Il referendum sulla separazione delle carriere

Quella nostalgia canaglia della DC: il referendum innesca prove di partito nella Chiesa

In vista del referendum i cattolici hanno deciso di contarsi, decisi a riprendersi la scena politica: dalle Acli milanesi di Petracca a Pro Vita fervono gli appelli, mentre non s’arrestano i sogni di Ulivo di Prodi e Ruffini.

Politica - di Fabrizio Mastrofini

6 Febbraio 2026 alle 10:00

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Foto Claudio Furlan/ LaPresse
Foto Claudio Furlan/ LaPresse

Ad ogni tornata elettorale, anche se si tratta del referendum del mese prossimo, spunta la vecchia idea di riaggregare il mondo cattolico dentro una qualche etichetta politica. È una dinamica con tanto il sapore da orfani della Democrazia cristiana, e mai superata. Né è valsa la smentita dell’altro giorno dagli organi di stampa ufficiosi della Conferenza episcopale italiana: quando il cardinale Matteo Zuppi ha parlato della necessità di andare alle urne sul tema della giustizia, non ha voluto entrare nel merito delle scelte ma solo richiamare il dovere della partecipazione “come espressione del bene comune”.

Ma non basta, perché grandi e piccoline manovre sono in corso da tempo. A Milano si muove il volontariato ed il terzo settore, almeno a sentire due esponenti come Paolo Petracca, già presidente delle Acli milanesi e oggi consigliere comunale e Fabio Pizzul, presidente della Fondazione Ambrosianeum. Secondo il primo “i cattolici sono minoritari in ciascuna delle compagini presenti nella politica milanese e sono distribuiti in tutto l’arco costituzionale, mentre invece sono egemoni nel mondo del sociale, soprattutto in materia di solidarietà”. E quindi dovrebbero darsi da fare. Per il secondo “la rappresentanza risulta problematica per una diffidenza abbastanza diffusa nei confronti di una classe politica che dà talvolta l’impressione di atteggiamenti strumentali”.

A fare eco, da destra (cattolica, s’intende), la mai sopita ala che gravita attorno a “Pro Vita e Famiglia”, che rilancia un’articolata analisi di Stefano Fontana, direttore dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa. L’idea da questo fronte è semplice: “promuovere i principi non negoziabili e i valori che la politica e – purtroppo – anche una certa parte della gerarchia ecclesiastica sembrano aver dimenticato: è la proposta di una strategia da realizzare per non perdere la speranza”. Di fronte ad un deep state che c’è anche se non si vede è è l’analisi – a poteri forti e super occulti che tramano per controllare le coscienze, servono sacche di resistenza di famiglie e cittadini che pratichino procedure educative e sociali alternative. Tra paranoia da un lato e la critica ad una gerarchia che non contrasta più le derive laiciste, abortiste, eutanasiche, i laici devono alzare la voce. Come, non è poi molto chiaro.

Da notare che l’Osservatorio è intitolato al cardinale vietnamita che ha trascorso tredici anni in carcere a causa della sua fede, prima di venire liberato nel 1988 e presiedere in Vaticano l’allora Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace dal 1998 al 2002, anno della morte. E chissà se sarebbe stato d’accordo ad avere una fondazione a lui intitolata così chiaramente conservatrice. Ma in ogni caso, tra la politica milanese di gloriosa tradizione da un lato, un Ernesto Maria Ruffini ex-dominus delle Entrate che chiede un nuovo Ulivo dove i cattolici abbiano il loro spazio, e una Conferenza episcopale che si defila, c’è un mons. Vincenzo Paglia che continua a invocare un impegno pubblico di segno nuovo: l’Italia senza l’Europa è destinata a diventare residuale.

Nei giorni scorsi lo ha detto chiaro e tondo: “Destra, sinistra e centro non bastano più. Ciò che serve è una nuova alleanza tra cattolici, laici di matrice umanista, capace di restituire all’Europa una prospettiva universale fondata su fraternità, solidarietà e responsabilità storica. Senza questo ritorno al sogno, la politica resta amministrazione senz’anima e il futuro una terra già disegnata. Da altri”. A questo forse servirà il referendum, almeno per il mondo cattolico: contarsi e riflettere, senza sapere bene se guardare al passato o al futuro. Per il passato, qualche giorno fa all’Istituto Sturzo a Roma è stato ricordato l’equilibrio dei poteri ed il disegno dello Stato messo in campo dai Costituenti con la Carta costituzionale, con qualche nostalgia per le lezioni dei cattolici di allora, come Gronchi, Moro, Gonella.

Ma all’orizzonte non sembrano esserci figure di statisti capaci di invertire la disaffezione sottolineata da mons. Paglia: “un dato drammatico incombe su tutto: in Italia il 50% dei cittadini non vota. È un segno di disaffezione profonda, che non può essere ignorato. Continuare a discutere di schieramenti significa occuparsi di ‘questioni di cortile’, mentre metà del Paese resta fuori dalla partecipazione democratica. Qui si gioca, appunto, una responsabilità storica del mondo cattolico e laico insieme”. Ma la domanda per tutti è semplice: se la Cei sta a guardare tiepidamente, forse non è più l’era di una aggregazione politica del mondo cattolico. O no?

6 Febbraio 2026

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