L'appello del frontman degli U2

Gaza, l’appello di Bono per Barghouti: “Liberatelo o la guerra non finirà”

Il cantante e attivista sostiene che il leader palestinese ancora in carcere è l’unica speranza per la pace: “Lo riconosce anche Hamas, è il futuro del suo popolo”

Spettacoli - di Graziella Balestrieri

25 Gennaio 2026 alle 08:38

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Foto collage Lapresse
Foto collage Lapresse

In un articolo uscito per il sito theatlantic.com, pubblicato l’otto gennaio di questo anno, il frontman degli U2, Bono, cerca di spiegare in maniera dettagliata non la sua posizione, che vale fino ad un certo punto, ma quello che significherebbe la liberazione di Marwan Barghouti, leader palestinese detenuto nelle carceri israeliane dal 2002, per l’avvio di un processo di pace nei territori di Israele e Palestina. E lo fa prendendo come esempio il vissuto drammatico e lacerante della sua terra: l’Irlanda.

Un paragone che ai più potrebbe sembrare quasi forzato ma in che realtà mette in luce il vero problema della risoluzione del conflitto, ovvero che al popolo palestinese è stato “tolto” l’unico leader possibile che potesse essere riconosciuto dalla sua popolazione, e l’unico che può essere riconosciuto da Hamas. Una questione che qui sull’Unità avevamo già affrontato, con Fausto Bertinotti. Alla domanda “come si fa a raggiungere la pace se la Palestina non viene rappresentata da nessuno?”, l’ex presidente della Camera aveva risposto che “se tu hai il leader più prestigioso di cui il movimento palestinese dispone, che si chiama Marwan Barghouti, un uomo straordinario tanto che si parla di lui ripetutamente come del Mandela palestinese e poi lo tieni in carcere, rendi evidente che tu non vuoi accettare la rappresentanza del popolo palestinese, perché vuoi negare la rappresentanza stessa. Il disarmo di una qualunque forma di organizzazione politico terroristica nella storia è sempre stato un grandissimo problema che è stato sempre risolto in un solo modo: l’organizzazione terroristica evolve nella direzione di una soggettività politica riconosciuta come promotrice di un nuovo ordine. Così è stato sempre: così in Irlanda, così nei paesi Baschi… L’Ira nell’Irlanda del Nord, il Sinn Fein di Gerry Adams…”.

Bono focalizza l’attenzione in primis sulla parola pace e sul significato che quasi tutti gli abbiamo dato. “I pacifisti come me hanno frainteso il concetto di pace. Abbiamo esagerato con lo sfarzo; l’iconografia è sbagliata. Colombe, rami d’ulivo, strette di mano, cerimonie di firma… È un miscuglio di dissonanza cognitiva, in netto contrasto con il lavoro, il duro lavoro, della pace. La contraddizione diventa ancora più evidente quando iniziamo a lasciare che la parola… pace… si insinui nelle conversazioni su israeliani e palestinesi. Lì non ci sono colombe bianche. Nessun romanticismo, solo sollievo, alla fine (quando vediamo la fine) della fame e delle malattie, alla fine (quando la vediamo) delle uccisioni, indiscriminate e non”. E ancora Bono sottolinea come a 25 anni dagli accordi del Venerdì Santo (nel conflitto nordirlandese) ancora si parli di un processo di pace, in continuo sviluppo, proprio a testimoniare che la pace è un percorso lunghissimo e di duro lavoro. “Nessuno scrive poesie sul processo. Nessuno canta ballate al riguardo. Il fatto che noi irlandesi continuiamo a parlare di pace attraverso il prisma del processo è un segno di quanto sia difficile non solo raggiungerla, ma anche mantenerla. Una delle parti più difficili, se non la più difficile, è interagire con i propri nemici. Anche, o soprattutto, quelli che si considerano più pericolosi e che si pensava di aver rinchiuso per sempre nelle celle delle prigioni”.

Bono insiste sulla liberazione di Marwan Barghouti, sottolineando le condizioni terribili a cui il leader palestinese viene sottoposto. “Negli ultimi mesi, nonostante le segnalazioni di un brutale pestaggio che lo ha lasciato incosciente, le autorità israeliane continuano a rifiutare alla famiglia di Marwan e al Comitato Internazionale della Croce Rossa di fargli visita e verificare le sue condizioni, consentendo solo al suo avvocato di fargli visita in rare occasioni. Questo è scandaloso. Il CICR dovrebbe poterlo vedere immediatamente. Non dovrebbe quindi sorprenderci che centinaia di artisti, attivisti e altri abbiano chiesto alle Nazioni Unite di aiutare a garantire la libertà di Barghouti, o che gli Elders – ex leader mondiali che fungono, in modo non ufficiale, da coscienza politica collettiva – stiano evocando Mandela e Tutu per sollecitare il suo rilascio. Sarebbe giustificabile solo per motivi umanitari… ma la cosa più interessante di questi appelli è quanto siano pragmatici. Gli Elders, ad esempio, insistono affinché Barghouti venga liberato in modo che possa svolgere un “ruolo di leadership “nel rilanciare la soluzione dei due Stati e nel promuovere” la pace, la dignità e la sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi”.

“Non è una speranza da poco quella riposta in un uomo che è stato rinchiuso per più di vent’anni. Ma è proprio lì che riposa, sulle sue spalle, perché potrebbe essere l’unico uomo in grado di rappresentare un’ampia coalizione di palestinesi, di parlare a loro nome al tavolo dei negoziati e all’interno dei loro confini frastagliati. Come Mandela, Barghouti non è un uomo non violento, ma è un uomo che ha riconosciuto l’esistenza legittima dell’Altro. Marwan Barghouti non è certamente Hamas: è difficile immaginare che Israele possa scendere a compromessi con un gruppo del genere, che cerca la sua totale cancellazione. Come sarebbe un compromesso? Solo metà di voi deve morire? Ma Barghouti è diverso, ed è per questo che gli israeliani di destra, compreso il primo ministro, che temono una soluzione a due Stati, lo considerano così pericoloso. Ed è per questo che questa settimana il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir è arrivato al punto di suggerire l’esecuzione di Marwan. Siamo onesti… Quello che vuole davvero è l’esecuzione del processo di pace”.

Bono sottolinea, in maniera molto più pragmatica e realistica di tanti opinionisti ed esperti di politica, quanto la figura di Marwan Barghouti sia lo snodo necessario per l’avvio di una costruzione di un processo di pace, perché “Barghouti gode di una posizione unica tra il suo popolo. Non è solo il suo sacrificio in carcere a renderlo popolare, anche se questa idea – la detenzione come qualifica – è potente e trova eco in Irlanda. I paramilitari non accettano ordini, né tantomeno richieste educate, da pacifisti e think tank. Non depongono le armi su suggerimento di chi non ha mai impugnato le armi. È una realtà brutale, ma pur sempre una realtà: la credibilità va a chi ha combattuto in prima linea, chi ha rischiato la vita per la causa e – mi dispiace dirlo, ma il mondo è così – chi ha commesso o almeno tollerato atti di violenza. Per qualcuno come me, che condanna la violenza politica anche se al servizio di un obiettivo apparentemente giusto, è necessario un salto doloroso, una sorta di trascendenza estrema, per accettare che individui come questi abbiano un ruolo nel futuro, figuriamoci un ruolo di primo piano. Senza il consenso dei guerrafondai, non c’è pace. In Irlanda, sia dal lato repubblicano che da quello unionista, sono stati i leader paramilitari ad aver guadagnato l’autorità necessaria per portare la loro gente al tavolo delle trattative o per mantenere la loro lealtà e pazienza attraverso le numerose privazioni della pace: le difficoltà della vita quotidiana, la ricostruzione e la riconciliazione, la creazione di nuove istituzioni e abitudini mentali. Sono diventati parte di un gruppo coraggioso ed eterogeneo, guidato da John Hume e David Trimble, che ha portato la pace nell’isola d’Irlanda. È un processo che è ancora in corso. Ma a coloro che dicono “Potrebbe andare male”, la mia risposta è che è già molto male. Non c’è pace e non c’è alcun processo. In un discorso tenuto alla Chatham House nel 2015, Jonathan Powell, capo negoziatore britannico in Irlanda del Nord, ha affermato che col tempo «Adams e McGuinness hanno capito che avrebbero potuto continuare a combattere all’infinito, che non sarebbero mai stati spazzati via dalle autorità di sicurezza britanniche, ma che non sarebbero nemmeno riusciti a cacciare gli inglesi. Vedevano i loro figli, le loro figlie, i loro cugini uccisi, arrestati. Questa situazione avrebbe potuto protrarsi all’infinito”.

25 Gennaio 2026

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