Il portavoce di Amnesty International Italia

“Alle spalle un anno nero, ma il 2026 è iniziato malissimo: in Venezuela Trump viola la Carta Onu”, parla Riccardo Noury

«Il nuovo anno si è aperto col secondo stato membro permanente del Consiglio di sicurezza (il primo fu la Russia nel 2022) ad aver violato clamorosamente, negli ultimi quattro anni, la Carta delle Nazioni Unite. A Gaza il genocidio non è ancora finito»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

8 Gennaio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Panegrossi/Imagoeconomica

Riccardo Noury, Portavoce di Amnesty International Italia, saggista, una vita dedicata alla battaglia per il rispetto dei diritti umani in Italia e nel mondo.

Quali sono le parole-chiave, in negativo, per i diritti umani dell’anno passato?
La prima è “crimini”. Crimini di diritto internazionale: i più gravi – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio – che abbiamo visto nei conflitti in corso, dai più noti a quelli dimenticati. Condannandoli, condonandoli o addirittura premiandoli a seconda delle convenienze politiche. La seconda è “autoritarismo”: quel modo di governare accentrando i poteri su un unico leader, ridimensionando i contrappesi del potere legislativo e di quello giudiziario, limitando la libertà di espressione, criminalizzando il dissenso, colpendo il giornalismo indipendente. Non è un fenomeno nuovo e non è nato col secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, ma dallo scorso gennaio ha conosciuto un’accelerazione. La terza parola è un aggettivo, “internazionale”. Se l’autoritarismo di Trump significa, sul piano interno, reprimere dissenso nelle piazze e nei campus universitari ed espellere persone migranti (finora 500.000, afferma la sua amministrazione) e, su quello esterno, decidere da solo quali governi proteggere, quali minacciare e quali far cadere, il resto entra in crisi. In primo luogo, la protezione internazionale dei diritti umani ossia quel sistema nato dopo la Seconda guerra mondiale per evitare il ripetersi dei suoi orrori. Com’è andata nel 2025 l’abbiamo visto, anche attraverso l’affermazione, difficilmente dimenticabile, del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani secondo il quale “il diritto internazionale conta fino a un certo punto”. Il 2026 è iniziato col secondo stato membro permanente del Consiglio di sicurezza (il primo fu la Russia nel 2022) ad aver violato clamorosamente, negli ultimi quattro anni, la Carta delle Nazioni Unite. Di conseguenza, si delegittimano gli strumenti internazionali che sfidano l’autoritarismo e il suo agire impunito. Mai come l’anno scorso la Corte penale internazionale è stata oltraggiata (dall’Italia nel famigerato caso-Almasri), sanzionata (dagli Usa), abbandonata (dall’Ungheria, seguita da Mali, Niger e Burkina Faso). Ricordo che stava indagando anche su Maduro… Altra vittima: la solidarietà internazionale. I tagli statunitensi all’aiuto allo sviluppo hanno prodotto e produrranno ripercussioni enormi in molti paesi e nei confronti di milioni di persone già in gravi condizioni di vulnerabilità.

Come siamo messi in Italia? Vedi un rischio di autoritarismo anche da noi?
Neanche un mese fa abbiamo presentato un’analisi sui tre anni di questa Legislatura e del governo espresso dalla maggioranza parlamentare. La sintesi è che anche in Italia i diritti umani sono in caduta libera. Come non definire autoritario il “decreto sicurezza”, un insieme di norme che ha inasprito le pene per diversi reati e ha introdotto ben quattordici nuove fattispecie di illeciti, oltretutto entrato in vigore con un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza che ha interrotto la discussione in parlamento? Che altro termine possiamo usare per qualificare le modalità con cui, attraverso l’uso eccessivo e dunque illegale della forza, è stato gestito l’ordine pubblico durante le ricorrenti manifestazioni del 2025, soprattutto quelle in solidarietà con la popolazione palestinese della Striscia di Gaza? Per non parlare dei giornalisti e degli attivisti spiati.

Veniamo alla Striscia di Gaza
Occorre essere chiari: il genocidio israeliano non è terminato, è in corso e se possibile sta conoscendo un’ulteriore escalation. Mentre la popolazione palestinese affondava letteralmente nel fango prodotto dalle alluvioni ed era alle prese con freddo, malattie, fame e bombe, all’inizio del 2026 è entrato in vigore il provvedimento del governo israeliano che ha revocato il permesso di operare nella Striscia di Gaza a decine di organizzazioni umanitarie, tra le quali Medici senza frontiere, Action Aid e Oxfam: l’ennesima punizione collettiva inflitta alla popolazione civile palestinese. Vedremo se, da qui a marzo, i ricorsi verranno accolti. Andiamo oltre Gaza e a questo aggiungiamo che, alla fine del 2025, la Knesset ha approvato una nuova legge contro l’Unrwa, che affida alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia delle Nazioni Unite e di porre sotto sequestro le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi uffici e centri di istruzione e formazione. La legge, inoltre, priva la stessa agenzia dei privilegi e delle immunità garantiti dal diritto internazionale.

Cosa prevedi per Gaza e l’intero Territorio palestinese occupato nel 2026?
È più semplice affermare cosa sarebbe necessario: riempire di contenuto il cosiddetto “accordo di pace Trump” con le parole giustizia e diritti, le uniche necessarie per garantire una pace autentica e duratura; ripristinare da subito la fornitura completa e priva di ostacoli degli aiuti umanitari e delle forniture indispensabili per la vita delle persone e la ricostruzione della Striscia di Gaza; prendere provvedimenti urgenti e concreti, da parte della comunità internazionale, rispetto a quello che lo storico israeliano Ilan Pappe chiama esplicitamente “il secondo Israele”: quello religioso ed estremista dei coloni e dei militari e dei ministri che li spalleggiano, dell’occupazione e dell’apartheid nella Cisgiordania.

Cosa è passato sotto traccia lo scorso anno?
In situazioni estranee ai conflitti armati, la strage di manifestanti avvenuta in Tanzania, a cavallo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, a seguito della rielezione della presidente Samia Suluhu Hassan. Non è ancora chiaro quanti siano stati i morti: sicuramente diverse centinaia, come ha accertato Amnesty International. Sempre in Africa, quella del Sudan è da due anni e mezzo la crisi umanitaria più grave al mondo: 150.000 morti, tra i 12 e i 15 milioni di persone sfollate, altri milioni completamente dipendenti dagli aiuti, che sono ostacolati. Non è un conflitto tra buoni e cattivi: spaventosi crimini di guerra li hanno commessi tanto l’esercito regolare quanto i paramilitari delle Forze di supporto rapido, questi ultimi soprattutto grazie alle forniture irresponsabili e illegali di armi da parte degli Emirati Arabi Uniti: abbiamo chiesto a tutti gli stati, Italia inclusa, di non fornire più armi alla monarchia del golfo, perché abbiamo capito che lì non restano.

C’è qualcosa di buono da ricordare del 2025?
Amnesty International ha raccolto, spesso contribuendo all’esito, circa 270 buone notizie riguardanti i diritti umani: prigioniere e prigionieri liberati, condanne a morte annullate, ottime leggi approvate, pessime leggi abrogate, passi avanti nella lotta all’impunità. Vorrei tornare sul tema della giustizia internazionale: mentre il primo ministro israeliano Netanyahu continua a sorvolare l’Italia e l’Italia continua a “sorvolare” sul proprio obbligo di arrestarlo, l’anno scorso la Corte penale internazionale ha fatto cose importanti com’è normale che sia se gli stati le forniscono piena collaborazione: ha ottenuto il trasferimento dalle Filippine dell’ex presidente Duterte (quello della “guerra alla droga” che causò migliaia di morti), ha emesso mandati di cattura per la guida suprema e il capo del potere giudiziario dei talebani in Afghanistan e ha condannato a 20 anni un miliziano sudanese, Ali Kushayb, responsabile di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. Per finire, la Germania ci ha ricordato cosa vuol dire rispettare gli obblighi di cooperazione con la Corte: il cittadino libico Khaled Mohamed Ali El Hishri era ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità commessi in particolare nella prigione di Mitiga. Insomma, un collega di Almasri. La Corte ha emesso un mandato di cattura il 10 luglio, la Germania lo ha arrestato il 16 luglio e il 1° dicembre lo ha trasferito non a Tripoli ma all’Aja, dove verrà processato.

Alcune storie individuali che vuoi raccontare a chi ci legge?
Due su tutte, che si sono concluse bene all’inizio e alla fine del 2025 e che hanno visto impegnata Amnesty International nel primo caso per decenni, nel secondo per oltre sei anni. Il 20 gennaio il presidente uscente degli Usa Joe Biden ha concesso la clemenza a Leonard Peltier, malato e ottantenne, dopo quasi 50 anni di carcere inflittigli a seguito di un processo, segnato da varie irregolarità, per l’omicidio di due agenti dell’Fbi. Il 26 dicembre, dopo che tanto lui quanto la madre avevano messo a rischio la propria vita con lunghi scioperi della fame, il più noto difensore dei diritti umani d’Egitto, Alaa Abd el-Fattah, ha potuto ricongiungersi con la famiglia a Londra. Già più volte condannato per reati di opinione, era stato arrestato nel settembre 2019 e condannato nel dicembre 2021 a cinque anni di carcere. Nonostante, sottraendo alla condanna i due anni trascorsi in detenzione preventiva, la pena fosse terminata nel settembre 2024, era rimasto in prigione un altro anno.

Il 2026 è un anno di anniversari importanti…
Il 24 marzo sarà il cinquantesimo anniversario del golpe in Argentina. A luglio, poi, saranno trascorsi 25 anni da quella che Amnesty International definì “una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente”: quanto accadde durante il G8 di Genova. C’è una continuità, non certo di dimensioni degli esiti ma di strategie e tattiche, tra la criminalizzazione del pensiero critico di un quarto di secolo fa e quella contemporanea. Dovremo metterla in luce.

8 Gennaio 2026

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