Il vertice ospitato da Lula
COP30 in Brasile, al via tra scetticismo e basse aspettative la conferenza sul clima: a Belém assenti Usa, Cina e India
È iniziata oggi in Brasile la COP30, l’annuale conferenza internazionale sul clima che comprende i 200 Paesi ed entità che hanno firmato l’accordo sul clima delle Nazioni Unite del 1992.
Appuntamento che quest’anno si tiene simbolicamente nella città brasiliana di Belém, capitale dello Stato del Pará, che ospita larga parte della foresta amazzonica, la foresta pluviale che ha subìto negli anni una enorme deforestazione.
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La COP30 arriva a dieci anni dagli storici Accordi di Parigi, il più importante trattato sul clima degli ultimi tempi che portò alla definizione di obiettivo ambizioso: evitare che entro fine secolo la temperatura media globale aumentasse di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, con l’impegno a tenersi al di sotto dei 2 °C.
Eppure l’appuntamento di Belém inizia all’insegna di un generale scetticismo e con basse aspettative riguardo i risultati che potranno emergere dalla conferenza e dal suo documento finale. Questo perché saranno assenti quattro delle cinque economie più inquinanti sul pianeta, ovvero Stati Uniti, Cina, India e Russia, che non parteciperanno o lo faranno con delegazioni di secondo piano al meeting brasiliano.
Gli Stati Uniti hanno completamente disertato l’evento, una scelta che non sorprende dopo la vittoria elettorale nel 2024 di Donald Trump e il cambio di rotta impresso dalla Casa Bianca sulle politiche green. L’amministrazione Trump è uscita dall’Accordo di Parigi per la seconda volta in due mandati: a Washington al potere c’è chi porta avanti una piattaforma politica apertamente in disaccordo con la comunità scientifica internazionale riguardo i cambiamenti climatici in atto sulla Terra.
Cine e Idia hanno invece deciso di inviare delegazioni non di primo piano: Pechino il suo vicepremier, Nuova Delhi solo un ambasciatore. La Cina di Xi Jinping da una parte sta fortemente lavorando per espandere la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili come l’eolico e il solare, oltre a finanziare fortemente la transizione ecologica nel settore dell’automotive favorendo i veicoli elettrici, dall’altra è ancora fortemente dipendente dal carbone, la cui combustione ha un forte impatto sull’ambiente. Un discorso replicabile anche per l’India, dove il governo di Narendra Modi, al di là delle parole spese pubblicamente sul climate change, ha altre priorità riguardanti lo sviluppo economico del Paese e la salvaguardia della propria sicurezza energetica nazionale.
Resta a “portare la croce” la solita Unione Europea, presente a Belém dopo complicate trattative interne per portare in Brasile un piano rinnovato sui propri impegni in favore del clima. La Commissione Ue ha confermato di voler ridurre le emissioni di gas serra del 55 per cento entro il 2030, rispetto al 1990, e ha indicato un accordo politico per arrivare al 90 per cento entro il 2040, ma con numerose clausole che di fatto indeboliscono la portata dell’impegno. All’interno dell’Europa sono infatti sempre più forti le voci dei gruppi politici e dei Paesi contrari alle politiche green approvate dalla precedente Commissione su spinta dell’allora commissario Frans Timmermans.