Si è spento a 84 anni

Chi era Jesse Jackson, il reverendo erede di Martin Luther King che aprì la strada a Obama

Dalla marcia di Washington del ‘63 all’arresto nel 2021, quando ormai debilitato scese in piazza per protestare contro la morte di George Floyd: una vita intera al servizio della libertà e dell’uguaglianza

Esteri - di David Romoli

18 Febbraio 2026 alle 13:30

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AP Photo/Carolyn Kaster, File
AP Photo/Carolyn Kaster, File

Senza Jesse Jackson, scomparso ieri all’età di 84 anni, Barack Obama non sarebbe forse mai diventato presidente degli Usa né Kamala Harris vicepresidente. “Ha lastricato la strada per loro”, commentava ieri la Bbc e non si tratta di esagerazione. Non solo per le sue candidature alla presidenza negli anni 80, le prime volte in cui un nero candidato raggiunse risultati importanti in termini di voti, ma perché, con tutti i suoi chiari e scuri, la sua figura torreggia nella storia degli afroamericani negli ultimi decenni del secolo scorso e all’inizio di questo secolo più di quanto possa vantare chiunque altro.

Jackson era nato in South Carolina, nel profondo Sud delle Jim Craw Laws quando quelle leggi non scritte ma ferree che imponevano la segregazione razziale erano indiscusse, nel 1941. Come moltissimi neri del sud l’albero genealogico era composito: ex schiavi soprattutto ma anche qualche indiano Cherockee, un piantatore di origini irlandesi, persino uno sceriffo confederato. Il padre, Noah Robinson, era un ex pugile. Il marito della madre, Charles Jackson, lo adottò e gli diede il nome ma i rapporti con il padre biologico non si interruppero mai. Diceva di avere “due padri”. All’inizio degli anni 60 era già attivo nel crescente movimento per i diritti civili. Fu arrestato nel ‘60 durante una protesta pacifica contro le librerie e teatri segregati. Nel 1964, dopo la laurea, tornò a Chicago, dove aveva già frequentato un’università a prevalenza bianca abbandonandola perché silenziosamente razzista e si iscrisse al Seminario Teologico, anche se sarebbe stato ordinato reverendo solo nel 1968. E soprattutto, diventò rapidamente uno dei giovani leader emergenti nel movimento guidato da Martin Luther King, la Southern Christian Leadership Conference, partecipò alla famosa Marcia di Selma del ‘65, poi, di nuovo a Chicago divenne responsabile della Operation Breadbasket, contro la segregazione non dichiarata nelle assunzioni che condannava alla disoccupazione la massa dei giovani neri. Si inventò il boicottaggio delle aziende e dei negozi bianchi, la mobilitazione perché i consumatori si rivolgessero all’offerta afroamericana, prima nell’Illinois, poi a livello nazionale.

Jesse Jackson era nel parcheggio del Lorraine Hotel di Memphis il 4 aprile del 1968, parlava con King affacciato dal balcone del primo piano quando la fucilata di James Earl Ray uccise il leader nero. Jackson raccontava di essere stato l’ultimo a parlare con il reverendo King e forse non è vero. Si presentò in tv, il giorno dopo con il sangue di Martin Luther King ancora sugli abiti. Non gli mancava l’istrionismo ed era certamente molto ambizioso ma era anche il vero erede di King, quello tra i suoi seguaci più capace di cogliere i cambiamenti in corso e adeguare la lotta dei neri a una realtà che dopo la fine delle Jim Crow Laws era molto cambiata. Con Ralph Abernathy, il successore di Luther King alla guida della SCLC non andò ma d’accordo: erano tropo diversi. Abernathy era figlio dell’epoca dei diritti civili, Jackson guardava al razzismo nascosto dietro la disparità sociale ed economica.

Quella di Jackson era una mobilitazione che si articolava su due livelli per alcuni versi contraddittori: da un lato spingeva per la nascita di un autonomo capitalismo nero, dall’altro lavorava all’alleanza tra diverse etnie contro la divisione e lo sfruttamento di classe. Nel 1971 lanciò la longeva operazione PUSH (People United to Save, poi cambiato in Serve the Humanity) proprio per combattere le barriere di classe insieme a quelle razziali. Nell’84, con lo stesso obiettivo, battezzò la Rainbow Coalition, coalizione arcobaleno, cioè multirazziale. Allo stesso tempo lavorava per riaprire i canali di comunicazione tra la comunità nera e il Partito Repubblicano. Jackson era instancabile anche all’estero, una sorta di ambasciatore che grazie al credito di cui godeva nel Terzo Mondo trattava la liberazione di prigionieri americani e occidentali: in Siria, a Cuba, in Iraq, in Serbia. Clinton, che Jackson aveva prima osteggiato e poi appoggiato, lo nominò inviato speciale in Kenya. Nel primo decennio del XXI secolo diventò amico e sostenitore di Hugo Chavez in Venezuela.

Nelle due campagne presidenziali del 1984 e del 1988 Jackson fu il primo candidato nero a raccogliere milioni di voti e a vincere numerose primarie. Proprio nella campagna del 1984 lanciò la sua Coalizione Arcobaleno, nel corso della Convenzione nazionale di Gay e Lesbiche. La sua battaglia, sia pur perdente, contribuì in misura decisiva a cambiare la natura stessa del Partito democratico. Jackson ha scontato la sua quota di scandali: nel 2001 fu messo alla gogna per la relazione con una componente del suo staff, dalla quale aveva avuto un figlio. Nel 2013 la condanna del figlio minore, già eletto al Congresso, per appropriazione indebita di fondi elettorali, si riverberò negativamente anche sul padre.

Jesse Jackson non si è mai fermato, nonostante il Parkinson che dal 2017 lo aveva costretto a diradare drasticamente le attività pubbliche. Ma per quanto possibile è rimasto in prima linea sino all’ultimo: era a Minneapolis per guidare le proteste dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, e arrestato nel 2021 mentre protestava di fronte alla sede del Congresso. Una delle ultime apparizioni pubbliche è stata a sostegno della candidatura di Kamala Harris. L’omaggio più lucido a Jesse Jackson lo tributò Bernie Sanders nel 2024: “Nessun altro parlava nel Partito democratico di una democrazia multirazziale e multietnica, un movimento che non mirava solo a tenerci tutti insieme ma a tenerci tutti insieme intorno a un’idea di progresso”.

18 Febbraio 2026

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