La premier in Aula
Basi USA in Italia, Ucraina, Cpr in Albania: Meloni glissa e attacca i magistrati
La posizione del governo resta quella: né aderire né sabotare. “Non ho elementi per giudicare...”. La preoccupazione è tutta sul referendum. E Calenda le tira una sberla
Politica - di Angela Nocioni
Il Senato si scalda sul referendum, non sull’Iran. Gli attacchi della presidente del Consiglio ai magistrati innescano reazioni immediate, le imbarazzate comunicazioni governative sulla guerra in corso nel Golfo persico molto meno.
Alle 9.30 Giorgia Meloni entra in Aula per riferire sul Medio Oriente e sul Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Gelo con il ministro della Difesa Crosetto. Non pervenuto il Guardasigilli Carlo Nordio. Amichevoli saluti soltanto con Pierferdinando Casini. Stretta tra i vicepremier Tajani e Salvini – che filerà via nel primo momento possibile, alla prima sospensione della seduta alle 10 e 20, per non tornare – una Giorgia Meloni rigida, impettita, si passa e ripassa nervosamente la lingua sulle labbra prima di alzarsi di fronte all’aula. Legge, non parla mai a braccio. Incespica due volte nel testo, chiede scusa, riprende a parlare senza l’abituale piglio da arrembaggio alla flotta nemica. Altro che l’equilibrismo del “né aderire né sabotare”. Il “né condivido né condanno” della presidente del Consiglio di fronte alla guerra di Netanyahu e Trump all’Iran è un calco di gesso per Giorgia Meloni. La paralizza in un imbarazzato disagio di cui l’opposizione, almeno a palazzo Madama (chissà a Montecitorio in serata), non approfitta. Non abbastanza.
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Giorgia Meloni dice: “Noi non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Si dice disponibile a tavolo con le opposizioni. Poi è tutta una catena di ovvietà: “Nel caso in cui dovessero giungere richieste di uso delle basi italiane la competenza a decidere se concedere o meno quell’utilizzo spetterebbe al governo. Ma, su questo punto, ribadisco con chiarezza la posizione che il governo ha già espresso: la decisione, in quel caso, per noi spetterebbe al Parlamento”. E grazie tante. Ma quale indicazione di voto darà ai suoi parlamentari? Se Trump chiede l’utilizzo delle basi americane in Italia per bombardare l’Iran cosà dirà il governo a deputati e senatori della sua maggioranza? Chiederà di votare “si” o di votare “no”? Cosa ha intenzione di fare se sarà colpita una sede diplomatica italiana? Giorgia Meloni si guarda bene dal chiarirlo.
Butta là polemichette poco convinte: “Se la questione è chiudere le basi Usa in Italia permettetemi di dire che chi lo sostiene avrebbe potuto farlo quando era al governo, quando invece ha scelto di fare altro, e non lasciarlo intendere quando si trova all’opposizione. Mi corre l’obbligo di ricordare che le basi concesse agli americani in Italia dipendono da accordi che risalgono al 1954 e che sono stati sempre aggiornati, da governi di ogni colore. Secondo quegli accordi, ci sono autorizzazioni tecniche quando si parla di logistica e di operazioni non cinetiche, che non comportano dei bombardamenti”. Ripete che “non possiamo permetterci un regime degli ayatollah in possesso dell’arma nucleare, unita a una capacità missilistica che potrebbe presto essere in grado di colpire direttamente l’Italia e l’Europa”. Insiste nel dire che non ha “gli elementi per confermare o smentire le valutazioni degli Stati Uniti sull’indisponibilità dell’ Iran a chiudere un accordo sul nucleare”, come se non fosse suo preciso dovere cercare di procurarsele quelle informazioni, come se non disponesse di servizi di intelligence in grado di farlo.
Riferisce che “stiamo fornendo assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo, così come hanno fatto Regno Unito, Francia e Germania. E questo non soltanto perché si tratta di nazioni amiche e partner strategici dell’Italia, ma anche perché in quell’area sono presenti decine di migliaia di cittadini italiani che dobbiamo proteggere, senza contare che, nel Golfo, sono di stanza circa 2.000 soldati italiani”. “Anche il governo spagnolo, di cui tanto si parla, ha detto tramite il suo portavoce che ‘esiste un accordo bilaterale tra Spagna e Stati Uniti, e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo delle basi spagnole’. Il che significa che l’accordo non viene messo in discussione e che non vengono messe in discussione tutte le attività che rientrano nell’accordo. È quello che sta facendo anche l’Italia, e francamente stupisce che questa scelta venga condannata in Patria ed esaltata in Spagna dalle stesse, identiche, persone”.
Tutto il suo discorso è una manifesta ammissione dell’inesistente iniziativa politica e diplomatica dell’Italia rispetto a una guerra di cui la presidente del Consiglio ha saputo dire solo “non ci sono sufficienti elementi di conoscenza per esprimersi”. L’unica analisi del conflitto nei giorni scorsi è stata: tutta colpa di Putin che ha invaso l’Ucraina. Siamo ancora lì. Lo nota incredibilmente Carlo Calenda: “Qui manca la sua analisi: che ci piaccia o meno oggi l’Europa è al centro di tre pressioni, che vengono da tre potenze neo imperialiste, la Russia, la Cina, e gli Stati Uniti, che vogliono la disarticolazione dell’Europa. Lei non può essere da un lato per l’Europa e dall’altro fare campagna per Orban che è dalla parte di Putin, non può contestare la propaganda russa e poi avere a fianco un vicepremier che ha contribuito a questa propaganda. Il punto che non ha sciolto è se a difesa della civiltà europea oppure no. Non possiamo non vedere come Trump tratta l’Europa tutta, come vassalli da tassare, comprare gas liquefatto, come ci dica tutti i giorni che il sistema fondato sulla Nato, non esisteva più”. Dice “forse sono il più antiPutin in quest’Aula”. Una voce grida: “Non credo”. Risposta: “Beh certo più del suo vicepremier”, lo sguardo è sulla poltrona vuota di Salvini. Intervento applaudito a sinistra. Si alza Casini, si volta e e gli batte le mani: “Super”.
Nel suo intervento piatto piatto la presidente del Consiglio ha infilato un attacco alla magistratura che non la ossequia, i toni sono i soliti: “Oggi l’Europa ci dice chiaramente, e nero su bianco, che il governo italiano ha tutto il diritto a far funzionare i centri in Albania, proprio perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è pienamente in linea con il diritto internazionale ed europeo. Anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo, e che non cesseranno le ordinanze di revoca dei trattenimenti in Albania”. E vai con “il recente caso dei migranti irregolari condannati per spaccio di droga, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso, violenza sessuale di gruppo, e – è molto desolante doverlo raccontare – violenza sessuale su minore, che per i giudici non possono essere trattenuti né rimpatriati perché hanno fatto strumentalmente richiesta di protezione internazionale. Decisioni che non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso”.
(La richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l’applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, si legge in tre sentenze di febbraio della Corte d’Appello di Roma con cui sono stati convalidati i trattenimenti nel Cpr di Gjader in Albania per tre richiedenti protezione internazionale su cui gravava un decreto di espulsione. Tra loro soggetti con precedenti condanne, già scontate, per accuse che vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, violenza sessuale e resistenza a pubblico ufficiale).
Alla parola ‘giudici’ dai banchi del centro destra tutti si alzano in applauso scrosciante. Renzi alla bouvette serafico: “Va capito quanto pesa sull’esito del referendum il voto antigiudici dei padri incazzati per la sentenza sulla separazione, di quello che aspetta da anni in tribunale per una causa sgangherata su chissà cosa, la Meloni ci vuol puntare, vuole mandare a votare quelli lì, ma per farlo deve esporsi e non vuol rischiare perché ha paura di perderlo il referendum. Un bel dilemma”. Intanto il presidente del Senato Ignazio La Russa a chi gli chiede dell’uscita della capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, sui magistrati “plotone d’esecuzione” risponde infilando le scale “e chi è la Bartolozzi?”.