La caccia alle streghe

Hannoun agitato come lettera scarlatta dalla destra e la guerra del referendum sulla Giustiza: fine anno tra botti e colpi bassi in politica

Interrogatorio di garanzia oggi alle 9:00, ma l’occasione propagandistica per gli estremisti di governo è troppo ghiotta per far finta di essere garantisti

Politica - di David Romoli

30 Dicembre 2025 alle 11:37

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Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica
Photo credits: Sergio Oliverio/Imagoeconomica

Fine anno con i botti e soprattutto piena di colpi bassi nella politica italiana. Sul caso Hannoun, il cui interrogatorio di garanzia di fronte al gip è fissato per stamattina alle 9, la destra mette da parte ogni orpello “garantista”. Non solo condanna senza neppure aspettare il rinvio a giudizio e figurarsi poi le sentenze. Scaglia anche l’accusa di “complicità” contro chiunque abbia incontrato o parlato anche una sola volta con l’indagato.

Trattandosi del presidente di un’associazione molto attiva nella raccolta di aiuti per Gaza è inevitabile che negli ultimi due anni Hannoun si sia incontrato o abbia condiviso spazi pubblici con parlamentari, esponenti dell’opposizione e del movimento contro la guerra in numerose occasioni. I garantisti della maggioranza lo sanno perfettamente ma l’occasione propagandistica è troppo ghiotta per non fare strame di tutti i princìpi affermati a parole più volte. Laura Boldrini è stata messa in croce per due giorni prima di chiarire di aver incontrato Hannoun solo una volta. La sindaca di Genova Silvia Salis è accusata da FdI di “aver tradito Genova” per aver partecipato a una manifestazione con Hannoun. Anche lei, come Boldrini, passa al contrattacco: “Quanto sta accadendo in queste ore ha superato ampiamente la soglia della tollerabilità. Querelerò chi sta diffondendo il falso messaggio secondo cui sarei andata con altri sindaci in piazza De Ferrari, il 17 settembre, ad ascoltare un suo intervento. Questa cosa non è mai successa”. “Se le accuse fossero confermate sarebbe un danno enorme per la popolazione palestinese e per le migliaia di italiani che pensavano di aiutare persone che morivano sono state ingannate”, aggiunge la sindaca.

Minaccia querele anche Avs, presa di mira con particolare virulenza dal plotone della destra: “Quereleremo chiunque continui a diffondere menzogne e ad accostarci ad Hamas”. Nicola Fratoianni si spinge anche oltre: “Chi mostra indulgenza per il 7 ottobre è lontanissimo dalla mia cultura politica. Ho incrociato Hannoun una volta sola, in una conferenza stampa con moltissime persone”. Se questo è il clima per chi Hannoun lo ha appena incrociato quasi casualmente, ci si può figurare come si trova chi, come il consigliere comunale di Thiene Kaabouri, esprime addirittura “solidarietà” con Hannoun. FdI e Lega reclamano le sue dimissioni e il partito della premier insiste perché i ministri degli Interni e degli Esteri riferiscano in aula “sulle contiguità tra la sinistra e Hannoun”. Più che una seduta parlamentare un processo pubblico con largo anticipo su quello che, forse, dovranno affrontare Hannoun e gli altri 24 indagati.

L’altro fronte esplosivo nello scontro tra maggioranza e opposizione è quello del referendum. O meglio della data del referendum. Il sottosegretario Mantovano aveva fatto capire chiaramente che il cdm avrebbe fissato la data oggi. Niente di fatto e il ministro Musumeci assicura anzi che “non se ne è parlato affatto”. La decisone sulla data compete al governo, che ha tempo fino al 19 gennaio per scegliere. Nel frattempo però il fronte del No ha avviato la raccolta di firme e vuole portarla a termine nonostante il referendum, pur senza ancora data, sia già indetto. Ufficialmente i motivi della richiesta sono due: dimostrare che a volere ricorrere alle urne non sono solo i politici, sia di maggioranza che d’opposizione, e presentare un quesito formulato in modo più chiaro. In realtà la posta in gioco è proprio la data. Con la raccolta delle firme, le urne non si aprirebbero prima di aprile.

Nelle ultime settimane il No ha parzialmente recuperato l’iniziale ed enorme svantaggio a favore dei sostenitori della riforma. Di conseguenza è convinto che avere un mese di tempo in più a diposizione potrebbe fare la differenza. La stessa sensazione deve però avere anche il governo: non si spiegherebbe altrimenti la fretta e l’intenzione di arrivare alle urne già nei primi due giorni di marzo. I motivi del rinvio di una scelta che ancora ieri mattina sembrava certa non sono chiari. Probabilmente pesa la posizione chiave del capo dello Stato. Mattarella non si opporrebbe a convocare il referendum nella data scelta dal governo, nel rispetto della norma che assegna al governo quel compito. Avrebbe però fatto presente il rischio che la Corte costituzionale accolga i ricorsi che il No certamente presenterebbe, impugnando appunto il diritto a raccogliere le firme.

Per il governo una sconfitta di fronte alla Consulta sarebbe il peggior viatico possibile e proprio per questo, probabilmente, Meloni ha deciso di rinviare la scelta in modo da verificare meglio il rischio di vedere accolti i ricorsi contro la data da lei fissata. Messe insieme le due vicende, l’inchiesta di Genova e lo stallo sulla data del referendum indicano chiaramente quale sarà il clima politico nell’Italia del 2026. All’arma bianca.

30 Dicembre 2025

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