Il leader dell’area liberal del Pd
“Per il Pd la credibilità nei contenuti che sceglie, non nelle alleanze: l’orizzonte è riformista”, parla Enrico Morando
“Noi riformisti in dissenso con il partito sulla separazione delle carriere? Era a favore anche Tortorella. Non si può bocciare una riforma giusta solo perché il proponente è sbagliato. Sono tempi duri, serve realismo”
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Enrico Morando, leader dell’area liberal del Partito Democratico e presidente dell’Associazione LibertàEguale, già viceministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.
Tira una brutta aria per i riformisti nel Pd?
Se fosse vero – se cioè fosse condivisa l’opinione di chi auspica e chiede che la leadership attuale del Pd “cacci “i riformisti – l ’aria brutta non tirerebbe su di noi, ma sul Pd e sulla sua funzione politica: non ci si candida credibilmente a guidare l’alternativa di governo al destracentro di Meloni riducendo il vasto spettro delle culture, delle posizioni e delle esperienze che si raccolgono nel Pd. È questa pluralità di apporti che fonda e alimenta l’ambizione del Pd ad essere il perno della coalizione di centrosinistra, ad essere partito a vocazione maggioritaria. Quando poi a sollecitare la Segretaria a buttarci fuori dal Partito sono persone che non ne fanno (e non ne hanno mai fatto) parte o compagni che hanno operato scissioni per poi tornare mestamente sui loro passi, beh…, la cosa appare un po’ paradossale.
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Ammetterà che sul referendum per la separazione delle carriere voi, sostenitori del sì, violate la disciplina di partito, che è impegnato per il no.
Rispetto l’opinione implicita in questa domanda, ma non la condivido. Ho fatto il parlamentare per vent’anni. Nel gruppo, quando la mia posizione non era quella prevalente, ho sempre chiesto (e ottenuto) che ci fosse una discussione (per dare trasparenza al confronto in corso) e un voto (per consentire una decisione finale impegnativa per tutti). Non ho mai rotto il conseguente vincolo alla disciplina. Sui referendum – specie quelli confermativi di riforme costituzionali – il discorso è del tutto diverso: sono presidente di LibertàEguale, un’associazione di cultura politica liberalsocialista di cui fanno parte iscritti al Pd, come me, iscritti ad altri partiti del centrosinistra e non iscritti. Da quando esiste, con iniziative pubbliche che hanno spesso avuto una vasta eco, LibertàEguale ha sostenuto l’esigenza della separazione delle carriere tra magistrati requirenti e magistrati giudicanti, ritenendola essenziale per completare un percorso che ha visto la sinistra sempre protagonista: dal referendum per la responsabilità civile dei magistrati (ho ancora il ricordo di quando Aldo Tortorella, in una riunione nazionale del Pci, sostenne a sorpresa, e con successo la scelta di votare sì); alla riforma del processo penale, voluta e guidata da Vassalli per passare dal rito inquisitorio – intrinsecamente autoritario – a quello accusatorio – intrinsecamente democratico; fino alla riforma del giusto processo (articolo 111), che ha dato fondamento costituzionale al nuovo rito processuale. Un percorso riformista lineare, pazientemente costruito in tutti i suoi passaggi, con successi e sconfitte, senza mai cedere al trionfalismo per i primi e alla disperazione per le seconde. Molti di coloro che sono stati protagonisti di questo percorso in materia di giustizia – per tutti cito Cesare Salvi, capogruppo al Senato e primo firmatario del disegno di legge costituzionale per il “giusto processo” in Costituzione- si sono ritrovati a Firenze, al convegno promosso da LibertàEguale. Su altri aspetti del confronto politico – sul lavoro e l’economia – la pensiamo diversamente. Ma su questo lavoro di riforma in materia di giustizia abbiamo costruito consenso, convinto la maggioranza del partito, concluso accordi col centrodestra che hanno condotto a scrivere insieme articoli cruciali della nostra Costituzione. Che tutto questo non sia stato sufficiente per convincere la leadership del Pd a sostenere la separazione delle carriere lo posso capire e anche giustificare (la maggioranza ha teso il tranello della sua chiusura e noi ci siamo cascati dentro)… Ma chiedo: veramente si pensa che nel vasto corpo degli elettori del centrosinistra tutto questo lavorio riformista non abbia sedimentato nulla? Che il merito della riforma possa essere del tutto travolto, solo perché questa volta il proponente è quello sbagliato? Per quello che valgono, i sondaggi disponibili sembrano testimoniare che tra i nostri elettori c’è una componente che preferisce le due carriere separate a quella unica. Noi di “sinistra che vota sì” abbiamo scelto di rappresentarli. Escludo che questo possa danneggiare il Paese (la riforma serve). Così come escludo che possa danneggiare il Pd. Quanto all’immancabile (e poco onorevole per chi la formula) accusa di “fare il gioco della destra” dico semplicemente che verrà – ormai manca poco – il momento in cui potremo votare contro Meloni e il suo schieramento. Al referendum la posta in gioco è altra.
Andiamo oltre il prossimo referendum. Fuori dalle caricature, può chiarire quali sono, dal punto di vista di progetto, visione, priorità programmatiche, le differenze interne al Partito Democratico?
Risponderò con le parole dello storico e politologo Paolo Pombeni. “Nel Pd si confrontano due linee politiche: “la prima è quella che vorrebbe fare del Pd un partito coeso su una linea presunta di sinistra radicale, in competizione con le altre varianti interpretate da M5s e Avs, ma in grado di mantenere la primazia nella coalizione grazie a una o più ipotetiche “gambe di centro”, grazie all’alleanza con le quali si potrebbe assumere il ruolo di governatori/mediatori della coalizione alternativa al destracentro nel nuovo contesto bipolare”. “La seconda – prosegue Pombeni – è quella di tornare all’incarnazione del partito ‘maggioritario’, nella convinzione, che non ci sembra infondata, che stia tramontando la stagione dell’estremismo radicaleggiante, per cui agli slogan del ‘cambiamo tutto’ “vanno contrapposti i richiami al “riformismo realista”.
Contrariamente a quello che si scrive e si dice con troppa facilità, queste due linee non separano chi vuole l’alleanza con il M5s da chi non la vuole. Che ci voglia, per vincere, uno schieramento molto ampio, fino a coinvolgere in qualche modo tutta l’opposizione, non è in discussione.
E allora?
Le differenze non riguardano il se, ma il come. Per andare all’essenziale, dirò che l’assoluta priorità riconosciuta da Schlein al tema delle alleanze politiche, unita alla sua ansia di prendere le distanze da tutto ciò che il Pd ha fatto dal 2007 al 2023 – ha finito per creare seri problemi di tipo strategico. In ordine di priorità: un problema di rapporto tra il Pd e la realtà di un mondo che -sotto l’urto della spinta imperialista delle autocrazie e del radicale riposizionamento dell’Amministrazione americana – si è fatto drammaticamente più insicuro e pone problemi esistenziali all’Unione Europea e al modello di democrazia liberale che essa incarna. Un problema di rapporto tra il Pd e la realtà economica e sociale del Paese, nel quale la fiammata di crescita post Covid si è sostanzialmente esaurita, mentre esplode la questione salariale e componenti fondamentali del Welfare – la sanità in primo luogo – presentano problemi di sostenibilità finanziaria e sociale nel mutato contesto demografico. Un problema di rapporto tra il Pd e il nodo irrisolto della transizione istituzionale, a fronte del vero e proprio collasso che ha colpito l’istituzione centrale del sistema, il Parlamento. In poche parole: il privilegio riconosciuto al tema delle alleanze politiche – una volta si sarebbe detto: errore di politicismo – spinge la Segretaria a leggere la realtà – e a definire il proprio intervento per modificarla – con gli occhi puntati esclusivamente sulla relazione con altri partiti di sinistra. Nascono da qui l’incertezza e il silenzio sulle tre questioni di rapporto con la realtà di cui ho appena detto. Poiché non ho lo spazio per una trattazione approfondita, me la caverò con tre domande chiarificatrici: 1) perché tanta incertezza sul tentativo dei “volenterosi”, a fronte di una Meloni che giura fedeltà eterna al diritto di veto? 2) perché tante energie dedicate al referendum abrogativo di una legge che non c’è più (il contratto a tutele crescenti del Jobs Act), mentre infuriava la falcidie dei salari operata dal combinarsi di fiscal drag e contrattazione che non funziona? 3) perché tanti elogi ad ogni esternazione del presidente Mattarella che invita a distinguere – anche sull’esempio dei padri costituenti- il terreno del governo del Paese da quello delle riforme costituzionali, seguiti da scelte a favore di uno scontro tra maggioranza e opposizione più aspro sul secondo che sul primo terreno? Domande su materie molto diverse, accomunate dalla risposta: se le alleanze politiche vengono prima dei contenuti/cardine di una seria ipotesi di governo, si determina un deficit sul versante della credibilità della nostra offerta politica. È qui che la “seconda linea” esposta da Pombeni deve misurarsi con la “prima”, che guida il Pd sulla base dell’esito dell’ultimo Congresso. Entro settembre di quest’anno dovrà essere indetto il prossimo…
Ezio Mauro sostiene che la sinistra o è “occidentale” o non è. E per questo dovrebbe assumere come capitali simboliche Kiev e Teheran. Condivide?
Pienamente. E mi chiedo: perché per le ragazze e i ragazzi iraniani, trucidati, percossi, violentati e arrestati da un regime immondo, non siamo riusciti a mobilitare le persone, come è accaduto in solidarietà con le vittime della ferocia del governo israeliano? Perché c’è stanchezza, invece di crescente mobilitazione, a favore degli ucraini che lottano e muoiono anche per noi? Le ragioni sono tante, ma io penso che una delle più importanti sia da ricercare nel progressivo affievolirsi dell’impegno dei partiti di sinistra per la formazione dell’opinione pubblica. Siamo agenzie di formazione, non solo compulsatori di sondaggi. Ha scritto Mounk: “ Mi sono iscritto al partito socialdemocratico tedesco e credo ancora in molti degli stessi ideali di allora: nella solidarietà internazionale; nella necessità di uno Stato Sociale generoso; nel male supremo dell’odio razziale, della pulizia etnica e della guerra. Mi piacerebbe sentirmi di nuovo parte di un movimento di massa che difende questi valori… Ma con una sinistra che si ritrova incapace di applaudire le donne e gli uomini coraggiosi che ora scendono in piazza a Teheran… ho poco in comune“.
Donald Trump è parte dell’Occidente evocato dall’ex direttore di Repubblica o ne è un negazionista attivo?
Trump sta letteralmente distruggendo tutto, perché parte da un’idea di “America first “che è il contrario di ciò che abbiamo conosciuto: da paese indispensabile a paese estrattivo di utilità dal resto del mondo, e in particolare dai tradizionali alleati. Ha ragione il Governatore della California: basta con le moine, bisogna reagire a muso duro, pronti a pagare i prezzi politici necessari. Ad esempio, a pagare i costi della nostra sicurezza.