Il nuovo saggio
Zohran Mamdani, il re di New York che fa sognare la sinistra
Un libro accurato che ripercorre l’ascesa dell’ex rapper diventato il sindaco della Grande Mela, ma anche e soprattutto un modello che soffia aria nuova nei polmoni dei socialdemocratici d’Occidente
Cultura - di Filippo La Porta
Un saggio utilissimo, questo di Luciana Grosso (giornalista specializzata in politica europea e statunitense): Mamdani. Un socialista a New York (Castelvecchi). Scritto appena prima dell’esito elettorale, ci costringe a varie riflessioni su di noi e sul nostro paese. Basterebbe leggere alcune delle sue conclusioni: “Quello che invece non sa nessuno è chi sia la sinistra americana, cosa voglia, dove vada, perché mai bisognerebbe votarla se non per anti-trumpismo. Cosa vuole fare dell’America? Mistero”. Sembra stia parlando della nostra sinistra attuale (basta sostituire Trump con Meloni), appunto “debole, litigiosa, confusa, divisa, fatta di varie voci che si delegittimano a vicenda”. Ma cominciamo dall’inizio.
Anzitutto la difficoltà enorme di amministrare New York: otto milioni di persone, due milioni di poveri, tre milioni di case. Solo un dato: a Roma 1.400 semafori, nella Grande Mela 13.500! Sapete quanto bisogna guadagnare per essere considerati poveri? Più o meno 50mila dollari all’anno, se si è da soli, se si ha una famiglia 98mila dollari (ricordo che lì un caffè costa quattro dollari)! E, come sappiamo negli States non vi è sanità pubblica (nonostante Obama), previdenza universale o cose come la cassa integrazione. La città ha bisogno di più soldi di quanto incassi. Che fare? Mamdani vuole alzare le tasse per i ricchi, ma le tasse in Usa sono perlopiù locali (i ricchi scapperebbero in un altro stato). Cuomo proponeva di rendere conveniente investire su New York. E andiamo alla grande differenza tra liberal e socialisti, messa a fuoco assai bene dall’autrice.
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L’approccio dei primi si regge sullo “sgocciolamento”: per redistribuire ricchezza occorre costruirla, dunque lasciare briglia sciolta agli imprenditori (che così potrebbero creare attività e nuovo lavoro): la loro ricchezza sarebbe sgocciolata fino a chi aveva meno. I socialisti invece pensano che la miseria non si combatte dando i soldi ai ricchi, ma ai poveri. Le due fazioni si detestano da sempre, dal conflitto tra Sanders e Hilary Clinton. Personalmente sto con i socialisti, con il Welfare, con vincoli precisi posti agli imprenditori e al libero mercato: insomma ritengo che nel Dna di qualsiasi sinistra dovrebbe esserci un’attenzione alle tutele per i non abbienti, una sensibilità particolare verso la giustizia sociale. Anche se resta il problema di come reperire i soldi del Welfare: per amministrare New York servono cento miliardi di dollari, e consideriamo i tagli annunciati da Trump. Certo la questione delle imposte va affrontata in modo deciso: l’aliquota massima cittadina è del 3,9%! Ma andiamo avanti. Grosso passa in rassegna i passati sindaci, offrendoci tra l’altro un bellissimo ritratto di Rudy Giuliani (che ci fa capire quanto la realtà americana sia per noi impenetrabile): certo ha promosso le scuole private, ha bonificato la città in modo autoritario e gentrificato Manhattan, però ha riconosciuto il diritto di convivenza a gay e lesbiche e poi – già malatissimo, con un cancro alla prostata – l’11 settembre si incamminò verso le Torri sconvolto e atterrito, con un fazzoletto.
Ma ora guardiamo il programma di Mamdani, articolato e a tratti contraddittorio. Alcune proposte sono fattibili e altre prive di ogni fondamento: ok i bus gratuiti e più veloci, ok più sicurezza liberando la polizia dai microinterventi, quasi ok la creazione di supermercati pubblici a prezzi calmierati (si può fare ma con problemi spaventosi), certamente no il congelamento degli affitti, che non dipende dai poteri di un sindaco (che può solo influenzare la decisione), no la costruzione di 200mila nuovi alloggi di edilizia pubblica (va approvata dallo stato ed è costosissima), e infine nè all’aumento delle imposte alla parte di popolazione più ricca (anche qui serve l’approvazione dello stato, ed è una cosa tradizionalmente invisa agli americani: si pensi che Mamdani intende solo aumentare l’aliquota dal 3,9% al 5,9% per chi guadagna più di un milione all’anno!).
Sui diritti civili invece il neo sindaco ha buon gioco a voler rendere New York una città “a prova di Trump” una città rifugio per Lgbtqia+, etc., e non c’è Guardia Nazionale che potrebbe impedirlo (il presunto antisemitismo di Mamdani sembrerebbe invece solo un’arma di propaganda dei suoi avversari: condanna i coloni e l’occupazione di Gaza ma ribadisce di non condividere lo slogan “Global Intifada”, e poi buona parte del suo staff è ebreo). Luciana Grosso alla fine ci dà qualche motivo di speranza con questa singolare argomentazione: per gli americani la parola “socialismo” non è familiare, anzi indica qualcosa di inesplorato e di inedito. Ma per come sono fatti gli americani questo potrebbe essere un motivo di attrazione, “un po’ come da adolescente non vedi l’ora di dare il primo bacio”. E poi il “socialismo” di Sanders e Mamdani somiglia molto alla nostra socialdemocrazia, e insomma implica solo un po’ di stato sociale in più. Mamdani e Trump, paradossalmente hanno in comune la radicalità con cui si rivolgono ai certi popolari, facendogli grandi promesse (ovviamente antitetiche). Se Mamdani riuscirà a governare decentemente New York, a “migliorare la vita delle persone” (il vero compito della politica), specie dei più svantaggiati, allora può diventare la cartina di tornasole di se stesso dimostrando che la formula politica che ha voluto incarnare valga davvero la pena. È come un canarino nella miniera: “se ce la fa lui allora si può fare”.
A questo punto dobbiamo tutti porci un interrogativo. Ex rapper ed ex organizzato e di comunità, caldo, affabile, simpatico, Mamdani è un populista di sinistra. Cuomo – “antipatico, arrogante, borioso” (sembra Calenda!) – , ha fatto anche cose molto di sinistra (ad es. levato tasse universitarie a non abbienti), poi è stato travolto dalle molestie sessuali (non è successo a Calenda!), ma in generale più concreto e pragmatico. Vi chiedo: secondo voi “per vincere” la sinistra deve essere un po’ populista e riscaldare i cuori (anche con qualche assurda sparata), oppure pragmatica, ragionevolmente riformista, e freddamente realista? Personalmente non ho una risposta certa. Però credo che in nessun programma della sinistra dovrebbe sparire del tutto il richiamo di Marx al “sogno di una cosa”. La destra non ha bisogno di far sognare: si limita a confermare la natura, la legge del più forte. È invece la sinistra che non può rinunciarvi.