L'ex presidente della Camera
Intervista a Fausto Bertinotti: “Il nuovo capitalismo è stufo della democrazia”
“Bambini arrestati, esecuzioni in strada, deportazioni: ciò che accade negli Usa è orribile, ma per coglierne davvero il senso bisogna andare oltre Trump. Il punto è che stiamo assistendo all’avvento di un’era tecnocratica che ha sfondato le istituzioni e si avvale di guerra e saccheggio per raggiungere i suoi scopi”
Interviste - di Graziella Balestrieri
Nemmeno George Orwell avrebbe potuto immaginare un mondo così ma il 2026 è andato oltre ogni più pessimistica visione del mondo: dalla cattura del presidente venezuelano Maduro fino alle “voglie matte” di Trump, vedi Groenlandia. L’America di poche stelle e molte strisce, di sangue, di esecuzioni per strada, dei bambini usati come esche. L’Europa sull’orlo di una crisi di nervi e l’Iran che cerca di riprendersi disperatamente la propria libertà e la propria storia. Di questo e molto altro parliamo con l’ex presidente della Camera e segretario di Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti.
Trump ha messo in piedi il Board of Peace per la ricostruzione di Gaza…
In politica si usa raramente la parola ‘scandalo’, ma anche quando viene usata ha diverse interpretazioni. Qui si può usare, perché veramente siamo dinanzi a un fatto eccezionale, Uno scandalo perché è davvero un atto di messa in discussione radicale di ciò che resta dell’ordinamento internazionale nato dalla vittoria contro il nazifascismo. Nessuno di noi non può non vedere il logoramento che le Nazioni Unite e le regole hanno subito in questo ultimo quarto di secolo, ma qui c’è ben altro che un logoramento, c’è la scelta di collocarsi al di fuori della norma condivisa e favore di una privatizzazione delle relazioni internazionali. Cioè non solo non c’è più l’ONU, ma non ci sono più neanche gli Stati. A dettare legge è l’economia, o meglio un’economia di rapina. Si dovrebbe indagare più a fondo la relazione tra questa economia di rapina e la nascita di un nuovo colonialismo. Un colonialismo che questa volta, invece di essere prodotto dalla combinazione di Stato ed economia produce un rovesciamento dello Stato. L’economia di rapina prende il sopravvento anche sullo stesso Stato imperialista.
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L’Europa “che dovrebbe contare” (Germania, Italia, Francia, Gran Bretagna) fa bene a non partecipare a questo Board of Peace?
Fa bene chiunque abbia un residuo senso di dignità della politica a sottrarsi a questa cosa veramente sconcertante. In una condizione che non fosse quella odierna di deprivazione della politica che è stata esercitata, ci sarebbe stata una ribellione generale, ci si sarebbe sollevati contro una rottura-provocazione rispetto a qualunque attesa, anche solo vagamente legata alla storia della modernità. Qui siamo al di là della modernità: siamo ripiombati piuttosto nel periodo colonialista. È una grossa tessera del mosaico quella che è stata definita da Trump: il quadro è quello di una nuova era tecno-feudale che corrisponde a una gigantesca regressione di civiltà.
Nessuno dei leader europei sembra in grado di contrastare in qualche modo il tycoon… dobbiamo affidarci a Macron, che è quello che nel suo paese ha meno consenso di tutti?
I leader europei confermano ancora una volta la loro inesistenza. Sono controfigure di leader politici. Peraltro l’Europa, l’Europa politica, si rivela, anche rispetto alla vicenda della Groenlandia o dei dazi, del tutto inesistente, un vero nano tra i nuovi giganti. Si potrebbe dire che l’Ue è arrivata al capolinea del suo fallimento, determinato principalmente dall’idea di costruire un’Europa politica senza la politica. Prima si è pensato di costruirla con il carbone e con l’acciaio, poi di costruirla con il mercato, con la parità di bilancio, con Maastricht, e adesso c’è l’idea di costruirla con il riarmo. Naturalmente queste idee non sono uguali tra loro, ma di queste il riarmo è forse la peggiore. In ogni caso, queste idee sono l’idea che la politica seguirà come l’intendenza di De Gaulle. La storia recente ha dimostrato che senza la politica tu non esisti: né sulla scena mondiale né nel rapporto con le popolazioni che vivono in Europa. Sei senza sovranità popolare, ti manca il consenso del popolo. Senza la sovranità che ti fa essere riconosciuta come forza, sulla scacchiera mondiale sei un cavaliere inesistente, per usare la formula di Calvino. In questo ultimo caso si potrebbe dire che forse l’uomo, il leader politico connotato dal minore consenso nel suo paese, cioè Macron, ha compiuto un gesto di dignità politica che deriva dalla storia della Francia. Questa reazione dice che persino Macron è fi glio di De Gaulle: in altri termini c’è una soglia che per il senso comune politico francese è invalicabile e che – se vuoi chiamarla così – puoi chiamare dignità dello Stato. Non della democrazia, non della politica, ma dello Stato.
Intanto in America, l’ICE di Trump commette esecuzioni sotto gli occhi di tutti, addirittura usa bambini come esche e noi sembriamo quasi assuefatti a tutta questa violenza: perché ci siamo adeguati?
La domanda è molto importante e di complessa risposta, perché non basta la risposta (che pure è vera), che tutto ciò accade perché la politica che si è venuta costituendo in Europa e le classi dirigenti europee sono prive di qualunque potenzialità autonoma e hanno una vocazione alla sudditanza. Però è una risposta – come si può dire? – di rimessa. In realtà la risposta alla tua impegnativa domanda va cercata più in profondità. Il punto vero è che noi facciamo fatica ad accettare che siamo entrati in un nuovo mondo, e siccome questo mondo ci sembra orribile abbiamo una resistenza ad accettarlo come nuovo terreno dello scontro politico. Proviamo ad allontanare il calice velenoso, dicendo “ma in fondo Trump è un uomo singolare, non va preso troppo sul serio, fa minacce ma poi arretra” e ci concentriamo su Trump piuttosto che sulle caratteristiche del nuovo ciclo di cui il trumpismo è un’espressione politica. La questione è che bisognerebbe mettere le mani su un’analisi critica del nuovo ciclo capitalistico che si è instaurato sulla base della fi ne del ciclo liberale. Il ciclo liberale è durato 25 anni e anche di più: è stato il prodotto della sconfi tta del movimento operaio nel Novecento e di una rivoluzione tecnologico-scientifica capitalista entro cui si è consumata la vittoria del capitalismo sul suo avversario storico, ovvero il movimento operaio. In questa condizione, il ciclo liberale si è proposto come un ciclo nel quale le forze liberali avevano vinto e hanno pensato di espandersi con le buone o con le cattive dell’interventismo democratico. Il movimento altermondista aveva visto e denunciato la rottura che stava producendo quel nuovo ciclo nel tessuto democratico di tutti i paesi occidentali, ma in realtà non ha trovato la forza di sconfi ggere l’egemonia capitalista. Dal momento che questo ciclo ha aperto una crisi nel rapporto tra classe dirigente e popolo, la democrazia è stata disarmata e sfondata: non essendo stata sconfi tta da sinistra, è stata sfondata da destra. Quello che sta accadendo nel mondo è l’avvento di un nuovo capitalismo. Un capitalismo che, liberatosi del suo avversario storico, non trova più nessun limite all’estrazione di ricchezze dalla natura, nessun limite allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nessun limite alle diseguaglianze e nessun limite allo strapotere del potere economico e politico. Un ciclo che ha una potenza “innovativa”, perché tecno-scientifi ca, accompagnata però da una regressione della civiltà, politica e della civiltà etico-morale. Il futuro è piombato insomma nel mondo antico dell’Homo Homini Lupus di Hobbes. Si potrebbe obiettare che “beh, anche nel secolo scorso ci fu il colpo di stato americano in Cile, l’invasione argentina, l’invasione sovietica dell’Ungheria. Ma c’è una grande differenza tra uno strappo alla regola e la cancellazione della regola. La differenza radicale è che oggi la regola è abrogata, esiste solo il potere della forza. Trovo ancora insuffi ciente, inadeguata, defi citaria, l’analisi di questo nuovo capitalismo. Le analisi critiche sul trumpismo sono analisi critiche politiciste. Giusto, non inganniamoci, è vero che è orrendo il fatto di usare un bambino come esca per mettere i genitori nella condizione di debolezza affettiva, così da aprire la porta a chi li sequestra. Un modus operandi che dovrebbe suscitare un’indignazione incontenibile. È una cosa orrenda come è orrendo, anche se viene mitigato, quello che è accaduto in Venezuela, calpestando il diritto internazionale: prendi un capo di stato e lo porti via, facendo poi l’accordo con quelli che restano. Una cosa inaudita. Ma questo tipo di analisi non è che sia inutile, anzi è utilissima. Il punto è che bisogna spingersi oltre, ovvero andare al cuore di cosa è questo nuovo capitalismo, cogliere che cosa si sta costruendo sulle basi di questa relazione tra la rivoluzione tecnico-scientifi ca e la conquista di una egemonia sul terreno culturale e ideologico. Questo capitalismo non vive solo nella polvere della vita quotidiana, vive anche nella torre dove vengono elaborate le idee fi no a farle diventare senso comune. È davvero un nuovo e terribile capitalismo quello che abbiamo di fronte. E senza questa analisi critica credo che non possano maturare le forze per disegnare una vera alternativa.
Abbiamo detto che il linguaggio di Trump è violento e offensivo, però molti parlamentari europei rispondono con il suo stesso metodo: perché?
Perché è l’aria del tempo, avrebbe detto Camus. Una delle cose più difficili ma più necessarie per combattere questa tendenza che si sta affermando è in primo luogo sapere resistere all’aria del tempo. Se il nuovo capitalismo è quella combinazione che abbiamo detto, allora insieme al confl itto sociale la resistenza all’aria del tempo diventa assolutamente indispensabile. Non solo per una forza politica che voglia nascere in opposizione a questa tendenza, ma anche come insieme di resistenze di comunità locali, di gruppi, persino di etnie, accomunate dall’obiettivo di resistere all’aria del tempo. Da questo punto di vista io penso che ci siano alcune linee di tendenza emerse nel secolo scorso che andrebbero adoperate con grande forza anche oggi. Penso a quello che insegnano i femminismi, i pensieri critici ecologici. E penso soprattutto al pacifismo. La costruzione di un antagonismo oggi passa in primo luogo per la costruzione di una potenza partecipata di pace, una potenza di popolo, una potenza dal basso che però si pone il problema della pace, della conquista della pace e della fondazione di una nuova politica antagonista a partire dal tema della pace.
Il tema della pace però non dovrebbe riguardare solo la sinistra…
Il tema della pace dovrebbe riguardare il mondo, le donne, gli uomini che calpestano questa terra. Lo fa la Chiesa Cattolica e non casualmente due Papi così radicalmente diversi come papa Francesco e papa Leone declinano allo stesso modo il tema della pace e della guerra. Questo atteggiamento però è assente nella politica. Hai ragione a dire che la pace dovrebbe essere una istanza di tutti, ma penso che la pace addirittura potrebbe essere la levatrice di una nuova costruzione – chiamiamola ‘di sinistra’ politicamente – di critica al capitalismo contemporaneo. Qui ci vuole una svolta, prendere la bandiera della pace non come più solo come una risposta contro la guerra, ma invece come il lievito di una nuova cultura antagonista. Questo capitalismo è violenza, sopraffazione, dominio, e allora devi contestarlo radicalmente ma contemporaneamente avanzare l’idea di un altro mondo, di un’altra relazione tra gli uomini. Credo che questa rinascita dovrebbe essere accompagnata nella pratica quotidiana da un’opzione non violenta. Oggi la costruzione di una alternativa e di una forza di alternativa che nasca dalla società, deve avere la pace come chiave di volta della critica al capitalismo e di un nuovo modello economico sociale, democratico, pacifico e in basso di una pratica sociale radicalmente critica, ma contemporaneamente non violenta.
In Iran c’è in atto un cambiamento epocale anche se sanguinosissimo, ma questa lotta per la libertà del popolo iraniano non ci vede tutti coesi, come lo è stato per Gaza: perché?
Attraverso la tua domanda viene alla luce un problema che ha sempre attraversato la questione della diversa capacità di mobilitazione. Il movimento della generazione Gaza, abbiamo detto tutti che è un movimento fondato più che sul programma sull’emozione. La tragedia a Gaza continua ma il movimento non ha più quel peso di prima. L’accusa del doppio peso è un’accusa stupida, in realtà l’emozione muove su un imprevisto che è appunto la possibilità di quella realtà di suscitare un’emozione, ma ciò non accade sempre e questo è il primo argomento fondamentale. Tu puoi chiedere un comportamento generalizzabile se l’azione del movimento è guidata da un programma politico, ma qui il termine ‘programma’ non sta in piedi. Quello di Gaza è stata un movimento spontaneo, non programmato. Piuttosto che sui movimenti, dovremmo indirizzarci sulle forze politiche, ed è vero che c’è una inadeguatezza della mobilitazione di tutte e di tutti rispetto alla mobilitazione straordinaria prima delle donne e oggi del popolo iraniano. È una questione che va indagata, ma senza la supponenza di chi si mette in cattedra senza avercela.
Il Presidente ucraino Zelensky critica l’Europa… ingrato o il suo è solo un modo per spronarci?
Sembra che questa Europa costituisca – ma naturalmente di responsabilità se ne porta tantissime – una sorta di parafulmine. Quando c’è qualcosa che non va tutti se la prendono con l’Europa. Prima la prendono a schiaffi Trump e tutto il suo corollario. Si pensi a quello che è riuscito a dire anche Vance contro l’Europa: non contro le colpe dell’Europa, attenzione, ma contro i suoi meriti che sono la storia dell’Europa stessa. Ma l’Ue prende gli schiaffi anche da Putin, e ora, la beffa, prende gli schiaffi anche da Zelensky, dopo che l’Europa si è svenata per difenderlo alla guida dell’Ucraina anche quando era indifendibile, ossia quando insieme alla Nato diceva “guerra fi no alla vittoria”. Vorrei che la ricordassero tutti quella formula totalmente irrealistica oltre che insostenibile. E vorrei ricordassimo che l’Europa ha aiutato il presidente ucraino in quella demenziale prospettiva, rifiutando di cercare qualunque strada negoziale. Si può dire che l’unica potenza che ancora non si è esercitata in questo sport è la Cina di Xi Jinping… perché la Cina ha un’eredità Mao-confuciana che è quella di sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passi il suo cadavere. Mi verrebbe da dire “Cara Europa te lo meriti” perché tu hai fatto come fai come l’asino di Buridano, che muore di fame perché non sceglie tra i due i sacchi, e se per esempio non ha la forza di prendere atto che l’alleanza come è stata vissuta è stata abbattuta dal trumpismo, scegli di battere una nuova strada. Bisognerebbe scriverci un libro su questi temi, la strada della conquista dell’autonomia anche strategica non avviene per via militare, ma per via di una visione del mondo, senza la quale l’Europa continuerà a prendere gli schiaffi da tutti. Occorre il coraggio di prendere atto che un mondo è finito, che l’alleanza atlantica è strappata dal principale artefice, cioè gli Stati uniti d’America, e cercare un’altra strada, una nuova collocazione geopolitica e un modello sociale economico culturale. Occorrerebbe fermarsi e aprire un grande dibattito pubblico su una nuova costituzione europea, su cosa vuoi diventare. Senza questo l’Europa è condannata a terminare persino nell’ordine delle cose esistenti.
Addirittura?
Sì, perché l’Europa non ha consistenza, non ha forza e si vede nella diversità di reazione dei vari Paesi su diversi argomenti. Pensare di appianare le divergenze con il grande business del riarmo è la peggiore delle idee che potevano venire ai piani alti di Bruxelles.