La denuncia degli avvocati dei palestinesi

L’inchiesta di Genova è solo “fango degli 007 israeliani”

“Violato lo Stato di diritto - è l’affondo dei penalisti - contro gli accusati sono stati usati non prove ma materiali di intelligence di un Paese in guerra”

Cronaca - di Frank Cimini

14 Gennaio 2026 alle 17:30

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Nella foto Hannoun
 (Foto di Marco Ottico/Lapresse)
Nella foto Hannoun (Foto di Marco Ottico/Lapresse)

“Materiali frutto del lavoro di intelligence non possono essere da base per processi penali”. È questo il titolo e anche la sostanza di un documento in forma di comunicato stampa sottoscritto da 14 avvocati solitamente impegnati in processi politici in relazione all’inchiesta di Genova che ha portato agli arresti in carcere di sei palestinesi con l’accusa di aver finanziato Hamas. Venerdì è fissata l’udienza al Tribunale del Riesame.

I difensori ritengono doveroso intervenire pubblicamente “per denunciare una grave torsione dei principi dello Stato di diritto, della cooperazione penale internazionale e delle garanzie fondamentali del processo penale, a partire dalla presunzione di innocenza, ancora una volta apertamente violata”. L’iniziativa giudiziaria in atto sul presunto finanziamento del terrorismo – sostengono gli avvocati – non riguarda condotte penalmente accertate, bensì la trasmissione e circolazione di informazioni acquisite in uno scenario di guerra, provenienti da un contesto di conflitto armato in corso e prodotte da apparati di sicurezza stranieri. “Va chiarito con assoluta nettezza: non si tratta di prove giudiziarie, ma di materiale di intelligence. Informazioni non validate, non sottoposte a controllo giurisdizionale, prive di contraddittorio e delle garanzie minime di attendibilità richieste in uno Stato di diritto”, si legge nel documento.

Gli avvocati ricordano “un dato incontestabile. Lo Stato di Israele rifiuta sistematicamente di sottoporsi alle regole della giustizia penale internazionale, sottraendosi persino alla giurisdizione della Corte penale internazionale anche a fronte di gravissime e documentate ipotesi di crimini internazionali. È dunque giuridicamente e politicamente inaccettabile che lo stesso Stato pretenda, al tempo stesso, di strumentalizzare i meccanismi di cooperazione penale internazionale per esportare all’estero ipotesi investigative unilaterali, non verificate e funzionali a un conflitto armato in corso”. Inoltre “Nessun giudice israeliano ha mai convalidato le ipotesi investigative oggi richiamate. Esse restano integralmente appannaggio dei servizi di sicurezza, che operano sotto il diretto controllo dell’esecutivo e all’interno di una logica dichiaratamente bellica. Importare tali materiali nel processo penale significa abbattere la distinzione, essenziale in una democrazia, tra guerra e giustizia. A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato: procedimenti del tutto analoghi, avviati in passato in diversi tribunali italiani sulla base di presupposti investigativi sovrapponibili, sono già stati archiviati dopo approfondite indagini dalla magistratura italiana, evidenziando l’assenza di elementi penalmente rilevanti e l’inidoneità del materiale informativo trasmesso a sostenere un’accusa in sede giudiziaria”.

È particolarmente grave, inoltre, che la presunzione di innocenza venga sistematicamente calpestata attraverso dichiarazioni pubbliche e narrazioni mediatiche di stampo colpevolista, che anticipano il giudizio e trasformano l’indagine in una condanna, in aperto contrasto con l’articolo 27 della Costituzione, con il diritto europeo e con i principi del giusto processo. L’utilizzo di informazioni di origine meramente intelligence come fondamento di procedimenti penali interni rappresenta un pericoloso slittamento verso un diritto penale del nemico, in cui categorie e strumenti propri della guerra vengono trasferiti nella giustizia ordinaria, con effetti devastanti sui diritti fondamentali.

Viene denunciato infine il rischio concreto di una criminalizzazione indiretta di un’intera comunità, colpita non per fatti penalmente accertati, ma per legami culturali, religiosi e solidaristici con una popolazione coinvolta in un conflitto armato. La cooperazione penale internazionale non può trasformarsi in un canale di legittimazione di narrazioni di intelligence prodotte da una parte in guerra, né essere piegata a finalità politiche o militari. In assenza di un controllo giudiziario effettivo, indipendente e trasparente sull’origine e sull’affidabilità delle informazioni trasmesse, ogni loro utilizzo in sede penale è giuridicamente fragile e democraticamente inaccettabile.

Il documento-comunicato reca le firme di Nicola Canestrini, Fausto Gianelli, Elisa Marino, Gilberto Pagàni, Pier Poli, Marina Prosperi, Nabil Ryah, Dario Rossi, Flavio Rossi Albertini, Giuseppe Sambataro, Fabio Sommovigo, Emanuele Tambuscio, Gianluca Vitale, Samuele Zucchini.

14 Gennaio 2026

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