Il mortifero Sanremo
Sanremo mortifero, solo Nino Frassica l’ha salvato con l’assurdo del paradosso
“A Cellino San Marco stanno guardando Rete 4…”, è la battuta che ha surclassato ogni altra possibile parola pronunciata sul palco del Teatro “Ariston”
Spettacoli - di Fulvio Abbate
Viva Nino Frassica! Il salvatore di Sanremo. Ora e sempre viva. Viva Frassica santo patrono protettore dell’Ironia laggiù in Riviera nei giorni appena trascorsi. Senza di lui, al Festival dei Fiori, avremmo avuto soltanto assenza d’ogni vero filosofico certificato, garantito intrattenimento comico, tenuto a freno da altri per non indispettire il mediocre giusto mezzo meloniano. “A Cellino San Marco stanno guardando Rete 4…”, è la somma battuta che ha surclassato ogni altra possibile parola pronunciata sul palco del Teatro “Ariston”.
Irrilevante perfino che nello specifico faccia riferimento ad Al Bano escluso dalla kermesse. Ma anche come ossessione per gli ascolti, lo spettro dei dirigenti del servizio pubblico e dunque dallo stesso ingessato conduttore Carlo Conti. Viva dunque l’ironia di Frassica, in sua assenza resa martire da comici contrattualizzati sebbene non proprio all’altezza del compito tra i gladioli di Liguria, e qui penso segnatamente ad Alessandro Siani. Viva Frassica Nino o dell’ironia finalmente sollevata, innalzata, espressa per intero, l’ironia altrove dispersa, sconfitta, calpestata, ciancicata dal luogo comune, tuttavia contrabbandata per vis comica da Punto Snai, e qui penso anche al, grazie al Cielo, non pervenuto Pucci. Viva Frassica, viva la sua intonazione svagata, il suo sarcasmo, il suo modo di porgere il paradosso, il suo spirito degno, direbbero alcuni, della ‘Patafisica (è la scienza assoluta delle soluzioni immaginarie elaborata dallo scrittore francese Alfred Jarry nel 1888) ecco quali armi hanno salvato dalle miserie spettacolari odierne. Ciò vale sia festival sia dai talkshow dove quotidianamente ci ritroviamo crocifissi a testa in giù alle più banali tavole di un dibattito senza costrutto. Abbasso i comici prestati alla spiegazione dei nodi politici, anche su questi ultimi ci sarebbe qualcosa da ridire. E che dire di un festival quasi ottantenne che si pretende “popolare” senza mai raggiungere l’acme della vera qualità, anzi, del riso quando non si affida a un mattatore che supponiamo in possesso di talento? Senza Frassica, il vuoto.
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Ma mettiamola giù in modo, diciamo, “colto”. Tutti noi possiamo adesso ben ritenere Nino Frassica il continuatore di un’opera incendiaria estranea al luogo comune, semmai riferita ai tic, alle paresi, alle ischemie del linguaggio: Frassica dunque come un naturale, istintivo ciclope dell’ironia, il massimo titolo che possa spettare a un genio dell’immaginazione e del riso, così come potrebbe raccontarlo in un saggio il filosofo Bergson. Si sarà compreso che queste mie parole su di lui hanno la pretesa di un osanna, apoteosi del talento: citiamo i suoi esordi prevedibili con Renzo Arbore, e ancora l’obbligo di riferirsi a Frassica con le maiuscole della grande letteratura teatrale scanzonata proprie di ciò che definiremo auto-varietà. Frassica, sia detto per inciso, è infatti l’inventore di sé stesso, di una propria drammaturgia comica, che lui secerne dai propri enzimi appunto inarrivabili.
Frassica, più dei personaggi di Samuel Beckett è interprete dell’Assurdo, del Paradosso, è autore di meravigliose battute costruite con l’oro naturale e perfino lo stagno del nonsense. Un sardonico palombaro dell’Assurdo messinese, la città di cui perfino l’inarrivabile Friedrich Nietzsche si innamorò, assai prima del tragico terremoto del 1908, al punto da dedicarle gli omonimi “Idilli”. Il miglior Frassica, insomma, risponde unicamente al proprio estro, ciò non gli ha impedito di mostrare il suo doppio salariato, che calza altrove la divisa e il freno a disco della Benemerita in una fiction che ne trattiene il talento sull’altare del senso comune televisivo, mi riferisco a “Don Matteo”. Eccolo allora il vero immenso Frassica che, in veste di direttore di un’ipotetica testata giornalistica fra gossip, almanacco del giorno inventato, costume e televisione con le sue imperdibili anticipazioni, sfavilla come ospite speciale, come fuori programma vivente, pezzo unico irriproducibile nell’ultima cena sanremese di Carlo Conti, portando finalmente un filamento incandescente di genialità là dove fino a un istante prima veniva servita solo prevedibilità da modesta scaletta canora.
Un Frassica così irresistibile, tanto che i medesimi ospiti, compreso il conduttore Conti, sovente non riescono a resistere, eccoli allora sempre in procinto di esplodere in una risata di ammirazione, puro riso che sembra custodire l’ennesima commenda per l’ex frate giunto fino a noi da Scasazza: perché questo Frassica è davvero un genio irrefrenabile. Solo gli sciocchi non riescono ad accedere al giacimento comico di Frassica, infatti, ed è meraviglioso vederli lì muti, incapaci di trascendere la propria prevedibilità, l’adesione all’ovvio. Dimenticavo, Frassica a Sanremo, così come da Fazio, in veste di direttore di “Novella Bella” si è mostrato in veste di esaminando di un potenziale attore, pronto a far esplodere ogni dispositivo comico, come già in passato quando lanciava il cibo ai suoi collaboratori-schiavi seduti alle sue spalle. Dal nulla, egli arreda il proprio show room della comicità (nel suo caso dire satira sarebbe riduttivo), e da questo punto in poi è subito un diluvio naturale di paradossi e di battute come “è un settimanale, ma fino a qualche tempo era un dodicennale, nel senso che uscivamo ogni dodici anni”. E ancora: “Il festival di Sanremo passa a La7 e si farà a Lucca”. Per finire: “Il segnale orario delle ore 17 passa a La7”.
Frassica, infatti, ha un potere di sovversione del senso comune televisivo per il quale meriterebbe d’essere appunto accolto alla Scuola Normale di Pisa con una cattedra, che so, di glottologia accanto ai grandi autori che hanno messo in dubbio perfino il linguaggio stesso come Georges Perec, l’autore funambolico che scrisse un romanzo senza mai usare la vocale “E”. Poi anche Boris Vian, l’autore di una canzone, “Il disertore”, lo stesso brano che a Sanremo è stata ibridata con “Su di noi” da Pupo, un cortocircuito linguistico notevole. Infine Raymond Queneau, quest’ultimo capace di mutare il cognome di un personaggio per tutta la durata del racconto. Così con la complicità delle sue spalle abituali, lo straordinario Francesco Scali su tutti. Mi tornano ora in mente sue trascorse battute da palmarès riferite proprio al mondo dei talk show pomeridiani: “Saranno ospiti in studio: un drogato di spalle, un drogato di lato e un drogato di faccia”, onore dunque a chi restituisce intelligenza a un pubblico ormai decimato nella fantasia dei pur professionali suoi colleghi che non sanno andare invece oltre il solito “oh, l’altro giorno mi’ cuggino…”. O ancora ‘La vita in diretta? Tra gli ospiti c’è uno strozzino che balla il liscio”.
Infine la recensione dell’autobiografia sbagliata di Iva Zanicci (sic). Il genio di Frassica, è bene lo sappiate, brilla fra due grandi virgolette d’autore. Alla fine, sempre pensando agli antecedenti, viene in mente Farfa (1879-1964), poeta laureato e antologizzato da Edoardo Sanguineti, anche lui patafisico, cui dobbiamo versi che Frassica potrebbe sposare: “Una lima più grande? Un limone”, “Un maglio più grande? Un maglione”. Solo la sovversione della banalità del linguaggio ci salva da un mediocre presente che non conosce vera fantasia. Viva Frassica, Frassica che ha salvato Sanremo dal Nulla.