Il Presidente nazionale Arci
Intervista a Walter Massa: “Quella di Meloni è una manovra di guerra, massimalista è chi considera il mercato la misura di tutto”
“Il massimalismo è quello di chi considera il mercato la misura di tutto o pensa che i poveri siano un “effetto collaterale”, dice il leader dell’Arci
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Walter Massa è il Presidente nazionale dell’Arci.
L’Arci è parte integrante del movimento che ha riempito le piazze d’Italia contro il genocidio a Gaza, a sostegno della Global Sumud Flotilla e per il riconoscimento dello Stato palestinese. L’Arci ha sostenuto le organizzazioni sindacali nelle battaglie contro i lavori poveri, la precarizzazione, i diritti sociali. Da presidente dell’Arci, si sente per questo un pericoloso sinistrorso, un inguaribile massimalista?
L’Arci è un’associazione che non ha mai nascosto, in quasi settant’anni, le sue radici e i suoi valori. Si sa da che parte sta questa grande associazione popolare. E dunque, se difendere la dignità umana, il diritto internazionale, la pace e i diritti del lavoro significa essere pericolosi, allora abbiamo un problema serio come Paese. L’Arci fa ciò che ha sempre fatto: sta dove c’è bisogno di una voce libera, autonoma e, se serve, coraggiosa. Non rincorriamo etichette, né viviamo di identità chiuse: pratichiamo la Costituzione. E la Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra, promuove l’uguaglianza, rimuove gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona, tutela la libertà di associazione. Senza quelle “sfumature” che in passato – e anche oggi – hanno prodotto enormi danni. In questi giorni ho riletto un editoriale di Luigi Pintor del 1991, scritto in risposta alle accuse di mancanza di sfumature e dunque di massimalismo o estremismo: «Come posso sfumare la guerra? (…) È tutto questo frastuono che ci invade, molto concreto e cogente. No, non posso sfumarlo e non voglio.» Così risponde Pintor e così rispondiamo noi. Ecco perché sostenere la Flotilla, denunciare sin dall’inizio il genocidio, schierarsi con chi viene bombardato come in Ucraina — dove la popolazione civile paga da oltre tre anni il prezzo di una guerra criminale — o privato di diritti da decenni come in Cisgiordania, difendere chi lavora in condizioni di sfruttamento, non è estremismo. È civiltà democratica. Il massimalismo, semmai, è quello di chi considera il mercato la misura di tutto, di chi normalizza la guerra come strumento ordinario della politica o pensa che i poveri siano un “effetto collaterale”. Pericolosi? No. Piuttosto: considero pericolose l’ignavia, l’indifferenza e l’opportunismo di una parte della politica e della stampa. E rivendico il ruolo dell’Arci come una delle grandi infrastrutture democratiche diffuse di questo Paese. L’Arci è questo: una comunità sociale che tiene insieme cultura, mutualismo, diritti, partecipazione. In un Paese attraversato da solitudini, rancori e impoverimento materiale e simbolico, i nostri circoli sono spesso gli unici spazi dove le persone possono ancora incontrarsi, discutere, immaginare un futuro diverso. Questo non è un fatto romantico: è un dato politico. Senza luoghi di relazione, non c’è democrazia. E oggi più che mai è evidente che la battaglia culturale è il cuore della battaglia democratica.
Che sinistra è quella che non si schiera dalla parte dei più indifesi?
È una sinistra che ha smarrito la sua ragion d’essere. E non lo scopriamo oggi, anche se negli ultimi anni qualche segnale positivo lo abbiamo visto. Una sinistra che mette tra parentesi i diritti umani, la giustizia sociale, la pace, l’ambiente, la difesa dei beni comuni è una sinistra che non parla più alla società reale: ai giovani schiacciati da precarietà e affitti insostenibili, ai lavoratori poveri, alle periferie, alle donne che pagano il prezzo più alto delle disuguaglianze. Ed è una sinistra che non comprende la fase: riarmo senza limiti, normalizzazione della guerra, erosione dei diritti costituzionali, solitudine sociale. In una fase così, chi non si schiera con gli indifesi finisce, volente o nolente, per schierarsi con i potenti. Noi, come Arci, facciamo politica ogni giorno dentro questa faglia. Non la politica dei palazzi che comunque non denigro: la politica che si costruisce con l’attivazione, la cultura, le relazioni. Perché siamo un’associazione popolare e abbiamo un’idea chiara di società: inclusiva, aperta, egualitaria, fondata sui diritti e non sulle paure. Circoli, festival, scuole popolari, presìdi culturali: sono pezzi di un potere democratico diffuso che contrasta solitudine, diseguaglianze e derive autoritarie. In un Paese dove lo spazio civico viene compresso, questo lavoro è essenziale. Ed è lì che oggi si misura la credibilità di una sinistra che voglia dirsi tale. La verità è che in Italia abbiamo bisogno di una grande ricostruzione democratica dal basso. Se guardiamo ai territori, vediamo energie straordinarie: la mobilitazione dei giovani contro il genocidio, i movimenti per la casa, le reti ecologiste, il lavoro sociale nei quartieri, le esperienze di mutualismo nate durante la pandemia. Sono segnali che ci dicono che la società non è affatto rassegnata. Manca una politica capace di ascoltare questa spinta e di farne un progetto collettivo. Qui l’associazionismo popolare gioca un ruolo decisivo: non sostituisce la politica, ma le ricorda che la democrazia vive solo dove ci sono persone organizzate, consapevoli, attive.
Gaza è scomparsa dalle prime pagine della stampa mainstream e dai titoli dei Tg. Eppure, a Gaza si continua a morire e a soffrire – una interminabile scia di sangue che si allunga fino campi profughi palestinesi in Libano – e in Cisgiordania la violenza dei coloni è senza limiti. Potenza del “piano Trump”?
Sì: la potenza di un piano che mira a rendere permanente ciò che dovrebbe essere inaccettabile. La strategia è quella di sempre: spegnere i riflettori, normalizzare l’orrore. Se Gaza non esiste più nel racconto pubblico, allora può continuare a esistere come zona di morte. E non succede solo a Gaza. Lo vediamo anche in Ucraina: quando una guerra dura troppo, quando il dolore diventa quotidiano, scatta un processo di assuefazione. La sofferenza civile viene silenziata, come se fosse “ordinaria amministrazione”. È un meccanismo pericolosissimo, perché l’orrore normalizzato diventa invisibile. Gaza è ancora sotto assedio, a due anni da un genocidio acclarato che ha cancellato migliaia di vite e violato ogni principio di diritto internazionale, dopo decenni di apartheid e razzismo sistemico. E con Gaza, la Cisgiordania e tutto il popolo palestinese. Di fronte a questo crimine, la complicità delle istituzioni europee e italiane pesa come una colpa collettiva. È su quel silenzio che si misura la distanza tra i valori che l’Europa dice di rappresentare e la realtà di un continente che finanzia il riarmo, chiude gli occhi davanti ai massacri e reprime la solidarietà e il dissenso. In questo contesto si inserisce il “piano Trump”: un piano che non affronta le cause strutturali della crisi, non coinvolge il popolo palestinese, nasce dentro la stessa logica di potenza e di occupazione che ha prodotto il massacro. Non possiamo pensare che la pace significhi tornare allo status quo precedente al 7 ottobre 2023: una prigione a cielo aperto.
La pace non è tornare alla prigione: è libertà, autodeterminazione, giustizia. E la società civile internazionale – dalle piazze italiane alla Flotilla – ha avuto almeno la forza di impedirne la cancellazione mediatica.
C’è chi ha scritto che quella presentata dal Governo e in discussione in Parlamento sia una manovra “di guerra”. Lei come la vede?
Purtroppo, la definizione è corretta. È una manovra che aumenta le disuguaglianze, continua a smontare pezzo dopo pezzo lo stato sociale, taglia sulla sanità e sui diritti, chiude i rubinetti della cultura mentre destina risorse crescenti al riarmo: circa 35 miliardi nel 2026. In un Paese dove crescono povertà assoluta e lavorativa, dove i giovani fuggono all’estero, dove intere generazioni vivono nell’incertezza, una manovra dovrebbe essere un atto di ricostruzione sociale. Almeno un tentativo. Invece si privilegia la spesa militare, la logica securitaria, l’idea che il benessere si produca chiudendo, punendo, blindando. È una manovra che parla a un’Italia stanca, impaurita, rassegnata. E si inserisce dentro un disegno più ampio: premierato, autonomia differenziata, riforma della giustizia piegata all’esecutivo, compressione dello spazio civico, delegittimazione dei corpi intermedi. Una manovra che sceglie il riarmo mentre taglia alla sanità pubblica manda un messaggio preciso: non tutti hanno gli stessi diritti. Ma l’Italia non esce dalla crisi con più armi e più disuguaglianze, ma con salari dignitosi, scuola pubblica, servizi sociali e investimenti su ricerca e cultura. Dove c’è una rete pubblica che funziona, le persone stanno meglio e partecipano di più. Dove questa rete manca, proliferano paura e sfiducia. La sicurezza vera non la dà un esercito più grande, ma una società meno diseguale.
Non è uno slogan: è davvero una manovra di guerra. E la contrasteremo con gli strumenti democratici a nostra disposizione, dal lavoro sul referendum confermativo agli scioperi generali del 28 novembre e del 12 dicembre. La giustizia sociale non è un capitolo di spesa: è la nuova frontiera della democrazia italiana.
Guardando oltre oceano ed evitando il tristo giochino del “chi assomiglia a chi”. Cosa racconta la vittoria di Mamdani a New York? Anche lui è un pericoloso socialista?
Viviamo dentro una faglia globale profonda. Eppure, anche in questo contesto, arrivano segnali di speranza. L’elezione di Mamdani ne è un esempio: un figlio di migranti, musulmano, socialista, che costruisce consenso parlando di costo della vita, diritto alla casa, giustizia sociale, sanità pubblica, pace. Temi che parlano alla vita delle persone. È un segnale potente: dimostra che un’altra politica è possibile, che anche nelle metropoli del Nord globale cresce una generazione capace di connettere diritti sociali, diritti civili, clima e democrazia. Quando la politica parla dei problemi veri, le persone rispondono. La sinistra non vince quando rincorre la destra, ma quando propone un modello alternativo di società o, perlomeno, delle strade differenti. Se “socialista pericoloso” significa ascoltare il disagio, sfidare lo status quo e indicare una visione, allora sì: Mamdani è pericoloso. Pericoloso per chi vuole che tutto resti com’è. Pericoloso come molte e molti di noi.
Credo che questo sia il tempo in cui la società civile stia maturando la percezione di sentirsi nuovamente protagonista. I grandi cambiamenti non arrivano dall’alto, ma da movimenti sociali che aprono spazi di possibilità. Mamdani è il segnale che quando si parla chiaro, quando si sta dalla parte giusta, quando si affrontano i nodi irrisolti del nostro tempo — precarietà, guerra, crisi climatica, disuguaglianze — le persone rispondono. Noi, come Arci, vogliamo contribuire a questa stagione di ricostruzione: non come testimonianza, ma con la volontà di incidere. Perché un’Italia più giusta, più pacifica, più democratica è possibile. E non dipende mai solo da un leader, ma da un movimento che si organizza.