e assassino regime degli ayatollah….”. Questo lo diciamo oggi come ieri e come l’altro ieri e non dobbiamo ripeterlo in premessa per poter dichiarare con forza e con chiarezza di essere contro la guerra… Non muovo solo un’obiezione retorica, perché abbiamo visto usare in cento occasioni questo schema, l’ultima volta a giugno 2025 mentre piovevano missili sull’Iran, e sappiamo dove porta: alla guerra, cioè alla rinuncia a sostenere la splendida società civile iraniana e la liberazione dell’Iran dall’interno. È lo stesso schema che si è voluto usare con Hamas, dopo la terribile strage di israeliani del 7 ottobre 2023. Sappiamo com’è finita: con l’inerzia complice di molti Stati e della UE davanti all’immane distruzione di vite e cose e case palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, con l’esproprio violento del sud del Libano e con attacchi di Israele in Siria, Iraq, Qatar, ancora Iran… la lista è lunga e insopportabile.
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Si arriva a dire che non si possono prendere le distanze da Israele: il debito è troppo grande, come la cattiva coscienza degli occidentali. Che il debito per la Shoah sia enorme è vero, ma è anche vero – e lei lo ha sostenuto pure su questo giornale – che nessun grande male passato giustifica un grande male presente.
È così: nessuna somma di torti fa una guerra giusta. Penso anche che quando esplode una guerra, non bisogna essere equidistanti, ma – come seppe dire e dimostrare papa Francesco – bisogna saper essere equivicini alle vittime di ogni oppressione e sopraffazione, alle persone trasformate in carne da cannone. Bisogna saper stare chiaramente e strenuamente all’opposizione della logica e della pratica del massacro.
L’opinione pubblica italiana, in grande maggioranza, pare pensare proprio questo, che la guerra è una follia. Ma chi ci governa cosa sta facendo davvero?
Sono contento che Giorgia Meloni si sia infine iscritta non solo al partito della de-escalation, ma a quello del “non entriamo in guerra”. Spero che sia vero. Perché per giorni abbiamo assistito da parte del governo di destracentro a una nuova imbarazzata e imbarazzante dimostrazione di servilismo verso gli USA di Donald Trump.
Insomma, lei ci crede o no?
Deve crederci lei, la premier, non io. Io, ripeto, lo spero. Perché vedo svilupparsi una situazione che potremmo condensare in un vecchio ritornello: “si fa ma non si dice”. Oppure si dice a mezza bocca. O, addirittura, si fa non dicendolo e provando a far intuire il contrario. Basta considerare con attenzione le parole del ministro degli Esteri e vicepremier Tajani a lungo ambigue sul ruolo italiano nella guerra e sin dall’inizio concentrate a livello mediatico quasi solo sugli italiani in rimpatrio o da rimpatriare dal Medio Oriente. Basta ascoltare l’altro vicepremier, Salvini, che di mestiere dovrebbe fare il ministro dei trasporti e invece esibisce tutto il suo trasporto politico e personale per gli alleati di sempre: pace prima che si può con Putin e sostegno a Trump e Netanyahu quando spianano le armi contro chiunque. E infine non si possono dimenticare i lunghi silenzi della premier Meloni…
Ora, però, sono finiti, come lei stesso sottolinea…
Si, Meloni ha deciso di cambiare passo, con pubbliche professioni di fede nella diplomazia e con la dichiarata volontà di schierare l’Italia lontano dalla guerra. Vedo anche che l’ha fatto cercando di riportare la nostra Repubblica nel club di grandi d’Europa che comprende Germania, Francia e – fuori dalla UE – Gran Bretagna. Quattro grandi che evoca senza mai citare l’Unione. Solo che la premier è arrivata a questa dichiarazione senza aver alzato non dico la voce ma almeno un sopracciglio a difesa di un altro grande d’Europa: la Spagna di Pedro Sánchez, primo e unico Paese NATO e della UE a negare formalmente le basi militari agli USA, a dire no alla guerra e per questo sotto minaccia di ritorsioni da parte di Washington. E continua a colpirmi che alle parole di Meloni si siano sovrapposte le lodi sperticate riservatele dal presidente USA.
Già, il governo Meloni assicura che le basi italiane della NATO, nel cuore del Mediterraneo, non sarebbero state richieste dagli USA… ma Trump ribadisce prontamente che «l’Italia è sempre pronta ad aiutare».
Beh, se è vero che il governo italiano è stato tenuto all’oscuro dell’attacco all’Iran, probabilmente Meloni, Tajani e Crosetto possono essere anche tenuti all’oscuro del fatto che gli USA meditano di usare basi militari italiane nella guerra all’Iran. Sembra una battuta facile, ma è una condizione di sudditanza e non di alleanza difficile da sopportare. E, poi, ormai sappiamo bene che alla guerra si partecipa in molti modi: con aerei e droni in cielo e scarponi e cingoli a terra, garantendo appoggio logistico e fornendo armi a una delle parti in lotta…
Lei è un indipendente eletto nel PD. È contento della linea di questo partito e delle altre forze progressiste di opposizione?
Sì, è molto importante che i partiti e i movimenti di centrosinistra siano tornati a dare voce in modo corale a un netto “No alla guerra”. Ed è per me molto importante che questa linea venga sostenuta e argomentata con decisione prima di tutto da Elly Schlein, ma almeno altrettanto da personalità e dirigenti a ogni livello del PD. Nella base, l’ho verificato più volte, questa linea è già forte da tempo. È una chiarezza ricominciata con la guerra israelo-palestinese, con la tragedia immane di Gaza e della Cisgiordania, e che ora cresce. Si sa, sono convinto che è sull’asse della politica di pace che si costruisce l’alternativa possibile e necessaria al governo delle destre. E chiedo da tempo di dare rappresentanza agli ideali, alle preoccupazioni e alle speranze di tanta parte della società italiana ed europea.
Non tutti nel PD sono d’accordo…
La stragrande maggioranza sì, è per una politica di pace e per una difesa strenua dei diritti umani che la guerra fa inesorabilmente a pezzi come la vita delle persone. Ma è vero: c’è anche chi non riesce proprio a dire “No alla guerra”. Comincia sempre dalla premessa di cui dicevo all’inizio del nostro colloquio, cioè dall’invettiva contro il regime di Teheran, e lì sostanzialmente si ferma. Nonostante che così si acconsenta di fatto alla guerra di Netanyahu e di Trump. Una guerra che, come ha chiarito ben presto il segretario di Stato USA Rubio, non è stata scatenata per porre fine al regime illiberale iraniano al grido di “Donne, vita, libertà “, ma come in Venezuela per cambiare direzione al petrolio iraniano, sinora orientata in misura notevolissima verso la Cina. In questo atteggiamento USA c’è un elemento di chiarezza e uno di estrema pericolosità.
Che cosa intende dire?
Intendo che nella Washington di Trump si è rinunciato a esportare la democrazia sulla punta delle baionette e dei missili. Ma che al tempo stesso si punta a fare affari in tutti i sensi con le armi, con sempre più armi. Intendo che lorsignori hanno dimenticato tutte le terribili lezioni della storia dalla fine della guerra fredda. Un collare di fuoco di guerre atroci e senza uscita verso la libertà e la giustizia.
Capisco a che cosa si riferisce, ma lo spieghi meglio.
Hanno dimenticato l’Iraq, hanno dimenticato l’Afghanistan, non vedono davvero ciò che continua ad accadere in Ucraina o in Sudan… Guerre disastrose senza nessun progresso per i popoli che le hanno subite e le subiscono, per le donne che sono usate come carne da macello al pari degli uomini, e persino dei bambini, e che diventano con i loro corpi esse stesse campo di battaglia. Fingono anche di non sapere che non regge la leggenda della caccia al “lupo cattivo”. Il mondo è pieno di “lupi cattivi”… e non pochi di questi sono intoccabili perché stanno per tradizione o per finzione o per calcolo dalla nostra parte. Qualche tempo fa avrei detto che è scandaloso. Oggi dico che è la tragica conferma di quanto la rilegittimazione della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie tra Stati continua a produrre frutti perversi. È una “operazione speciale” cominciata nel 1991 in Medio Oriente, e arrivata al culmine in questi anni a partire dalle pianure dell’’Europa orientale.
L’Europa non incide, non ha ruolo.
In realtà abbiamo ruolo ma non lo esercitiamo nonostante la spinta positiva di Antonio Costa, il presidente del Consiglio Europeo, che pure deve misurarsi con una maggioranza di governi conservatori e di destra, allarmati dalla politica di Trump ma inclini all’inchino col capo della Casa Bianca… Quanto alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha acceso il motore dell’adeguamento dell’Europa comunitaria alla fine dell’ordine basato sulle regole. Lo ha detto chiaro e tondo alla Conferenza degli ambasciatori della UE. Confermo e moltiplico tutte le critiche che le ho rivolto nei primi venti mesi del mio mandato di eurodeputato. Fare i conti con la situazione, ovviamente, è necessario, salvare il cuore del sistema multilaterale di più. Per questo sostengo convintamente l’iniziativa federalista della delegazione italiana del PD all’Europarlamento. Per questo chiedo un sostegno efficace alla Corte Penale Internazionale. Per questo insisto per una spettacolare iniziativa europea per la riforma dell’Onu a partire dal Consiglio di Sicurezza e dalla sede per la quale dovremmo proporre il trasferimento nella UE. Magari proprio a Strasburgo.
Vorrei tornare in chiusura su Pedro Sànchez
C’era un fantasma che si aggirava per l’Europa, il fantasma della pace. E c’è un leader che, col suo partito socialista spagnolo, sta dando finalmente corpo e forza a quel fantasma. Prima col no all’aumento delle spese militari e ora col no alla guerra. Sono grato anche all’inglese Starmer e al francese Macron che non si stanno piegando alle pretese di Trump, ma a Sánchez molto di più. E penso che dobbiamo esserlo in tanti e tante.