Da oggi su HBO Max Portobello, la serie di Bellocchio
Dagli applausi al fango, l’insensata odissea di Enzo Tortora
“La mia non è stata una scelta fatta in nome di una battaglia civile - precisa il regista - mi ha colpito l’immagine di quell’uomo stupito che esce in manette dalla caserma prima di sprofondare nell’orrore”
Cultura - di Chiara Nicoletti
L’attesa è quasi fi nita per vedere fi nalmente in Italia la nuova serie di Marco Bellocchio, Portobello, che segue a Esterno Notte su Aldo Moro. Presentata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, questo nuovo progetto seriale del Maestro di I Pugni in tasca sarà disponibile da oggi sulla nuova piattaforma HBO Max, di fatto aprendone le porte in Italia. Portobello è dedicata alla drammatica vicenda del presentatore televisivo Enzo Tortora che fu protagonista di un’insensata odissea giudiziaria. Con Fabrizio Gifuni nel ruolo di Tortora, con cui Marco Bellocchio porta avanti un sodalizio artistico da tempo (all’attore era già stato affi dato il ruolo di Aldo Moro), la serie parte dal 1982, anno in cui Enzo Tortora è all’apice del successo. Conduce infatti la trasmissione Portobello, da qui il titolo alla serie, programma visto da un record di 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore dello show.
È un periodo di grande fermento, sia per Tortora, re della Tv anni 80 e nominato anche Commendatore della Repubblica sia per l’Italia, da lui stesso confortata dopo che il terremoto mette in ginocchio l’Irpinia e buona parte del paese. A subire uno scossone sono anche gli equilibri già molto instabili all’interno della Nuova Camorra Organizzata. Di quell’organizzazione mafi osa fa parte Giovanni Pandico (Lino Musella), uomo di fi ducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore abituale di Portobello. Sentendosi in pericolo con i nuovi assetti, Pandico decide di pentirsi ed al primo interrogatorio, mosso da invidia e desiderio di riscatto, fa il nome di Enzo Tortora, nella sorpresa generale. Le autorità giudiziarie, inaspettatamente, gli credono. Il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla porta della stanza d’albergo di Tortora che pensa a un errore. È l’inizio di un’odissea che Marco Bellocchio racconta lungo 6 episodi di un’ora. Perché raccontare questa storia? questa la prima domanda inevitabile che viene sottoposta al maestro Bellocchio in sede di conferenza stampa, a cui partecipa insieme a parte del suo cast tra cui Fabrizio Gifuni, Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Alessandro Preziosi ed Irene Maiorino. “La mia non è stata una scelta fatta in nome di una battaglia civile – precisa il regista – come in Esterno Notte era stata l’immagine di Moro a sollecitarmi, in questo caso la prima immagine è quella di un uomo stupito che esce in manette dalla caserma, un’immagine che noi abbiamo reinterpretato. Stupito perché ci sono tanti giornalisti, anche la Rai per cui lavorava. E c’era già una regia dentro quell’inganno: lo avevano fatto attendere per uscire, il capitano dei carabinieri gli aveva mentito, gli aveva detto ‘uscirai da una porta sul retro e nessuno ti vedrà’, ed invece.. Questa regia già stava funzionando e lui si chiedeva perché questo incubo durasse a lungo, un’angoscia terribile senza risveglio”.
Fabrizio Gifuni è ancora una volta impeccabile nel rendere tutte le sfumature di una persona complessa, a cui guardiamo nel periodo peggiore della sua esistenza. L’attore descrive le sfi de di questo ruolo: “L’obiettivo era restituire la complessità di un essere umano perché non esistono esseri umani banali e insignifi canti, tutti nascondiamo mondi meravigliosi. In questo caso era una fi gura particolarmente complessa che vive anche di contraddizioni reali o apparenti. Si è detto, ad esempio, che fosse un antipatico di successo che arrivò a 28 milioni di spettatori ma con una parte di Italia con cui non simpatizzava. Scopriamo che si batteva in solitaria per la fi ne del monopolio dell’emittenza televisiva, all’interno dell’azienda di Stato. Non apparteneva a nessuna Chiesa e nemmeno alla massoneria, era fi eramente laico in un Paese cattolico. Tutto questo non spiega ciò che è accaduto ma aiuta a capire che, nel suo caso, c’era già un’Italia che lo aspettava al varco. Poi era un fi ero orgoglioso che non ammiccava al pubblico. Non aveva la furbizia dei suoi tre colleghi Mike, Corrado e Pippo Baudo, che sapevano come essere amati. Anche le famose gaffe di Bongiorno erano un artifi zio, lui non voleva cambiare, voleva parlare un italiano inappuntabile, era un signore con l’attrazione per l’Inghilterra. Con Marco Belloccho abbiamo cercato di capire il prima e il dopo e il dopo è fatto di quello spavento che si trasforma in furia, controllata, ma che lo abita. Si sente tradito e solo oggi vediamo come questo lo accomuna ad Aldo Moro, da uno Stato che ti fa sentire abbandonato. Siccome non siamo storici o giornalisti d’inchiesta, tutto questo è stato tradotto in un fantasma da evocare”. Portobello parte dall’epoca d’oro per Enzo Tortora, dall’apice del suo successo, mostrando il circolo di persone con cui ha costruito la sua credibilità e il suo lavoro, a partire dalla sorella, suo braccio destro e scoprendone anche la parte sentimentale con l’inizio della storia d’amore con la giornalista Francesca Scopelliti, interpretata da Romana Maggiora Vergano. Tutto ciò per rendere ancora più tattile e comprensibile la dimensione angosciante dell’inganno che seguirà.
Come si scrive e dirige una storia del genere ma soprattutto come la si struttura in episodi? Risponde Bellocchio: “Quando si fanno queste storie, si legge, si studia, poi arrivati alle zone oscure, devi inventare, devi rischiare. L’ho visto nella serie su Aldo Moro e lo vedremo qui. Mi interessavano il primo teatro e il secondo teatro. Il primo è la trasmissione Portobello in cui Tortora conduce, è il primo attore. Il secondo, quello dei processi, dove l’uomo diventa impotente”. C’è chi la defi nisce una serie horror sulla giustizia, chiedendo a Bellocchio di raccontare, all’epoca, da che parte stava, visto che l’innocenza di Tortora, a giudicare da come si è svolta la vicenda, si è resa chiara, inspiegabilmente, solo a posteriori. Ricorda il maestro di quel periodo: “Quello che riempie di indignazione e di rabbia, è che questa evidenza sull’innocenza di Tortora, non lo era per i giudici, perché loro non potevano sbagliare, non potevano tornare indietro su una loro decisione. Io, allora, ormai ero già uscito dalla politica attiva, anche se non sono mai stato veramente un attivista, ma ero per un socialismo attivo non violento. Tortora all’epoca non lo capivo, questo liberale che non sbagliava mai una parola, un aristocratico che però aveva questo pubblico di 28 milioni di italiani, mi era un po’ indifferente. Dopo, progressivamente anche io mi sono posto delle domande. Molti giornalisti di primissimo livello, si fecero quella domanda: se l’hanno arrestato, evidentemente qualcosa ha commesso.” L’uscita di Portobello, seppur pianifi cata da mesi, esce, guarda caso, in un momento di fermento per il nostro paese, con il referendum giustizia alle porte. Marco Bellocchio non si pronuncia sulla sue posizioni al riguardo e neanche Fabrizio Gifuni che si preoccupa di chiarire il perché: “Il timore che abbiamo e per cui non rispondiamo per cosa voteremo, non è di essere strumentalizzati ma che nel rispondere, poi si parta con domande ulteriori del tipo: ‘visto che lei ci ha detto che vota x, ci vuole dire anche? E tutto questo farebbe un grande torto alla serie perché distoglierebbe l’attenzione da un’opera che è costata tanto lavoro. Vederla fi nire schiacciata su una contingenza, è un pericolo. Io ho un’idea molto precisa di quel che voterò e credo si possa dedurre facilmente ma ne parlerò dopo la messa in onda di Portobello. Chi ha curiosità, ci chiami dopo il 20 febbraio”.