Il libro di Luca Mastrantonio

Piombo e latte di Luca Mastrantonio, il reportage narrativo sull’omicidio di Dirk Hamer all’isola di Cavallo

Inizia come un noir di Chandler, ricorda “A sangue freddo” di Capote. Quello di Mastrantonio è un esemplare reportage narrativo sull’omicidio di Dirk Hamer, avvenuto sull’isola corsa nel 1978.

Cultura - di Roberta Caiano

19 Febbraio 2026 alle 18:30

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Piombo e latte di Luca Mastrantonio, il reportage narrativo sull’omicidio di Dirk Hamer all’isola di Cavallo

Piombo e latte (Bompiani) di Luca Mastrantonio – giornalista del Corriere – è un esemplare reportage narrativo sull’omicidio di Dirk Hamer di 50 anni fa (avvenuto su un’isola corsa) e sul presunto colpevole, il principe Vittorio Emanuele di Savoia, poi sul padre di Dirk, il dottor Hamer, che fonda la “Nuova medicina germanica” diventando un inquietante guaritore, sulla sorella di Dirk, la bellissima Birgit che si batte ostinatamente per far trionfare la giustizia (e che chiama ironicamente il principe “sua bassezza”), infine su di sé mentre oltrepassa la linea d’ombra della maturità.

Comincia come un noir di Chandler:Quando nell’agosto del 2016 arrivò in redazione la notizia di Angela, una ragazza morta dopo aver compiuto diciotto anni, non sapevo nulla di lei, della sua malattia…tantomeno potevo essere a conoscenza del legame con la vicenda di Cavallo dell’estate del lontano 1978”. Cominciando il libro pensavo che – nonostante il ritmo narrativo e la sapiente drammaturgia impressagli dall’autore -, l’ intera vicenda, avvenuta tanto tempo fa, mi lasciasse piuttosto indifferente. Eppure se ricongiungete pazientemente tutti i fili potreste fare qualche scoperta sorprendente.

Anzitutto il genere letterario. Certo, un reportage, ma di che tipo? Qui il coinvolgimento emotivo di Mastrantonio, uno sguardo partecipe, capace di empatizzare con i personaggi (che sfiora l’autofiction). Uno pensa al più grande scrittore-reporter della nostra epoca, Ryszard Kapuscinski, che in Africa viveva nelle capanne e infatti si beccò la malaria. Ma Kapuscinski ha raccontato solo guerre e rivoluzioni. Allora forse Mastrantonio andrebbe accostato a Truman Capote, al suo splendido A sangue freddo (1966), in cui il racconto di un quadruplice omicidio diventa non solo una radiografia del Sogno Americano ma l’espressione di una soggettività – quella dell’autore – che diventa il principale strumento di indagine: Capote si identifica con uno dei due omicidi, un uomo colto e intelligente. In Italia gli autori più vicini a questa modalità di reportage sono Bettin e Lagioia.

Riassumiamo i fatti: in quell’estate maledetta il giovane Dirk Hamer viene colpito nel sonno, mentre dorme sulla sua barca a vela ormeggiata nell’isola di Cavallo, da un proiettile che centra l’arteria femorale, e dopo 111 giorni muore. Principale imputato il Savoia, che si trovava lì davanti con la sua barca. Varie persone vi sono coinvolte, a seguito di un litigio violento scoppiato per l’uso di un gommone. Il principe verrà assolto in un processo in Francia. Ma Birgit, la sorella di Dirk, che scrive un libro per dimostrare la responsabilità del Savoia, ottiene – dopo essere stata querelata – una parziale rivincita in un processo italiano. Il padre di Dirk, a seguito della perdita del figlio, sente di avere una vocazione filantropica, e si inventa una cura improbabile per il cancro (basata su una teoria psicosomatica), che aiuta qualche malato ma ne farà morire tanti, tra i quali quell’Angela cui accennavamo all’inizio.

Qual è il tema di Piombo e latte? È racchiuso nel titolo stesso. Il “piombo” (del proiettile) e il latte che il povero Dirk, nel suo lungo calvario, invoca con insistenza poiché almeno momentaneamente sembra dargli sollievo. Veleno e contravveleno. Eppure, suggerisce la narrazione, i due simboli potrebbero avere tra loro una segreta relazione: il piombo cancella una vita, il latte – alimento materno – permette alla vita di continuare. Nella teoria di Garcia Lorca qui rievocata del “duende” (una parte della vicenda si svolge in Spagna), ovvero di quella misteriosa ispirazione artistica che come un folletto si impadronisce di qualcuno (poesia, flamenco…), scopriamo che nel duende vi è come una rischiosa vertigine che contiene sia la morte che l’opposizione alla morte.

Piombo e latte insomma condividono una qualche “radicalità”. Il latte stesso, che sarebbe l’antidoto naturale al piombo poiché ne rallenta la diffusione nel corpo, non può essere venerato come un’entità magica, e anzi risulta nocivo per chi è in dialisi (com’era Dirk): i suoi genitori non avrebbero dovuto darglielo. L’effetto perverso di questa torsione simbolica si vede bene nella terapia messa a punto dal padre di Dirk: la rinuncia a curare con i farmaci, il rifiuto della chemio in qualsiasi caso, l’affidarsi a un riequilibrio “naturale” (il latte?), il riportare il cancro soltanto a pulsioni e paure profonde, etc. implica qualcosa di insensatamente estremista. L’esistenza – impura e oscillante – non funziona così: è fatta di tentativi ed errori, di compromessi e riadattamenti, non sopporta tagli netti né risposte certe. E infatti il dottor Hamer, convinto che il corpo umano sia perfetto (per lui il motivo di un cancro al polmone è la paura di morire o un calo dell’autostima…), alla ricerca di una impossibile e mortifera “purezza” aderisce a teoria complottiste antisemite, insegue ovunque capri espiatori e vede in chiunque uno psichiatra che vuole internarlo (sarà arrestato). Rappresenta in queste pagine il lato fascinosamente oscuro della razionalità scientifica, l’inconscio arcaico della nostra cultura.

Perfino l’autore stesso ne viene contagiato, per un attimo: come non accordare la nostra fiducia a chi ci promette di rispondere a tutte le nostre domande e di dare un senso alla morte? La scienza però ha seguito un cammino diverso, e più umile: insistendo sul metodo sperimentale e sull’esercizio del dubbio ha rinunciato alla pretesa di un controllo totale e magico sulla realtà. Non sapremo mai chi ha ucciso Dirk quella notte di mezz’estate: qualcuno parla di un secondo tiratore, di una situazione confusa, etc., e pare non ci siano “prove schiaccianti”. Ma alla fine non ce ne importa nulla, così come non ci appassiona il “giallo” della morte di Pasolini, che non avrà mai soluzione. Tuttavia quell’evento, con il suo seguito – che Mastrantonio ci racconta puntigliosamente – ci mostra una verità sull’animo umano.

Da tutto il libro emerge un personaggio luminoso: la sorella della vittima, Birgit, immune al male oscuro di suo padre e capace di andare oltre l’odio: “Non odiare neanche i nemici, odiando un nemico si finisce con l’assomigliargli, com’è successo al padre con il Savoia”. A un certo punto racconta che una volta Moravia le disse che lei era vendicativa, non cercava davvero giustizia per il fratello. A distanza di anni Birgit gli dà interamente ragione: “All’epoca non sapevo che la giustizia passa attraverso il perdono, non la vendetta!”. Il male genera ovunque male, inesorabilmente. A meno che uno non trovi la forza, magari aiutato dall’invisibile duende, di interromperlo anche solo in un punto.

19 Febbraio 2026

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