Parola al filosofo e germanista
Intervista ad Angelo Bolaffi: “Occidente da ricostruire anche senza USA, il muro oggi è a Washington”
“La Germania dà ormai per scontata la fine dell’era transatlantica. Trump sta divorziando dall’Occidente. Questo Occidente va ricostruito e se non c’è l’America, beh, peggio per lei. L’Europa? gli attacchi del leader Usa le hanno dato uno scossone. E Meloni ora è in grande difficoltà...”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Il mondo di Trump visto dalla “locomotiva d’Europa”: la Germania. L’Unità ne discute con il professor Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista.
Da Minneapolis a Teheran, passando per il Venezuela, la Groenlandia e gli attacchi sbeffeggianti all’Europa, della quale la Germania resta, ancora, per quanto in difficoltà, la “locomotiva”. Professor Bolaffi, visto da Berlino che mondo è quello declinato da Donald Trump?
Credo che l’ultima speranza o comunque un residuo di essa di ravvedimento sia stato cancellato dal discorso del cancelliere Merz a Davos. Nel senso che la Germania dà ormai per scontata la fine dell’era transatlantica. Questo non significa che in un ipotetico “nuovo domani”, se è quando potrà esserci, non possa riaprirsi un discorso. Di certo con Trump l’America che tenne a battesimo, e in qualche modo a guinzaglio, la Germania, non c’è più. E questo sì segna uno scarto epocale la cui portata può essere meglio compresa se si fa ricorso alla storia.
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Vale a dire?
Beh, non va dimenticato che l’ordine transatlantico, nato dopo il ’48, era un ordine che prevedeva, nel contesto della realtà della Guerra fredda, un mondo basato sul multilateralismo. Per quanto riguarda l’Europa, il processo di superamento della guerra civile europea, che puntava alla unificazione del vecchio continente, era chiamato a fare i conti con il grande punto interrogativo della questione tedesca, che era poi quella che ha pesato, dal 1870 in poi, sulla storia europea. Uno scoglio che si tendeva a superare integrando l’allora Germania Ovest nel processo di unificazione europea e nel processo politico-militare di costruzione della Nato. Un passaggio-chiave, nei rapporti transatlantici, avviene dopo la caduta del Muro di Berlino.
Cosa avviene in quel momento?
L’America guidata da Bush padre fa un’apertura di credito, se non illimitato certamente come mai in passato, ad una Germania che Bush senior arriva a definire partner in leadership. Una Germania democratica che fuoriesce da una storia post bismarckiana, nonostante i sospetti degli alleati europei, dalla Thatcher ad Andreotti a Mitterrand, questa Germania viene vista come un Paese pivot nel futuro del mondo post-Guerra fredda. Tutto questo è finito. La Germania è unificata, ha i suoi problemi economici e politici, ma quel mondo lì è finito. E la Germania, che si sentiva protetta e al tempo stesso garantita dal benevolo egemone americana, deve fare i conti col fatto che questo benevolo egemone non c’è più. E questo apre molti interrogativi. In questo scenario dall’incerto divenire, va rimarcato che il più transatlantico tra gli alleati europei è quello che in qualche modo deve suonare la campana a morte della vecchia alleanza.
Dentro questa crisi transatlantica, non c’è anche una crisi, non solo geopolitica ma soprattutto di visione e di identità condivise, dell’”Occidente”?
Sì e no. Il termine “Occidente” è carico di significati plurimi. C’è anche un Occidente visto e declinato da destra. “Difendiamo l’Occidente contro i comunisti”...Quello era un altro Occidente rispetto a quello democratico e transatlantico che guardava con una coinvolgente fiducia alla nuova frontiera di Kennedy e quant’altro. I valori dell’Occidente esistono ancora adesso. Ma questi valori vengono violati da Trump. Non è che l’Occidente non c’è più. È l’America di Trump che abdica alla funzione di “custode” della costituzione occidentale, e decide di tornare ad essere una potenza nell’emisfero occidentale che quei valori occidentali nega e calpesta. È Trump che tradisce l’Occidente, e in esso l’Europa, e non viceversa. Non è soltanto Maduro, è che spara sui suoi stessi cittadini. Più che Caracas. Minneapolis. Ma per onestà intellettuale e verità storica va anche detta una cosa che può non piacere agli aedi della democrazia americana pre-Trump.
A cosa si riferisce, professor Bolaffi?
Per risponderle, mi rifaccio a un grande insegnamento dello storico tedesco Heinrich August Winkler, il quale mise in evidenza che i padri fondatori della Costituzione americana erano quelli che per primi l’avevano violata. Tutti gli uomini nascono liberi, con eguali diritti naturali, proclamava la Costituzione americana. Benissimo. Se non fosse che mentre lo proclamavano, avevano gli schiavi. Questo non significa che i principi fossero sbagliati, tutt’altro, è che quei principi non venivano conseguentemente applicati. L’America questo lo ha fatto sempre. Ricordiamoci gli interventi armati. Farne l’elenco coprirebbe lo spazio della nostra conversazione. Tuttavia, e questo mi distingue dalle posizioni che sono estremisticamente antioccidentali, è proprio questa contraddizione ad essere fruttuosa, che si può far valere, come ha fatto, con grande efficacia, nel suo discorso a Davos il premier canadese Mark Carney, il quale, in buona sostanza, ha detto a Trump che tu stai tradendo i valori dell’Occidente, sei tu che non li stai applicando ma li stai combattendo. È l’America che “divorzia” dall’Occidente, tradendone i principi e i valori fondanti. L’Occidente nega se stesso quando non si comporta da Occidente, quando non è conseguente ai valori di democrazia, di libertà, di rispetto del diritto internazionale e altro. Questo Occidente va ricostruito e se non c’è l’America, beh, peggio per lei. E va ricostruito attorno ad altri attori, come l’Europa, l’Australia, il Giappone, la Nuova Zelanda e altri ancora. Insomma. Vi sono delle forze che possono ricostruire l’Occidente. E l’America dovrà decidere da che parte stare.
Professor Bolaffi, c’è chi ha accostato la violenza delle milizie armate, dell’Ice, a Minneapolis con lo squadrismo delle SA e delle SS della Germania nazista. È un accostamento del tutto azzardato?
Per marcare la gravità delle violenze di cui si sono macchiate le milizie di Trump non c’è bisogno di accostamenti che finiscono per essere forzati. Se pensiamo alla “Kristallnacht” (la Notte dei Cristalli) del 1938, la risposta è no, i due fenomeni non sono comparabili. Quando pensiamo alle SA o alle SS che attaccano le sedi sindacali o scatenano violenze contro i cittadini…Lì c’era una discriminazione chiara. Erano nazisti o si stava con loro oppure si veniva trattati come nemici da colpire ed eliminare. Se la prendevano in particolare con gli ebrei e i comunisti. Stiamo parlando della Germania dopo l’incendio del Reichstag, quando furono proclamate le leggi d’emergenza, dopo il voto del marzo del 1933. In America, nonostante tutto, c’è ancora un’opinione pubblica che funziona, dei media che ancora funzionano ed esprimono critiche anche dure verso l’amministrazione Trump, un Parlamento aperto, giudici che difendono e praticano l’indipendenza del potere giudiziario, partiti che agiscono… Il comportamento delle milizie trumpiane a me ricorda quello di certi sceriffi del Far West, quando impiccavano per strada applicando una cosiddetta “legge”. Certamente l’America è all’inizio di un percorso molto scivoloso. Le SS operavano in un ambiente nel quale tutti i valori e i principi democratici erano già stati violati, politici, sindacali, giuridici etc. Qui siamo all’inizio di un processo che può portare a una forma di fascismo. Ma non siamo nel fascismo. Sono comportamenti fascisti.
Questa guerra continua che Trump, ed anche il suo vice Vance stanno portando avanti contro l’idea di una Europa soggetto politico e identitario, non pone l’Europa di fronte a una scelta epocale?
Non dimentichiamoci che l’Europa è in una guerra iniziata da Putin. I due lavorano insieme. Non è solo Trump che attacca l’Europa. Il primo che ha aperto il vaso di Pandora è stato Putin. Disse una volta Mitterrand: l’Europa unita, se ci sarà mai, nascerà dopo una Terza guerra mondiale. Ora, non dico che noi siamo in una guerra mondiale, ma certo siamo in una situazione in cui l’Europa è chiamata a compiere scelte inaudite, impreviste. Che possono funzionare, se si vuol essere cinici, come una sorta di pedagogia della paura.
In che senso, professor Bolaffi?
Nel senso che gli europei stanno facendo passi verso la loro unificazione con una velocità che probabilmente senza la sfida trumpiana non avremmo conosciuto, o forse ci sarebbero voluti altri decenni o forse non ci saremmo mai arrivati. E non è detto che il percorso europeo raggiunga il traguardo dell’unificazione politica sovranazionale. È ancora in fieri. Ci sono tentativi in atto. Si parla di un esercito comune, ad una unificazione sulla base del progetto-Draghi…Tutte cose buone e giuste. Ma vanno fatte, però. A Davos, all’ombra della “montagna magica”, certamente è avvenuto qualcosa di estremamente importante, cioè un salto qualitativo nel rapporto verso l’America, confermato da un vergogno commento di Trump nei confronti della von der Leyen, “colpevole” ai suoi occhi di aver firmato un trattato con l’India.
L’Europa in due settimane ha firmato due trattati che riguardano miliardi di persone. Si sta muovendo come soggetto politico. Ci vorrà ancora molto, però dopo la risposta sulla Groenlandia, dopo la risposta in difesa di Zelensky, dopo la risposta a Davos, gli attacchi di Trump hanno dato uno scossone all’Europa, costringendola a schierarsi. In questo quadro, non so cosà faàa la nostra presidente del Consiglio. Giorgia Meloni è in grande difficoltà.
Sta franando il suo auto proclamato ruolo di “pontiere” tra Trump e l’Europa?
Rischia di fare la fine del ponte di Messina. Un ponte sul vuoto, ma lo sa pure lei. Tant’è che, furbescamente, ha approfittato di un tema tipicamente emotivo di destra – i nostri militari in Afghanistan offesi da Trump – per prendere per la prima volta in maniera esplicita le distanze dal tycoon. Meloni si trova oggi in grossa difficoltà. D’altro canto, i sommovimenti in atto non riguardano solo i rapporti transatlantici, ma investiranno sempre di più gli stessi equilibri interni ai Paesi europei. Siamo dentro una fase di enorme trasformazione. Epocale. Nell’89 è caduto il Muro di Berlino. Oggi è caduto il Muro di Washington. Non siamo alla fine della storia, per dirla con Fukuyama, ma siamo all’inizio di una nuova storia.