Affreschi posticci
Angelo col viso di Giorgia Meloni, l’imbarazzo della Chiesa per il dipinto di San Lorenzo in Lucina
Smentite, precisazioni, scuse varie. Ma la storia è molto semplice: un sagrestano con simpatie di destra ha modificato un affresco offrendo a Giorgia Meloni il corpo di un angelo. In una basilica a due passi da palazzo Chigi
Politica - di Fabrizio Mastrofini
Un angelo con le fattezze di Giorgia Meloni campeggia da tre giorni nella Basilica romana di san Lorenzo in Lucina, a metà di via del Corso, dunque centralissima. È un pasticcio ecclesiale e inevitabilmente politico. Nella cappella in fondo a destra, insieme alla lapide di re Umberto II, spunta un affresco restaurato dove vedi un angelo con il viso di Giorgia Meloni. Inutile dire che la Basilica è un riferimento per il mondo monarchico, considerando che il parroco, Daniele Micheletti, è anche rettore del Pantheon dove sono sepolti Vittorio Emanuele II, re Umberto I e la Regina Margherita. Il restauratore “de noantri” è Bruno Valentinetti, anche sacrestano.
La rivelazione del quotidiano La Repubblica ha complicato e non poco il fine settimana del Vicariato che ovviamente ha l’ultima parola sulle chiese della diocesi, anche quando non sa niente di cosa accade. E così si sono affastellate in poche ore ben due dichiarazioni. La prima in cui il cardinale Reina “prende le distanze” dal parroco ed esprime “amarezza” per l’accaduto. La seconda, più netta, in cui si dice che “riguardo al restauro della decorazione pittorica della cappella del Crocifisso nella chiesa di San Lorenzo in Lucina si precisa che sia la Sovrintendenza sia l’ente proprietario, oltre all’Ufficio per l’edilizia di culto del Vicariato di Roma, erano al corrente dal 2023 di un’azione di restauro ‘senza nulla modificare o aggiungere’ sull’affresco in questione di recente fattura (anno 2000); pertanto la modifica del volto del cherubino “è stata un’iniziativa del decoratore non comunicata agli organismi competenti”.
Insomma, il restauratore (che appunto è anche sagrestano, forse per risparmiare?) è intervenuto su una sua stessa opera di 25 anni fa, senza dire niente a nessuno. Incredibile? Nel mondo cattolico, anche nella diocesi di Roma, accade questo e molto altro. “Il Vicariato – aggiunge la nota – si è impegnato ad approfondire la questione con il parroco monsignor Daniele Micheletti e a valutare eventuali iniziative”. Poi la conclusione del Vicariato e dunque del cardinale Reina: “non strumentalizzare l’arte sacra”. Le immagini d’arte sacra e della tradizione cristiana “non possono essere oggetto di utilizzi impropri o strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria”.
Tutte precisazioni a cose fatte e nessuna misura concreta per togliere da lì i diversi protagonisti, responsabili del grande pasticcio. A ciò si aggiunge la beffa: il restauratore Bruno Valentinetti ha negato ogni somiglianza, nella migliore tradizione pilatesca del lavarsi le mani, dando la colpa ai giornalisti: “Ve la inventate voi. Io non noto nessuna somiglianza, ho fatto solamente quello che c’era prima e basta”. Peccato che non abbia smentito una sua candidatura a destra, negli anni scorsi, per il Primo municipio della capitale.
Il caso è diventato politico: il ministro per la Cultura manda un’ispezione; le opposizioni incalzano; la maggioranza accusa gli altri di essere ossessionati da Giorgia e dal suo successo. La Meloni stessa invece di tacere scherza: “non somiglio ad un angelo”. Sottotraccia resta una diocesi dove ogni parroco può fare come gli pare, tanto non succede niente. Anzi va anche bene così perché mai tante persone hanno affollato per curiosità la basilica di domenica e fotografato l’affresco, il cui pregio artistico, dentro un edificio storico, è tutto da discutere e accertare.
Nico Spuntoni su Il Giornale ricorda il caso di Terni, dove mons. Vincenzo Paglia quando era arcivescovo lì, a inizio Duemila, venne messo in croce per un affresco nella controfacciata della Cattedrale.
Si tralascia di dire che i tradizionalisti cattolici ravvisarono in quel Giudizio Universale, peraltro non proprio un capolavoro, la prova provata della “omoeroticità” dell’arcivescovo stesso a causa dei nudi profusi un po’ ovunque. Nella Cappella Sistina e in tutto il Vaticano vanno bene, nella cittadina laziale evidentemente non devono trovare posto. La vicenda di Terni ripropone nello stile la vicenda della Basilica romana di san Lorenzo in Lucina: ogni prete in fondo fa come gli pare e il vescovo locale è l‘ultimo a sapere. Quando viene a conoscenza smentisce, ma tanto ognuno resta al suo posto, affreschi compresi, sia a Terni sia nel caso dell’angelo meloniano nel centro di Roma. Che però va bene perché inneggia a destra.