Parlano Maraini, Turco e Armeni

80 anni fa la prima volta delle donne al voto, l’anniversario: “Solo l’inizio di una battaglia non ancora vinta”

10 marzo 1946: per la prima volta le donne possono esercitare il diritto di voto alle amministrative. Ed essere elette. Ne parliamo con Dacia Maraini, Ritanna Armeni e Livia Turco

Interviste - di Graziella Balestrieri

8 Marzo 2026 alle 09:00

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80 anni fa la prima volta delle donne al voto, l’anniversario: “Solo l’inizio di una battaglia non ancora vinta”

Il 10 marzo del 1946, per la prima volta nella storia, le donne possono esercitare il diritto al voto alle elezioni amministrative. E per la prima volta possono essere elette. Ottanta anni dopo che valore ha questa data e come si concilia la libertà di molte donne con la schiavitù a cui sono costrette altre? Lo abbiamo chiesto a tre donne, femministe in primis: alla scrittrice Dacia Maraini, alla giornalista e scrittrice Rita Anna Armeni e all’ex ministra per la Solidarietà sociale e ministra della salute Livia Turco, attualmente presidente della Fondazione Nilde Iotti, le donne, la cultura, la società.

Si ricorda la prima volta che è andata a votare?

DACIA MARAINI
Ero emozionata, mi sembrava che finalmente entrassi nella età della responsabilità civile e questo mi inorgogliva. Inoltre, leggevo molto e sapevo quanto era stato difficile conquistare il voto come un diritto che sanciva una libertà civile, per questo ero ansiosa e contenta di andare a votare.

RITANNA ARMENI
Ho votato per la prima volta quando l’età per votare era ancora a 21 anni, nel 1968. Me lo ricordo molto bene, perché all’epoca il voto era una cosa abbastanza secondaria rispetto a quello che avveniva nel paese, a quello che si pensava di fare, rispetto al fatto che bisognava cambiare il mondo. Non votai PC, votai PSIUP, perché consideravo il Partito Comunista molto semplicemente un po’ troppo moderato.… anche se mi ricordo benissimo che in occasione delle elezioni, il Partito Comunista, attraverso un lungo articolo di Luigi Longo, il segretario, in qualche modo aprì agli studenti e aprì ai giovani. Quello è stato un voto a cui i giovani davano una importanza addirittura relativa all’epoca, non si era così affezionati all’idea del voto, quindi, quella mia prima partecipazione alle elezioni fu una partecipazione dovuta, ma assolutamente non ricca di speranze.

LIVIA TURCO
Feci la campagna elettorale durante la legge sul referendum sul divorzio e ci battemmo per il voto a 18 anni, e mi ricordo che in quel referendum avevo molto sofferto, perché ero attivissima nella campagna elettorale, siamo nel 1974, io sono del ‘55, quindi, insomma, ero piuttosto giovane quando entrai in FIGC, e avevamo scoperto questa cosa straordinaria del casa per casa. Non era facile farlo e parlare di un tema così privato come il divorzio, le relazioni familiari. Insomma, mi ricordo con grande intensità quell’apprendistato, però il fatto di non poter votare mi creò sofferenza, perché allora il voto era a 21 anni, quindi questo è il mio ricordo. Sempre negli anni 70, e poi ho votato alle amministrative. Ho sempre votato PCI, sempre PCI. Mi sono iscritta alla FIGC, avevo 15 anni, nella bianchissima provincia di Cuneo, con un vestito rosso. Mi ricordo come ieri il salire sulle scale per cercare il PCI, il partito della giustizia sociale. Non solo il voto, ma far votare, la campagna elettorale, era così bello.

Il 10 marzo del 1946 le donne esercitano per la prima volta il loro diritto al voto (alle amministrative comunali) e possono essere elette per la prima volta: raggiunta questa straordinaria forma di libertà, 80 anni dopo, perché le poche donne che sono al potere cercano di imitare o di adeguarsi agli uomini?

DACIA MARAINI
Perché tremila anni di storia patriarcale non si cambiano in pochi anni. Sarà lunga e difficile l’emancipazione delle donne. Basta vedere cosa sta succedendo in questi tempi di regressione in cui sembra che la gente voglia rimangiarsi i diritti conquistati con tanta fatica. Il potere millenario del maschile sul femminile sembra voglia riprendere vigore. Non parlo del potere dei singoli uomini sulle singole donne ma di una cultura dei padri che umilia gli stessi uomini. Una cultura che ha messo radici profonde e che molte donne hanno introiettato. Valori tanto fatti propri che vengono ormai presi come parte della natura femminile. Conoscere la storia aiuta molto a capire lo svolgersi di questo processo. Le donne più consapevoli hanno sempre combattuto per la libertà. Ma se pensiamo che in gran parte del mondo oggi, nel 2026, ci sono ancora società in cui le donne non possono studiare, non possono camminare da sole, non possono decidere del loro futuro, ci rendiamo conto che il processo di emancipazione è difficile, lento e faticoso. Ma questo non deve impedire la presa di coscienza e qualche forma di resistenza. In questo momento le donne iraniane ci stanno dando un grande esempio di amore per la libertà. Facile parlare di libertà quando non si rischia niente. Loro rischiano la vita eppure protestano. Questo deve insegnarci quanto sia importante l’autonomia di pensiero, di parola e di movimento.

RITANNA ARMENI
Non riguarda solo l’Italia, ma tutto il panorama internazionale. Basta pensare a Golda Meir, la Thatcher… si può fare un lunghissimo elenco. Perché i codici di comportamento sono codici maschili e quindi il problema reale è: come si rompono quei codici? Quei codici certo non li rompono le donne che sono state elette, cioè che sono state, in qualche modo cooptate nel sistema di potere. Non lo dico in senso negativo, lo dico in senso oggettivo, sia ben chiaro, perché tutte noi, anche nel nostro piccolo, siamo state cooptate. Io sono diventata giornalista, quindi sono stata cooptata all’interno di un sistema. Però all’interno di quel sistema, ricordo che ho dovuto fare una lunga battaglia perché all’Unità, quando andavo fuori, invece che scrivere dall’inviato Rita Anna Armeni, si scrivesse dall’inviata. E stiamo parlando degli anni 90-2000. Una donna, se vuole fare politica, si adegua. Poi questo non significa che non ci sia stato un ripensamento da parte di molte donne, soprattutto negli ultimi anni, dopo la nascita del femminismo, su che cosa sia il potere, se c’è un modo di esercitarlo diverso, se c’è un modo di gestire il potere femminile e non maschile. Questo dibattito c’è stato. Secondo me i risultati sono molto, molto scarsi, però sarebbe un errore negare che il problema non si sia posto. Il problema non si è risolto e la risoluzione arriverà, sarà a lunga scadenza.

LIVIA TURCO
Non so se questo è proprio vero. Dipende dalla cultura politica, c’è una bella differenza tra Meloni e Schlein. Se uno pensa a loro e vede la differenza, come dice sempre Schlein, tra una leadership femminile e una leadership femminista. La Schlein si ricorda sempre delle altre donne, prende la parola per le battaglie contro il femminicidio, per il congedo paritario. Lei ha sentito qualche volta la Meloni parlare di politiche per le donne? Le donne sono lei, lei è il popolo delle donne, lei è le donne. Basta vedere questo ridicolo ricordo del diritto di voto. Chi sono le donne? Meloni. Quali sono i problemi delle donne? Meloni ci pensa, non stiamo qui a parlarne, perché tanto ci pensa Meloni. E poi vediamo che cosa succede, sugli asili nido, sulla disparità salariale, un disastro. Diciamo la verità. C’è una differenza, c’è una grande differenza e bisogna rifletterci. Perché siamo così abituate al giorno per giorno, momento per momento, che poi non riflettiamo, ma noi abbiamo una Schlein che non prende la parola su tutto, ma appunto su temi ben precisi che riguardano la società italiana a partire dalle donne. Per la Meloni invece le donne sono lei.

Si parla sempre di diritti, di disegni di legge per “proteggere” le donne: perché dovremmo sempre essere protette da qualcuno? Magari iniziare con una parità salariale, potrebbe essere un mezzo in più per “difenderci” anche da sole…

DACIA MARAINI
Sono d’accordo. La parola protezione sottintende uno stato di inferiorità permanente a cui, con generosità si elemosina qualche forma di autonomia. Ma rimane sempre l’idea della persona debole e inferiore che va protetta dal mondo e da sé stessa. La Santa inquisizione addirittura pensava che le donne andassero recluse e controllate perché erano più sensibili alle seduzioni del demonio.

RITANNA ARMENI
Cominciamo dalla questione della protezione. La protezione è un dato cattolico tremendo, per cui la donna viene protetta e perlomeno quindi non viene attaccata, perché il gradino sotto la protezione è quello che – delle donne fai che vuoi -: Epstein insegna… Però a un certo punto sia il mondo cattolico da una parte, ma anche il mondo riformista dall’altro hanno ritenuto necessario proteggere la donna. La parola protezione è una parola importante perché non possiamo negare che ci sono delle priorità, delle peculiarità femminili: basti pensare alla maternità. Nel Novecento era un dibattito molto forte, basti pensare ad Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff: le donne bisogna renderle uguali agli uomini oppure fare delle leggi che le proteggano? È un dibattito non insignificante questo qui. Secondo me siamo arrivati in una fase storica nella quale la protezione non solo non basta, ma è ovviamente superata, per merito delle donne e non per merito degli uomini. E quando mi chiedi -il punto vero non è dare alle donne gli stessi soldi degli uomini – secondo me è uno dei punti, non è l’unico. Conosco donne straricche che sono tuttavia subalterne al modello maschile e sono subalterne agli uomini. Poi la parità salariale come si raggiunge? Si raggiunge non perché le donne in quanto donne prendono meno soldi degli uomini, ma perché gli uomini hanno nel lavoro ruoli più importanti. Hanno per esempio più possibilità, non facendo nulla in casa, di stare di più sul luogo di lavoro e quindi di entrare di più nei gruppi dirigenti, di essere più vicini al potere, perché non avevano, non hanno, diciamo così, questo mattone pesante, che era la casalinghità, la maternità, eccetera, eccetera. Quando si parla di salario, bisogna evitare di essere meccanici, perché intanto, la disparità salariale non è dovuta a buste paga differenti. Il punto è che se sei un uomo probabilmente avendo più tempo sei più vicino ai meccanismi di potere che ci sono in ogni luogo di lavoro, e quindi hai più possibilità di andare avanti nella carriera. E quindi qui nasce la disparità, ancora una volta nel ruolo e nella cultura, non nella busta paga dall’azienda: l’operaia Fiat è pagata quanto un operaio, una rider donna è pagata poco quanto un rider uomo. Ecco, però probabilmente il rider uomo nella sua miseria, nella sua vita abbastanza disperata, se ha qualche possibilità di fare qualche cosa in pi, riesce a farla. Stiamo parlando proprio delle cose minime. Così come a livello manageriale la manager donna comunque avrà qualche handicap, qualche problema in più del manager uomo. E quindi, ritornando alla protezione, ci sono dei casi in cui la protezione è una cosa importante, però va riconosciuto come diritto questa protezione, vedi la maternità che riguarda tutti, anche se il soggetto in questo caso è la donna. La questione non va vista come sinonimo di busta paga, ma come il rapporto generale che la società ha con il lavoro femminile. Ringraziando il cielo, perché questo va detto, le donne sono sempre più avanti, perché non è un caso poi che le donne siano quelle che vincono di più nei concorsi pubblici, non è un caso che le università siano ormai frequentate dalle donne anche in facoltà tradizionalmente maschili.

LIVIA TURCO
Non disdegno il termine protezione in termini generali, il problema è che questo governo non ne parla e non fa niente, quindi neanche per la protezione. Che cosa ha fatto? Proprio niente, niente. Che ha fatto questo governo rispetto alle politiche per le donne? Qualche mancetta… Ma non c’è un’idea, un progetto, politiche, ma nel modo più assoluto. Lei l’ha vista? Abbiamo visto il disegno di legge dell’Onorevole Buongiorno che ci fa ritrarre pesantemente in materia di lotta contro la violenza sessuale, questo sì l’abbiamo visto.

Molti dimenticano che l’Italia è un paese dove il delitto d’onore è stato abrogato nel 1981, esattamente 45 anni fa…per cui quando si dice che non è una “questione culturale”, allora che cos’è?

DACIA MARAINI
Infatti è solo una questione culturale. La biologia non c’entra niente. Le donne non sono più buone, più sensibili, più gentili degli uomini. Sono state costrette a sublimare, ovvero a trasformare l’aggressività in curatela. Le donne sono esseri umani, quindi capaci di fare il bene e il male, come gli uomini, solo che hanno imparato a controllare la loro violenza, tutto qui.

RITA ANNA ARMENI
Il 1981 è una data che per vari motivi ho “frequentato” molto in questo ultimo periodo, per le cose che sto scrivendo, e mi fa sempre molto impressione questo 1981 perché il delitto d’onore è una cosa che noi pensiamo riguardi paesi lontanissimi, arretratissimi, eccetera, mentre invece riguardava noi. E senza fare tanti sforzi, basta riguardare Giuseppe Verga, la cavalleria rusticana, i Malavoglia, e la letteratura meridionale della metà dell’Ottocento che è tutta sul delitto d’onore. Il delitto d’onore era una prassi sociale, una legge sociale fortissima, fortissima. Ma anche un sacco di film: Divorzio all’italiana, Sedotta e abbandonata. Chi commetteva un delitto d’onore aveva la possibilità, di usufruire di uno sconto di pena notevole. Quindi gli veniva riconosciuto, questo è il punto, un diritto di proprietà sulla vittima. Tipo in Pakistan, in Iran. Con il Delitto d’onore lo Stato riconosceva la proprietà, questo era il punto, a tal punto che, come dire, riduceva la pena. Questa è una cosa impressionantissima, non solo culturale ma era legge.

LIVIA TURCO
L’Italia è un paese che ha nel suo DNA una cultura fortemente patriarcale. Lei ha citato il delitto d’onore, ma se parliamo di una riforma importantissima come il diritto di famiglia che fu il superamento del Codice Rocco e che prevede la famiglia basata sull’eguaglianza giuridica tra i coniugi, sull’eguaglianza morale giuridica, sulla pari responsabilità verso i figli, sui diritti dei figli, sulla comunione dei beni, noi parliamo di principi che abbiamo nella Costituzione del 1948. Ma perché quei tre articoli della Costituzione sulla famiglia diventassero riforma, mandando a casa il Codice Rocco che prevedeva una famiglia proprietaria e patriarcale, dove la donna deve seguire l’uomo nella sua abitazione e sottostare alla sua volontà, si dovette aspettare fino al1975, Da quando è stata approvata la Costituzione e fino al 1975, abbiamo vissuto con una legislazione in materia di famiglia che imponeva il codice Rocco. Se non ci fosse stato il referendum sul divorzio che ha dimostrato come l’Italia era cambiata, e l’impegno di grandi donne nei partiti come Nilde Iotti, Giulia Tedesco, Adriana Seroni, Franca Falcucci, Tina Anselmi, Rosa Iervolino, probabilmente le cose non sarebbero cambiate. Noi abbiamo nel DNA, mi sono fatta questa convinzione, un elemento culturale profondo di cultura patriarcale proprietaria che non riconosce l’autorevolezza femminile. Bisogna scardinare questa convinzione e per scardinarla ci vuole quell’azione costante di messa in gioco della propria autorevolezza individuale, ricostruzione del noi, di noi, l’alleanza tra donne.

8 marzo, giornata internazionale della donna: che valore ha questo giorno considerando quello che stanno vivendo le donne iraniane?

DACIA MARAINI
Ha valore se aiuta a ricordare la storia delle donne. Se pensiamo solo a una giornata di feste e di pranzi, rimaniamo in superficie. Se invece ricordiamo che l’8 marzo è stato scelto come il giorno in cui si ricordano delle operaie che sono morte dentro una fabbrica andata a fuoco perché, come è successo ora in Svizzera un mese fa, i padroni avevano chiuso le uscite, allora forse qualche consapevolezza in più la si può avere.

RITA ANNA ARMENI
Credo che l’8 marzo abbia perso un po’ della sua forza propulsiva. Oggi se una forza propulsiva può venire, può venire solo da quei paesi là. C’è una cosa alla quale nessuno pensa, o quasi, ma io nei ci penso spesso, ed è che se noi dovessimo prendere tutta la popolazione femminile del pianeta, e dire quante donne godono della propria libertà, sia pure imperfetta? Su circa 8 miliardi di persone, 3,9 miliardi sono donne: quante sono quelle che possono godere di una emancipazione, non dico pari alla mia o alla tua, ma a quella delle nostre mamme? Secondo me pochissime, non si arriva al miliardo. Puoi mettere le donne degli Stati Uniti e del Canada, un pochino dell’America Latina, l’Europa, in parte, la Russia, e qui ci fermiamo. Perché per il resto del pianeta la situazione è drammatica, cosa sulla quale noi ci soffermiamo molto raramente a riflettere. Quindi non solo l’Iran ma anche le donne in Africa, le donne delle campagne cinesi, tutte le donne in Medio Oriente. Se noi avessimo uno sguardo con uno sguardo meno provinciale, più come dire, più capace anche di andare oltre sé stesse, perché poi ognuno naturalmente, giustamente è legato alla propria condizione, vedremmo delle cose drammatiche, matrimoni obbligati, manipolazioni sessuali, tutto, tutto…

LIVIA TURCO
questo 8 marzo è con le donne iraniane, è con loro, con il tanto che ci hanno dato e che ci hanno insegnato nel corso degli anni, quanto coraggio ci hanno trasmesso loro, ma voglio ricordare anche le donne ucraine, voglio ricordare le tante situazioni di conflitto. Questo 8 marzo mette insieme, deve recuperare lo spirito delle madri costituenti, le 21 donne che fecero la Costituzione e che combatterono contro il fascismo, per la democrazia, per la pace, le loro parole nell’Assemblea Costituente per la pace, il loro impegno per la cooperazione tra i popoli, quindi a partire da loro, a partire da quelle donne che hanno contribuito a stendere la Costituzione e che furono elette col suffragio universale, ma voglio ricordare anche quelle 2000 elette nei consigli comunali nel marzo-aprile del 1946. In genere si ricorda il diritto di voto come i referendum Repubblica e Monarchia e l’elezione dell’Assemblea Costituente, ma grazie al decreto del 10 marzo e grazie alla mobilitazione delle donne e dei partiti, le donne votarono nelle elezioni amministrative: furono elette 2000 consigliere comunali, furono elette 12 prime donne sindache, e le voglio ricordare, perché insieme alle madri Costituenti, noi dobbiamo sapere e leggere quella pagina importante di partecipazione politica che furono le elezioni amministrative del marzo-aprile del 1946, furono elette 2000 donne, andarono a votare nei consigli comunali, in tutti i comuni e poi, come sappiamo, va ricordata la pagina delle donne con il rossetto e la borsetta, in fila, eleganti, che misero la loro scheda nell’urna per l’elezione dell’Assemblea Costituente, come ci ha raccontato nel suo bellissimo film la Paola Cortellesi, che non finiremo mai di ringraziare.

8 Marzo 2026

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