L'app Happy Teaching
Il male oscuro degli insegnanti che diventa male oscuro della scuola
L’Università Lumsa ha preparato una app per monitorare e per combattere il burnout. Il concetto di “margine”
Cultura - di Dorella Cianci
Parlando spesso con gli insegnanti, si può notare come c’è una parola ricorrente nelle loro frasi: “margine”. Non di certo perché la scuola sia davvero ai margini della società (anzi, in ogni emergenza le si chiede di reggere l’urto), ma perché chi la tiene in piedi, giorno dopo giorno, si sente progressivamente messo da parte. Gli insegnanti avvertono di essere chiamati a fare da educatori, mediatori, burocrati, psicologi in prima linea, con grandissime responsabilità quotidiane, mentre il riconoscimento pubblico resta intermittente e la fiducia istituzionale sembra misurarsi più in adempimenti formali che non in un autentico sostegno.
È proprio in questo “margine” che il “burnout” (stato di esaurimento fisico da stress) prende piede, laddove il dibattito pubblico si alterna fra retorica e solitudine fattuale. Partendo da quest’analisi, sia pur brevissima e sommaria, si intende fotografare lo stato di salute degli insegnanti (proprio nel Paese di don Milani, di Maria Montessori e di tantissime altre figure che hanno davvero contribuito a rendere grande la pedagogia).
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Come stanno, dunque, i prof?
Presso l’Università Lumsa di Roma è nato, sul tema, il progetto Happy Teaching, un’app per monitorare, all’interno dell’Osservatorio Scuola e Benessere, il livello di stress dei singoli docenti all’interno delle comunità scolastiche. Nel Dipartimento di Scienze Umane, la direttrice Caterina Fiorilli ha descritto un quadro netto: un insegnante su due sperimenta periodi di stanchezza emotiva e cognitiva, tale da intaccare anche le prestazioni professionali. Per cui, nel momento in cui parliamo di burnout, dobbiamo anche renderci conto che siamo dinanzi a un malessere concreto: calo di attenzione, affaticamento già al mattino, irritabilità fino a patologie cardiovascolari o digestive, che a volte si fatica a riconoscere come legate all’ambiente di lavoro. È proprio su questo che l’Università Lumsa propone un approccio pragmatico con un’ app di automonitoraggio del benessere, testata in collaborazione con il Policlinico “A. Gemelli”, in cui vengono somministrati questionari e un feedback “a semaforo”, pensato per aumentare la consapevolezza e l’orientamento della condizione fisica e psichica degli insegnanti.
Accanto a quest’idea, l’Osservatorio punta anche su una continuità nella raccolta dei dati e sul trasferimento delle conoscenze, in modo che il benessere non sia una parentesi da ricercare di tanto in tanto, ma una variabile strutturale presa in considerazione anche dalle politiche scolastiche. In tal senso, lo sguardo europeo va proprio in questa direzione: non bisogna trattare il burnout come un problema individuale, ma come uno spiacevole esito di un sistema. La piattaforma educativa della Commissione UE aggiunge che il benessere degli insegnanti dipende da fattori come il carico di lavoro, ma anche da condizioni ambientali della comunità scolastica.
In questo dibattito può entrare anche il Patto Educativo Globale di Bergoglio, ripreso totalmente dall’attuale Pontefice, in cui si chiede di ricostruire il “villaggio dell’educazione”, rimettendo la persona al centro dei processi educativi. Quest’idea, implicitamente, parla anche di burnout, poiché se l’educazione è responsabilità condivisa, allora la scuola non può essere lasciata sola a gestire le fragilità sociali (sempre più in aumento nella società complessa). Alla luce di queste considerazioni, la domanda, dunque, non è più soltanto “come stanno gli insegnanti”, ma l’Osservatorio Lumsa punta a chiedere “quale scuola stiamo costruendo, se chi educa è in seria difficoltà”.
Purtroppo vanno segnalati ulteriori dati negativi, che contribuiscono alla “fatica strutturale” della scuola italiana: le risorse carenti, a iniziare dagli edifici. Il XXIII Rapporto di Cittadinanza Attiva precisa che circa la metà degli edifici scolastici ha più di sessant’anni, per cui una quota consistente è stata costruita prima del ’76, cioè prima della normativa antisismica. Questo contribuisce a far sentire gli insegnanti come professionisti “messi da parte”, anche rispetto alle infrastrutture e ai servizi. La ricerca internazionale fornisce delle indicazioni concrete. Occorrono procedure di semplificazione rispetto alle questioni burocratiche e personale di supporto, per togliere compiti non didattici ai docenti, cercando di rispettare un tempo “fuori dal lavoro”, che è necessario anche per ripartire con maggiore creatività, che è una delle basi dell’attività pedagogica.