Scontro aperto sulla separazione delle carriere

Perché il referendum sulla Giustizia può slittare: il ricorso al Tar contro il governo

Il Comitato dei 15 cittadini, impegnato nella raccolta firme fino al 30 gennaio, si è rivolto alla giustizia amministrativa. Tra Consiglio di Stato e Consulta, la data del 22 e 23 marzo torna in bilico

Politica - di David Romoli

14 Gennaio 2026 alle 09:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

La data del referendum c’è. Il ricorso pure. Il Comitato dei 15 cittadini che hanno avviato la raccolta di firme contro la riforma costituzionale della Giustizia ha depositato ieri presso il Tar del Lazio una richiesta di sospensiva della data indicata dal governo, 22 e 23 marzo, previa informazione fatta pervenire per via epistolare al presidente della Repubblica. Questione di cortesia. Il ricorso non impedisce infatti a Mattarella di promulgare il referendum come certamente farà.

Il problema è che per questa via ci si sta addentrando, invece che in uno scontro politico sul merito della riforma, in uno di quegli scontri legali infiniti che non si sa bene dove potranno andare a parare. Già la presentazione del ricorso al Tar potrebbe dar adito a un vespaio. I 15 non volevano ricorrere contro un referendum già promulgato con tanto di firma presidenziale. Così si sono mossi di corsa per anticipare quella firma. Però, in questo modo, secondo alcuni, è stato presentato ricorso contro un atto ancora inesistente e dunque non valido. Secondo altri invece il ricorso sarebbe comunque possibile, essendo comunque già stata indicata la data fatidica, sia pur non ancora santificata e ufficializzata dalla firma del primo cittadino.

Il ricorso poi è un ulteriore pasticcio per numerosi motivi. Il Comitato ha iniziato a raccogliere le firme il 22 dicembre. Ha tempo sino al 30 gennaio per arrivare alle necessarie 500mila e ce la farà di certo avendone sommate in 20 giorni ben 375mila, complice la possibilità di firmare dalla poltrona di casa con un clic dal Pc. Però già nei primi quattro giorni di novembre erano arrivate in Cassazione ben quattro richieste dello stesso referendum, due delle quali dei parlamentari dell’opposizione, Schlein e Conte inclusi. La Cassazione ha dato il via libera il 18 novembre e da quel momento la legge imponeva di promulgare la prova referendaria entro 60 giorni. Il governo dunque non poteva comportarsi diversamente da come ha fatto?

Il precedente del governo Amato (e degli altri governo precedenti, vedasi in queste pagine lo scritto di Salvatore Curreri) dice che si poteva comunque attendere. Il No, d’altra parte, rivendica il diritto “dei cittadini” di chiedere anche loro il referendum, sennò finirebbe per sembrare faccenda di esclusivo interesse della classe politica. Sono comunque in tempo, avendo sempre per legge, 90 giorni a partire dalla pubblicazione della riforma in Gazzetta ufficiale, 30 ottobre dell’anno scorso. Solo che nel frattempo erano arrivate le quattro richieste avanzate da tutto il Parlamento, il referendum era già stato deciso, il conto alla rovescia imposto dalla legge era già partito.

Dunque che fare? Ci dovrebbe pensare il Tar a cui spetta la decisione sia sulla accettabilità del ricorso sia sulla sospensiva. Se fosse accolta il governo potrebbe presentare a propria volta ricorso contro la decisione del Tar presso il Consiglio di Stato. Non è detto che, in caso di sospensiva accolta, lo faccia perché comunque i tempi per quanto brevi sposterebbero la data del referendum. Ma anche in caso di sospensiva negata il Comitato, una volta raggiunte le 500mila firme, potrebbe sollevare conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale. Sempre che non sia il Tar stesso a lavarsene le mani spedendo subito il dossier alla Consulta e ci pensassero loro a uscire dal labirinto.

Questa montagna leguleia e burocratica ha per posta in gioco uno slittamento di poche settimane. Se il Comitato dei 15 cittadini la spunterà la data sarà fissata intorno alla metà di aprile. Il No è convinto che quelle tre settimane possano essere fondamentali per la rimonta. Dal 30 ottobre a oggi il vantaggio del Sì nei sondaggi, inizialmente schiacciante, si è molto assottigliato. Dunque quelle tre settimane possono decidere tutto. Poi, ma in secondo piano, c’è anche una questione di quattrini. Le spese per la campagna elettorale sono esose e se le firme arriveranno grazie al Tar in Cassazione il comitato avrà diritto a un rimborso pari a un euro per firma: mezzo milione di euro da spendere per la propaganda di qui all’apertura delle urne, in marzo o aprile che sia. Ma sarebbe ingeneroso accusare i 15 Cittadini di muoversi per i rimborsi. È forse l’obiettivo di un sorpasso in extremis che li ha spinti nei meandri dei ricorsi e controricorsi. Ma che il braccio di ferro sulla data giovi a un voto consapevole informato dei cittadini proprio non si può dire.

14 Gennaio 2026

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