Il futuro del Paese
Iran: né con i Mullah né con lo Scià, dalla parte di chi lotta contro ogni regime
Poiché oggi la priorità è fermare il regime degli Ayatollah, è essenziale non riscrivere la storia. Nessuna corona, come nessun turbante, vale più della libertà, della vita e della dignità delle persone
Esteri - di Elisabetta Zamparutti
Considero le reazioni al mio post su Facebook – quello in cui raccontavo di essere stata a una manifestazione “con gli amici della resistenza iraniana” condividendo lo slogan “né con i Mullah né con lo Scià” – un progetto politico, prima ancora che un elenco di insulti. Sono un documento che descrive lo stato del dibattito sull’Iran e il livello del suo condizionamento da parte di chi vorrebbe imporre la propria idea di futuro con la violenza delle parole, la denigrazione dell’avversario se non addirittura con la minaccia esplicita.
Nel testo che ho scritto citavo Esmail Mohades: “il futuro degli iraniani non può consistere nella sostituzione di una corona a un turbante”. Un’affermazione semplice, in linea di massima condivisibile. Eppure, proprio questa idea – che la storia sia un processo di emancipazione e non un gioco dell’oca di simboli intercambiabili – ha scatenato una valanga di insulti, accuse, delegittimazioni e vere e proprie intimidazioni. Nei commenti non c’è solo dissenso politico. C’è l’idea che chi non si allinea alla loro soluzione sia automaticamente un “traditore della patria”, un “terrorista”, un nemico da eliminare. C’è chi promette vendette future, chi parla di “anno del sangue”, chi compila liste di proscrizione virtuali e intanto proclama maledizioni attuali. È un linguaggio che conosciamo bene: sono parole che non si trovano nel dizionario della libertà, ma in quello della sua negazione. E poi, chi le pronuncia si qualifica come sostenitore di una soluzione di transizione affidata al Principe Reza Pahlavi. Alcuni li conosco e so che parlano di una federazione che include vari soggetti, alcuni anche interni all’attuale regime.
Colpisce un elemento ricorrente: la pretesa di parlare a nome dei morti, dei “martiri”, dei giovani uccisi nelle piazze iraniane. Come se il sacrificio di chi si è ribellato all’attuale regime teocratico iraniano possa essere sequestrato da chi vuole silenziare chi osa pensare che la libertà non coincide con il ritorno a un passato autoritario. In questo modo non si difende il popolo iraniano: si nega agli iraniani vivi – dentro e fuori dall’Iran – il diritto di discutere, scegliere, immaginare. Si fomenta il progetto di sostituire alla teocrazia dei Mullah una teologia della monarchia, dove il Re diventa intoccabile e la critica un sacrilegio. Ancora più inquietante è la disinvoltura con cui si usano etichette come “terroristi”, “setta”, “pagliacci pagati” con l’unico obiettivo di squalificare moralmente l’interlocutore. È lo stesso metodo, sono le stesse parole che il regime degli Ayatollah utilizza da decenni contro ogni opposizione: delegittimare, disumanizzare, ridurre al silenzio, annientare. Al punto da arrivare, nei confronti degli appartenenti alla resistenza iraniana, a giustiziarne quasi 30.000 in un breve lasso di tempo, in virtù di una fatwa emessa da Khomeini nel 1988. Un massacro per dimensioni analogo a quello in corso. Un massacro pubblicamente e ripetutamente rivendicato nel corso di tutto il 2025 e annunciato come pronto a ripetersi di fronte a manifestazioni di dissenso.
Nessuno lo ha sentito? O si è fatto finta di non sentire lasciando così che accadesse il massacro che si è compiuto nelle dimensioni ancora tutte drammaticamente da rivelare, conoscere. Ma che di certo non può sorprendere. Sia perché era stato annunciato dalle autorità. Sia perché un Paese che arriva a giustiziare quasi 2.200 persone nell’arco di un anno spiega di cosa sia capace e fino a dove sia pronto ad arrivare, incapace di concepire di fronte alla crisi in atto, null’altro che l’oppressione. Io non ho mai preteso di “decidere per gli iraniani”. Ho rivendicato, questo sì, il diritto – e il dovere – di stare dalla parte di chi lotta contro la pena di morte, contro la repressione, contro ogni regime. E’ cosi che con Nessuno tocchi Caino ho incontrato la resistenza iraniana di Maryam Rajavi. Ho imparato da Marco Pannella che quel che conta è considerare gli aggrediti, le vittime dei regimi, attuali e passati e gli amici della resistenza iraniana mi vedono oggi, come hanno visto Marco, al loro fianco proprio per questo, perché vittime dei regimi.
La resistenza iraniana è perseguitata ancor oggi dal regime teocratico, ed è per questo che va sostenuta senza ambiguità. Dire questo non indebolisce la lotta agli Ayatollah anzi, la rafforza. Siccome oggi la priorità è fermare il regime degli Ayatollah, è essenziale non riscrivere la storia né sospendere il giudizio sui regimi del passato. Perché non vorrei che dopo l’accondiscendenza dell’Occidente verso l’Iran dei Mullah, si affermi ora, con altrettanta leggerezza, una politica del trasformismo, dove cambiano i simboli ma restano intatti privilegi, violenza e intolleranza.
Il futuro dell’Iran non nascerà dalle minacce, né dagli insulti, né dalla nostalgia autoritaria. Nascerà – se nascerà – dal riconoscimento del pluralismo, dal rifiuto di ogni violenza politica, dalla capacità di dire che nessuna corona, come nessun turbante, vale più della libertà, della vita e della dignità delle persone. Nascerà dalla capacità di rinunciare ad una giustizia vendicativa e di organizzare invece una grande opera di verità e riconciliazione. Verità per le vittime del passato e riconciliazione per guardare al futuro. Nascerà dal dialogo, dalla nonviolenza: quella a cui i detenuti nei bracci della morte delle carceri iraniane hanno dato corpo per 105 settimane ogni martedì per dire: basta pena di morte!.