Parla l'europarlamentare
Intervista a Marco Tarquinio: “Armi contro il diritto: questo è l’ordine imperiale di Trump”
«Difesa della libertà e della democrazia? Non c’entra niente col blitz a Caracas. Basta vedere con quanta rapidità si è liberato della Machado. Vuole il petrolio e il dominio sul cortile di casa»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Marco Tarquinio, europarlamentare, già direttore di “Avvenire”
L’anno 2026 appena entrato ha ereditato dal 2025 un mondo segnato da guerre e da un riarmo senza freni. In Venezuela piovono bombe e vengono rapiti leader per ordine di Trump. La Palestina è uscita dai radar mediatici, come se non si continuasse a morire a Gaza e in Cisgiordania. In Ucraina proseguono massacri al fronte e distruzioni nelle città. E in Italia è in Europa…
In Italia e in Europa si continua sostenere che le armi, sempre più armi, sono lo strumento per “fare pace” dentro uno schema buoni-cattivi che perdona quasi tutto ai veri o presunti amici e nulla ai riconosciuti nemici. Si parla o si tace di conseguenza, in modo durissimo quando a compiere sopraffazioni e violenze sono i “lupi” – Putin o Hamas – con flebili e modulate reazioni quando a farlo sono altri – Trump o Netanyahu o Bin Salman. Si agisce di conseguenza, con politiche di riarmo che portano a dirottare risorse enormi in questa direzione. Eppure, abbiamo sotto gli occhi l’evidenza contraria. Dai territori insanguinati del Medio Oriente alle pianure devastate del Donbass, dal Congo e dal Sudan al Venezuela l’uso aggressivo della forza militare semina e moltiplica morte, ingiustizia e saccheggi più o meno mascherati.
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Le bombe USA su Caracas, dopo quelle in Nigeria e in Iran, accompagnate dal rapimento del presidente Maduro e della moglie segnano un punto di svolta?
Le bombe sull’Iran – al pari di quelle, metaforiche ma altrettanto distruttrici, contro la Corte Penale Internazionale – avevano detto già molto sull’idea di legalità internazionale che Donald Trump non ha. E persino di più ci avevano spiegato i missili scaricati in un’area nigeriana ricca di petrolio e non di jihadisti. Credo che ora l’attacco armato al Venezuela e la decapitazione del governo di quel Paese deciso dal presidente degli Stati Uniti d’America segnino, non tanto una svolta, quanto un’accelerazione. Accelerazione nella pretesa di ricostruire un ordine imperiale, cioè non basato sulla forza del diritto, ma sul diritto della forza. Se non ci sono dubbi sul fatto che Nicolás Maduro sia stato un durissimo padre-padrone per il suo Paese, ce ne sono ancora di meno sull’intenzione di Trump di diventarlo in un mondo da spartire di nuovo in rigidi blocchi. L’uomo della Casa Bianca – proprio come Putin – non vede e non vuole un sistema globale regolato da norme condivise, rispettabili e rispettate, ma un pianeta spaccato in aree d’influenza irregimentate come forse mai prima e in cui giganteggiare come primo tra i superpotenti.
Difesa della libertà e democrazia c’entrano poco con il copione che si sta mettendo in scena…
Beh, basta considerare la rapidità con cui Trump, a poche ore dal sequestro di Maduro e mentre già preannunciava il trionfale rientro delle imprese petrolifere USA nel ricchissimo mercato venezuelano, si è sbarazzato dell’amica María Corina Machado, leader dell’opposizione in quel Paese. Non si era ancora spenta l’eco dei bombardamenti su Caracas, incredibilmente auspicati dalla premio Nobel per la pace 2025, che il presidente la liquidava così: «Machado è una persona gentile, ma nel suo Paese non ha appoggio e non ispira rispetto». Forse non ha ancora digerito il Nobel che le è stato attribuito e che pretendeva per sé medesimo…
Trump dice che saranno gli USA a governare nel dopo-Maduro.
Esatto, Trump intende governare o co-governare i Paesi su cui esercita egemonia e usare liberamente le loro ricchezze. Si chiamava, e si chiama ancora, colonialismo. Lui è capace di brutale oltraggiosa chiarezza. La sta dimostrando con noi europei, quando ci tratta da parassiti da tartassare per risarcimento e rivalsa, quando ci impone di comprare armi dalle sue industrie e combustibili fossili dai suoi produttori e distributori, quando ci assedia per imporci il cambiamento di leggi e regole di garanzia, quando pretende di inquisire e sanzionare funzionari di governo e di polizia che vigilano sugli estremisti (se sono estremisti di destra, ovviamente). Ma con i latinoamericani, che vivono in quello che negli States viene considerato il “cortile di casa”, è ancor più diretto ed esplosivo. Penso che sia così comprensivo con Vladimir Putin perché Ucraina e Bielorussia sono il “cortile di casa” della Russia…
Guerra e ancora guerra, in diversi modi e stessi esiti disumani e liberticidi. Praticati, in tutto o in buona parte, dai vecchi-nuovi imperi.
Provo a schematizzare: emergono due modalità e altrettante priorità imperiali. Quelle prevalentemente geo-economiche: dazi commerciali, accaparramento di materie prime critiche, controllo di tecnologie chiave, protezione degli oligopoli a base nazionale. E quelle geopolitiche. E qui l’aspra chiarezza di Trump aiuta a capire lui e gli altri prepotenti. «Il dominio statunitense nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in questione», ha scandito il 3 gennaio, annunciando – al mondo e soprattutto alla Cina – la «dottrina Don-Roe». Una rivendicazione, non solo un gioco di parole: la dottrina Monroe, due secoli fa, fece perno su un ambiguo e subito egemonico «l’America agli americani». Ora non c’è più remora nell’affermare che i dominatori sono e saranno, appunto, gli americani del Nord. Un Nord – nella visione di Trump – da unificare prima che poi, annettendo agli Usa per forza o per calcolo anche Canada e Groenlandia.
In Italia l’attenzione è molto concentrata sui presunti finanziamenti ad Hamas. E il mondo solidale e pacifista è nel mirino della destra e non solo. Il “caso Hannoun” viene brandito per criminalizzare i milioni di persone che hanno manifestato contro il genocidio a Gaza.
Sono garantista, e non a giorni alterni. Nessuno è colpevole per il solo fatto di essere indagato. Vale ovviamente anche per Mohammad Hannoun. Sostengo pure, però, e da sempre, che chiunque abbia responsabilità e in modo speciale chi opera nelle reti di solidarietà coi popoli vittime di guerra e persecuzioni deve abitare in una casa di cristallo. Deve cioè poter rendere conto di ogni parola usata, atto compiuto, soldo raccolto e usato. E ammetto di aver rabbrividito nel leggere espressioni di lode alla guerra di Hamas attribuite ad Hannoun. So bene che si tratterebbe solo di alcuni pezzi di verità su questo caso, ma appaiono pezzi pesanti. Ben più pesante è, tuttavia, il tentativo di criminalizzare il mondo della solidarietà e della pace. Ci è toccato di ascoltare cose ributtanti e di leggere e ascoltare informazioni canagliesche. Non è una cosa nuova, purtroppo. Sono anni che continua, e non solo sui media e attraverso i portavoce della destra di governo, la guerra ai solidali e ai pacifisti. Certo, colpiscono la violenza e la manipolazione scatenate contro il cosiddetto popolo della Flotilla…
Lei l’ha sottolineato poco fa: è folle pensare che «si faccia la guerra per raggiungere la pace». Ed è «scandaloso» che i governi continuino a «incrementare le spese militari», arrivando a «considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra». Così papa Leone XIV per la Giornata mondiale della pace del primo gennaio…
Meno male, che c’è ancora e sempre la voce del Papa a sostenere i ragionamenti e le azioni di chi non si rassegna al ritorno della politica di potenza, anzi di prepotenza. Quasi nessun grande leader ormai “ripudia la guerra”, purtroppo nemmeno nelle nostre democrazie europee…
Subito dopo Natale, nell’Angelus per la festa di Santo Stefano, il pontefice ha affermato: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». E ha insistito: quella del dialogo è «una forza più vera di quella delle armi». Anche papa Prevost è un pro-PAL e un vetero pacifista?
Giusta provocazione. In un mondo di valori capovolti, stare accanto alle vittime più vittime e lavorare per la pace diventa un capo di accusa… Anch’io ho sperimentato di persona ciò che papa Leone ha denunciato con limpida forza. Desidero dirgli grazie: le sue parole sono uno sprone a continuare nell’impegno di questi anni, prima da giornalista e ora da deputato europeo. Per un cristiano quel messaggio non è una sorpresa, ma ammetto di averlo accolto come una carezza indiretta, preziosissima perché inaspettata. Una carezza che somiglia a quelle ricevute da tante persone semplici.
Che Europa è quella che si consegna al 2026?
Un’Europa fuori strada e, purtroppo, fuori gioco. Fuori dal gioco suo e dentro il gioco di altri. Compiamo scelte pesanti per sconvolgere i nostri bilanci e riarmare gli Stati membri della UE, tuoniamo e arruoliamo in vista della guerra con la Russia “che verrà entro il 2030”, parliamo invece con voce flebile a Trump perché crediamo di aver bisogno del suo “ombrello” (nucleare e non solo) e ci illudiamo che verrà garantito. La vociona che si fa vocetta di Giorgia Meloni dimostra come siamo messi: invadere un altro Stato – ha motteggiato la premier italiana – non sta bene, ma gli USA in Venezuela hanno compiuto un legittimo atto difensivo! Incredibile: una legittima prepotenza…
Leader e portavoce della UE invocano in coro la de-escalation.
Non basta chiedere. La de-escalation bisogna sceglierla e promuoverla. Bisogna dimostrarla. Bisogna, cioè, riaprire la via del disarmo, non quella del riarmo. Una via che passa, lo ripeto da anni, attraverso la costruzione della difesa comune dei Ventisette, base dell’autonomia strategica dell’Unione. Difesa comune significa, certo, integrazione e riorganizzazione dei bracci militari nazionali, ma ha in sé, strutturalmente, sia una quota di disarmo collettivo sia una quota di azione nonviolenta e diplomatica e di tessitura di relazioni internazionali cooperative. Resto convinto che all’Europa, e all’Italia nell’Europa, spetta di esercitare questa responsabilità e di avere questo coraggio. Essere, comunitariamente, una potenza che resiste al ritorno della guerra e della prepotenza al centro della politica.