L'intervista

“Trump è il nuovo colonialismo al servizio del capitalismo”, parla Massimiliano Smeriglio

«Il Presidente Usa ha praticato uno strappo violentissimo verso l’idea che conta solo la forza. Lo stato di diritto e il diritto internazionale non li hanno inventati i pacifisti, ma statisti lungimiranti che si ponevano il tema di evitare un altro bagno di sangue per l’umanità»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

13 Gennaio 2026 alle 14:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura di Roma, già europarlamentare.

Annota Lucio Caracciolo in relazione alla prova di forza degli Stati Uniti a Caracas: abolita la sovranità nazionale. Il 2026 nasce nel peggiore dei segni.
Da europarlamentare impegnato sul Latinoamerica ho partecipato, a Buenos Aires, nel 2022, all’assemblea Eurolat composta da parlamentari europei e appunto latinoamericani. In quella occasione Cristina Kirchner ci ha ricordato quanto per noi europei fosse naturale agire il doppio standard senza neanche rendercene conto. Faceva riferimento all’idea di sovranità e autodeterminazione giustamente molto forte nel caso dell’Ucraina e del tutto assente di fronte allo sfregio delle isole Malvinas nelle mani del Regno Unito. Non nasce tutto con Trump, ma l’attuale Presidente Usa ha certamente praticato uno strappo violentissimo verso l’idea che conta solo ed esclusivamente la forza, annichilendo qualsivoglia parvenza di stato di diritto. La forza e la spietata supremazia tecnologica, delle nano tecnologie capaci di uccidere cento tra militari e civili a Caracas senza colpo ferire, rapire e deportare un presidente della Repubblica contro ogni evidenza del diritto internazionale e tornare il giorno dopo, tronfi, a minacciare la Groenlandia come fosse una rissa da bar tra bulli. La verità è che stiamo entrando in una nuova fase storica caratterizzata dall’accaparramento delle risorse strategiche, dal petrolio alle terre rare, senza più alcuna mediazione e senso della vergogna. Un nuovo spietato colonialismo fondato sulla forza militare per servire le necessità dell’ipercapitalismo.

C’è chi, pur di difendere la piratesca azione di Trump, ironizza sul nuovo feticcio dei pacifisti: il diritto internazionale.
Il diritto internazionale, le istituzioni globali tra Stati, sono costruzioni preziose successive alla inutile strage della Prima guerra mondiale, per usare le parole di papa Leone XIV, e soprattutto alla tragedia immane della Seconda guerra mondiale, la Shoah e il conflitto ideologico nazifascista per lo sterminio delle diversità e lo spazio vitale razzialmente puro. Le istituzioni internazionali sono state e sono spesso parziali, a volte inadeguate, comunque preziose per definire ambiti comuni di confronto tra le diverse istanze, i diversi interessi, nazionalità.
Con la nuova destra mondiale e la sua ideologia autoritaria liberista e post-democratica quel mondo non esiste più. Non esiste più la verità semplice delle cose, come nel caso del brutale omicidio di Minneapolis, praticato da una banda armata denominata Ice e rivendicato spavaldamente dall’amministrazione americana. Una sfida costante alle regole interne ed esterne agli Stati. Lo stato di diritto e il diritto internazionale non lo hanno inventato i pacifisti ma statisti lungimiranti che si ponevano il tema di evitare un altro bagno di sangue per l’umanità. Questo non sembra essere più un assillo morale e politico per Trump, anzi. Come racconta bene il film Norimberga e la frase di Collingwood, a conclusione del film: “L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto”.

Da sempre gli Usa hanno considerato il Sudamerica “cortile di casa”. Come fa Putin con l’Ucraina. Il tycoon e lo zar si muovono nella stessa lunghezza d’onda?
Il vincolo democratico costruito sulle macerie e ben riportato nelle Costituzioni post 1945 si basava sulla capacità di far convivere culture politiche diverse, classi differenti. Il welfare era il terreno di scontro su cui si confrontavano capitale e lavoro. Un patto repubblicano condiviso da tutti, o quasi (il quasi è relativo ai padri politici dei fratelli e sorelle d’Italia). Questo schema si è logorato negli ultimi trenta anni di contro rivoluzione conservatrice in cui le classi dominanti sono tornate, come nei secoli precedenti, a soggiogare sempre più i subalterni. Disarticolazione della rappresentanza del lavoro, delegittimazione del ruolo del pubblico, campagne feroci contro la politica, i partiti, il sindacato, il dominio della tecnica, le privatizzazione, la liquidazioni di ambizioni e utopie capaci di rendere questa terra più equa, tutto questo ha arato il campo e ci ha condotto su questa soglia: il passaggio in corso da una fase conservatrice a una vera e propria rivoluzione reazionaria poggiata sul capitalismo anarco individualista delle reti e del post umano. Trump e Putin interpretano perfettamente questa fase post-democratica fondata sulla violenza, l’arroganza e la postura imperiale. È una tendenza mondiale, mossa dall’idea che la democrazia liberale non è più funzionale allo sviluppo delle nuove forze produttive e dei nuovi mercati delle piattaforme. Neanche più la finzione dell’esportazione della democrazia con le armi. È tutto drammaticamente più violento e chiaro. Dal governo israeliano alla Russia, da Trump all’Iran, dall’India alla Cina. Il modello autoritario riunifica quelli che si combattono sullo scenario internazionale.

Nella lotta tra autocrati, l’Europa muore.
L’Europa vive una crisi di senso drammatica, strozzata come è tra vincolo atlantico e supremazia tecnocratica. L’Europa poteva svolgere un ruolo diplomatico forte, usare la propria storia e credibilità per favorite incontri, negoziati, ponti. Poteva ritrovare un ruolo, uno spazio politico. È finita invece a svolgere il ruolo dei convertiti, più realista del Re, a traino della vulgata atlantica, silente di fronte alle violazioni continue dell’amministrazione Trump, prontissima sempre alla seconda battuta, senza mai azzardare la prima. L’Europa come espressione geografica e come mercato in cui imperversare è l’obiettivo di Putin e Trump, obiettivo a cui, in un modo o nell’altro, compartecipano le élite europee che hanno rinunciato alle ambizioni democratiche dei padri fondatori. Un disastro politico, una responsabilità storica che non sembra turbare i sonni di chi svolge ruoli apicali a Bruxelles. In questo senso lasciano basiti le parole di alcuni importanti dirigenti del Partito Democratico contro il tentativo di aprire una discussione genuinamente pacifista da parte di Goffredo Bettini. Reazioni violente, incapaci di cogliere il passaggio storico che stiamo vivendo. Sono sempre più convinto che la sinistra abbia urgente necessità di investire in massicce dosi di cultura politica, di luoghi plurali di ascolto e di discussione. A volte sembra persino incapace, non solo di discutere, ma anche di leggere e di comprendere. Le polemiche contro Goffredo appaiono surreali e comiche perché del tutto indifferenti alle parole da lui espresse. Con l’aggravante di costruire un capro espiatorio. Un feticcio contro cui scagliarsi. E con l’unico obiettivo di impedire un confronto vero, coraggioso, cioè quello che servirebbe per contrastare l’egemonia brutale e guerrafondaia della destra che peraltro riesce ad esportare quote di squadrismo preventivo fin dentro i cuori di sinceri democratici.

La Palestina sembra essere scomparsa dalle prime pagine della stampa mainstream. Eppure, a Gaza e in Cisgiordania si continua a morire e a soffrire, mentre Israele ha bandito 37 Ong internazionali. Un silenzio complice.
La Palestina continua a vivere un dramma senza fine, con la fragile tregua in corso e il ricorso alla caccia all’uomo, ai pestaggi, alle bastonature, soprattutto in Cisgiordania dove Hamas non c’è. E la situazione di Gaza, stretta nella morsa della fame e del freddo è un altro crimine contro l’umanità. La messa al bando di Save the Children, Medici senza frontiere e le altre Ong è l’ennesima macchia infame che il governo Netanyahu ha cucito sulla storia di Israele. Non la prima, ma forse quella simbolicamente più grave. Quando si cacciano gli arcangeli va a finire che vince l’inferno, vuol dire che il percorso di disumanizzazione delle vite, delle biografie dei palestinesi va avanti senza trovare un freno né internazionale, né nella capacità di reazione della società civile israeliana. Se vieni addestrato e accetti l’idea che un bambino di Gaza City è un potenziale terrorista e dunque agisci preventivamente con rappresaglie e una gigantesca sproporzione di forze allora bisogna chiedersi dove, il governo di Netanyahu, vuole portare Israele e cosa vuole fare di ciò che resta di Gaza e Cisgiordania. La Palestina rimane la pagina più vergognosa del tempo presente: una guerra guerreggiata, ad armi smisuratamente impari, tra un esercito eccezionalmente organizzato e una popolazione inerme.

All’attività politica e amministrativa, lei unisce quella di scrittore. L’ultimo suo romanzo s’intitola Il legame covalente (Mondadori editore)
Nelle prossime ore uscirà in tutte le librerie, sono felice per le prime bellissime recensioni. Una storia minima, un interno piccolo borghese, un amore senza fiammate costruito giorno dopo giorno. Questo mondo ordinato viene colpito dal dolore della malattia repentina e lo strappo della perdita. E se una persona poco più che sessantenne rimane sola, senza più la compagna di una vita, senza alcuna relazione di affettività con la figlia, senza una rete di protezione, senza lavoro, senza grandi amicizie (con una rara accezione), fino a dove può precipitare? È una storia di sofferenza, ossessioni, inquietudini, soprattutto è una storia di solitudine, di inciampi dai quali difficilmente ci si rialza. Senza consolazione e facili vie d’uscita il viaggio onirico del protagonista finirà individuando il suo nuovo posto e modo di stare al mondo. Perché la morte non rappresenta il punto finale, ma l’origine di una nuova condizione dell’esistere. La politica in questa storia semplicemente non c’è, non c’è nel soccorrere i soggetti più deboli alle prese con la fatica della nuda vita; si può rintracciare per sottrazione, mettendo in mostra tutto ciò che manca per soccorrere le fragilità e le difficoltà delle persone. Un disegno a togliere, fatto di tratti essenziali che ci consegnano il disincanto contemporaneo.

13 Gennaio 2026

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