Il mondo rispolvera Hobbes

Contro i bulli Trump e Putin: la Giustizia è l’antidoto alla legge del più forte

Il bullismo di Trump riporta in auge la legge del più forte già rivendicata dagli Ateniesi. Ma come spiega Esiodo nella prima favola della storia, solidarietà e cooperazione disarmano i prepotenti

Politica - di Filippo La Porta

23 Gennaio 2026 alle 11:01

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AP Photo/Markus Schreiber
AP Photo/Markus Schreiber

Partiamo da una premessa paradossale: di fronte a un Trump che rivendica spudoratamente l’uso illimitato della forza, e dunque la politica come pura volontà di potenza, un marxista non avrebbe molto da obiettare. Anzi: finalmente il capitalismo abbandona ogni velo ipocrita e si rivela per quello che è: mero dominio. Per Marx infatti il diritto e la morale sono poco meno che fuffa davanti alla costituzione materiale e ai rapporti di classe: una sovrastruttura di poco rilievo, una parola vuota, una finzione.

Per Marx la propria teoria era una “scienza”, ovvero conoscenza rigorosa basata su leggi strutturali. È infatti ben attento a occultare le ragioni “morali” della sua scelta di campo, per lui colpevolmente sentimentali, e non “scientifiche”. Dopo la guerra Stalin, contrario al processo di Norimberga – per lui una farsa – avrebbe voluto impiccare subito i capi nazisti. Eppure quel processo – pur con certe imperfezioni procedurali – non fu affatto una farsa, anche se evidentemente dovette escludere i crimini compiuti dagli Alleati con i bombardamenti delle città: ha invece fondato il diritto internazionale e sancito la responsabilità penale individuale per i crimini di guerra.

Ma allora: cosa obiettare a Trump? E anzi: cosa obiettare al bullo che a scuola fa il prepotente semplicemente perché è il più forte, e da che mondo e mondo – potrebbe ricordarci – il più forte ha ragione? Bisognerebbe affrontare la questione alla radice. E la radice è l’uomo, la natura umana. Simone Weil si pose lo stesso problema di fronte a Hitler, appena cominciato il secondo conflitto mondiale. E infatti volle ripartire dal celebre dialogo tra Ateniesi e Meli, raccontato da Tucidide (V secolo a.C.): i poveri abitanti della minuscola isola di Melo chiedono agli Ateniesi di risparmiarli ma questi rispondono che da sempre “i forti fanno quello che possono, i deboli soffrono ciò che devono”. Questa è la (spietata) legge del cosmo che gli Ateniesi certo non hanno inventato ma se la sono trovata, e non vedono perché non dovrebbero applicarla. Non solo un documento storico ma una rivelazione antropologica. Infatti sterminarono i Meli. Senza alcun senso di colpa: l’universo intero era dalla loro parte.

Cosa opporre al culto della forza? Forse la debolezza? Ne sono tentato ma sento che sarebbe una risposta in parte, fuorviante. In che senso? Certo il male è imparentato con la forza, il bene con la debolezza, scriveva la Weil. Il male è affermare se stessi, la propria potenza, a danno degli altri. Eppure solo la “forza” mobilita le persone. Si muore solo per ciò che è forte – aggiunge la Weil – mica per ciò che è debole, o almeno “si muore per ciò che, momentaneamente debole, conserva un’aureola di forza”. Soprattutto: nessuno sceglie di diventare “debole”, casomai uno si ritrova a esserlo. Preferisco allora la “mitezza” elogiata da Norberto Bobbio in un aureo libretto di 40 anni fa: virtù sommamente impolitica (le due virtù del politico sono machiavellicamente la forza del leone e la furbizia della volpe) ma senza la quale la politica decade e la vita sociale si immiserisce. Mitezza è lasciar essere l’altro ciò che è. Una virtù relazionale, che rende il mondo più abitabile per tutti. Ora, se qualcuno mi impedisce di essere quello che sono, mi vedo costretto a usare la forza. Però a due condizioni: la forza va usata in modo moderato e transitorio (senza alcuna enfasi bellicistica o morale eroica) e poi sapendo che l’orizzonte ultimo non è il conflitto, non è pòlemos, ma la convivenza pacifica, lo “sviluppo della socievolezza tra le genti” (Umberto Terracini), l’estensione dell’amicizia ad ogni relazione (Aristotele).

La nonviolenza – potremmo chiamarla una debolezza “attiva” – è un ideale altissimo, che ha avuto nel corso del ‘900 alcuni nobili e importanti testimoni, da Tolstoj a Capitini, e in alcuni casi ha raggiunto obiettivi importanti. Ma non sempre il “nemico” ci permette di usarla. E soprattutto: noi, o almeno buona parte della mia generazione, veniamo da un’altra storia: quella di una modernità emancipativa passata attraverso grandiose e cruenti rivoluzioni (in cui si sono tagliate delle teste), quella della Resistenza (negli anni ’40 i “pacifisti”, ricordava Vittorio Foa, erano il nemico!), quella del Vietnam e di tante sacrosante guerre di liberazione. È anche vero che oggi abbiamo maturato una avversione per la violenza, la quale sempre riduce tutti a cosa, sempre peggiora chi la fa e chi la subisce. Come uscirne? La nonviolenza è per me insieme necessaria e però sempre un po’ irraggiungibile.

Necessaria in quanto unica opzione che mi permette di salvare la mia stessa umanità, di preservarmi da pensieri di odio e da comportamenti distruttivi, e poi di interrompere la eterna spirale della vendetta. E d’altra parte sempre un po’ irraggiungibile perché pretende di espellere la violenza dalla vita biologica e nega che nel bisogno di giustizia – per quanto arcaico – ci sia anche un bisogno troppo umano di riparazione, di giusta punizione del crimine. Il problema dunque è quello non di eliminare la violenza dalla storia umana ma di contenerla, come dicevo prima, e come pure raccomandava il Codice di Hammurabi nel XVIII secolo a.C.

Ma torniamo alla obiezione della Weil a Hitler, e dunque alla nostra possibile obiezione a Putin e Trump (e al bullo di scuola): d’accordo, ovunque vale la legge del più forte, però non c’è solo quella! Tutti sappiamo sperimentalmente, dalla nostra stessa vita quotidiana, che non solo la forza ma anche la giustizia è ben reale nel fondo del nostro cuore, che il cuore umano è una realtà tra le realtà dell’universo – con la sua miracolosa capacità di perdono e di empatia, di carità e solidarietà – che alla nostra specie per evolvere è servita tantissimo sia la competizione che la cooperazione.

Un po’ prima del dialogo di Tucidide il cantore-pastore Esiodo – VII secolo a. C – ci racconta forse la prima favola della cultura occidentale, l’apologo dello sparviero e dell’usignolo – nelle Opere e i giorni – rivolto ai re-giudici corrotti del suo tempo. L’usignolo ghermito dal rapace e portato verso le nubi invoca pietà, ma questi gli replica: “Stolto è chi vuole combattere contro i più forti, non riporterà alcuna vittoria, e, oltre al danno, subirà pure la beffa”. Subito dopo Esiodo ci ricorda che la prepotenza – che vale per il mondo animale – è dannosa per gli umani, “migliore è l’altra strada, verso la giustizia”. Si sarebbe schierato con gli Ucraini (e domani con i Groenlandesi). La legge del più forte, teorizzata dagli sparvieri di ogni epoca, è propria degli animali, mentre la legge umana – il nomos – si basa sulla giustizia e sulla misura.

23 Gennaio 2026

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