Il caso a Bari

In un Cpr non esiste la morte naturale

La morte di un ragazzo di 25 anni nel centro di Bari Palese è “morte istituzionale”. Questi centri sono incompatibili con l’art. 32 della Costituzione

Cronaca - di Mai più lager- no ai Cpr

17 Febbraio 2026 alle 17:04

Condividi l'articolo

In un Cpr non esiste la morte naturale

Il decesso del ragazzo di 25 anni avvenuto nel CPR di Bari-Palese non è una fatalità, ma l’esito prevedibile di un sistema che ha trasformato la cura in una variabile dell’ordine pubblico. Come medico infettivologo che opera nel contesto penitenziario e dei CPR, non posso accettare la formula burocratica delle “cause naturali” per un giovane di vent’anni sotto la custodia dello Stato.
Ecco i tre punti che denunciano il fallimento del sistema:

1. Il paradosso dell’idoneità: la sanità come filtro fallato

La detenzione nei CPR inizia con un certificato di idoneità alla “vita in comune”. Eppure, i dati dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e le nostre osservazioni sul campo confermano che persone con gravi patologie pregresse, fragilità psichiche o tossicodipendenze vengono dichiarate idonee a celle prive di assistenza medica h24. Quando un ragazzo muore a 25 anni in queste condizioni, la responsabilità ricade sulla catena di comando che ha ignorato l’incompatibilità tra il suo stato di salute e la reclusione.

2. La “sedazione ambientale” e il vuoto assistenziale

Nei CPR non si cura, si contiene. Le inchieste di Altreconomia e i monitoraggi di Medici Senza Frontiere evidenziano un uso massiccio di psicofarmaci utilizzati come strumenti di controllo sociale per gestire la tensione dei reparti. Il “malore improvviso” è spesso l’ultimo atto di un corpo stremato dalla contenzione chimica o dall’assenza di un monitoraggio clinico tempestivo, reso impossibile dai tagli previsti dai nuovi capitolati d’appalto del Viminale.

3. La responsabilità del medico: pubblico ufficiale, non complice

La recente sentenza della Corte di Cassazione del 6 febbraio ribadisce che il medico in questi contesti è un Pubblico Ufficiale. Questo significa che ogni omissione, ogni silenzio su condizioni igienico-sanitarie degradanti o su abusi camuffati da prassi, ha una rilevanza penale oltre che deontologica. Non possiamo essere i notai che certificano l’agonia di chi è privato della libertà senza aver commesso reati.

Conclusioni

Le morti di Ousmane Sylla, di Wissem Ben Abdel Latif e del ragazzo di Bari, sono i nodi di un’unica corda che stringe la gola del diritto alla salute. Dobbiamo ribadirlo con forza: in un CPR non esiste la morte naturale, esiste solo la morte istituzionale. Questi centri vanno chiusi perché sono strutturalmente incompatibili con l’art. 32 della nostra Costituzione.

di: Mai più lager- no ai Cpr - 17 Febbraio 2026

Condividi l'articolo