Dal Cpr di Milano all'Albania
Rinchiuso in un Cpr, deportato in Albania e poi abbandonato: Piantedosi fa spallucce sulla fine di Assan
Dopo la denuncia sul suo stato psichiatrico è stato fatto sparire da via Corelli e deportato, riconosciuta l’incompatibilità con la cella è stato scaricato come un pacco
È stata qualcosa di increscioso la scena, al question time di giovedì, della replica del Ministro Piantedosi alle precise domande dell’on Cucchi – che ancora ringraziamo – riferite al caso denunciato dalla nostra rete Mai più Lager – No ai CPR: quello di Assan, persona con problemi psichiatrici che, dopo aver trascorso nel totale abbandono sette mesi nel CPR di Milano, è stata deportata in Albania appena se ne è parlato sui nostri social e su l’Unità, e quindi, risultata lì finalmente inidonea al trattenimento per problemi di vulnerabilità psichica, è stata riportata in Italia abbandonata sé stessa, senza che ad oggi, ormai da due mesi, ve ne siano più tracce.
Le parole del Ministro sono state un saggio dell’antica arte del rigiro di frittata, impreziosito da una serie di contraddizioni inanellate con invidiabile disinvoltura. E infatti: se, diversamente da noi, il Ministro fa tanto affidamento sulla fedeltà della certificazione dei medici ASL che hanno attestato – nel corso di una delle tipiche visite flash ad occhi chiusi – l’idoneità del ragazzo senegalese al momento dell’ingresso nel CPR di via Corelli, allora non si comprende come quest’ultimo sia poi uscito dalla detenzione in Albania con un attestato di inidoneità per vulnerabilità. Se infatti è entrato sano, allora questa è la riprova della patogenicità di questi luoghi. E, signor Ministro, il Suo “stranamente è stato riconosciuto inidoneo a Gjader” , non ci basta, no.
Piantedosi non ha in ogni caso spiegato come sia stato possibile che una persona, poi riscontrata pacificamente affetta da problemi psichici, sia stata trattenuta per circa otto mesi in CPR, quando l’art. 3 del Regolamento Nazionale CPR, proprio stilato dal Viminale, chiaramente prevede invece che chi soffra di questi disturbi debba essere considerato inidoneo e non debba essere detenuto. Anzi, il raggelante riferimento del Ministro all’ “equipe medica del centro” che avrebbe seguito il ragazzo (ora rafforzata dalla connivente presenza degli psichiatri dell’ospedale Niguarda, ricordiamolo) non fa che confermare il suggello definitivo della deriva manicomiale di questi luoghi che, in piena violazione di quella disposizione, si stanno adattando alla nuova macabra funzione. Non si accorge inoltre, il Ministro, che affermando che in CPR a Milano il ragazzo, prima del trasferimento, sia stato dichiarato ancora idoneo e poi, a distanza di dieci giorni, in Albania sia stato considerato vulnerabile e rilasciato, con questo evidenzia la fallacità (quantomeno) del giudizio dei medici di Milano. E anche qui no, uno “stranamente”, da un Ministro della Repubblica, non ci basta.
Non ha in ogni caso risposto. Piantedosi, alla domanda di base, e in primo luogo al quesito su dove sa finito Assan, e come è possibile che sia stato riportato in Italia e lasciato al suo destino anziché preso in carico: cosa significa “si è reso irreperibile”? Cosa ci si aspetta da una persona con problemi psichiatrici? Perché e in che modo avrebbe dovuto rendersi reperibile, peraltro, visto che era stato fatto destinatario di un ordine di allontanamento spontaneo dal suolo Italiano entro 7 giorni? E dov’è la risposta all’altra fondamentale domanda? Quella del PERCHÉ il ragazzo sia stato trasferito in Albania poche ore dopo che è stata denunciata la sua presenza nel CPR di Milano, anche da queste pagine?
Infine, rileviamo che, con una espressione di estrema gravità, Piantedosi parla di “cavilli giudiziari”, verosimilmente alludendo (oltre che ai giudici “disturbatori” della Giustizia Meloniana), anche alla certificazione di inidoneità rilasciata a Gjader, per ributtare quindi la palla sul terreno a sé più congeniale, ovvero la caciara a tema “sicurezza”. E lo fa con gratuite generalizzazioni sulla pericolosità delle persone straniere e avanzando sgradevolissime illazioni pseudo ironiche sul fatto che il ragazzo, ora libero, possa commettere reati, strumentalizzando suoi precedenti penali del tutto coerenti con una situazione di marginalità e disturbo psichico. Precedenti che non spostano comunque di una virgola la questione di fondo: il ragazzo, come tutte le persone straniere, anche senza documenti, anche quando nascoste nelle prigioni di Stato, sono e devono essere riconosciute titolari di diritti, tanto più se vulnerabili.
La conclusione è una, o anzi due: la prima, che Piantedosi, seppure maldestramente, difende una struttura torturante e annichilente, tritacarne di persone sane e anche malate, così deliberatamente voluta dallo Stato, e che anzi “rilancia” in vista dell’entrata in vigore del prossimo Patto UE Migrazione e Asilo che consacrerà il dilagare della detenzione amministrativa e la deportazione in paesi terzi come sistema di gestione dei flussi migratori.
La seconda conclusione su questa vicenda è che lo Stato non ha la minima idea di dove Assan si trovi perché, dopo essere stato nascosto in Albania a seguito delle nostre denunce, è stato semplicemente scaricato come un rifiuto ingombrante, una volta riconosciuto come inidoneo, e ciò nonostante – appunto per tale inidoneità -fosse e sia totalmente incapace di provvedere a se stesso.
Assan è solo uno dei tanti ragazzi vittime della deriva manicomiale dei CPR Italiani (Gjader compreso). Il pensiero va a lui, in un video della scorsa estate inviatoci da un altro detenuto, che lo ritrae in via Corelli, dove ha trascorso sette mesi nei quali non ha parlato con nessuno, ha riso e pianto e urlato da solo notte e giorno, e non ha mai voluto fare una doccia. Ora che, da qualche settimana, a Gradisca la questura ha disposto il ritiro degli smartphone dei detenuti facendo calare il buio più totale anche su quel CPR, Milano resta l’ultima finestra sull’abisso. Grazie a chi ci aiuta a tenerla aperta.