Il docufilm alla Festa del cinema di Roma
“It’s never over”, il docufilm sull’album di Jeff Buckley che ha fatto la storia della musica
Figlio del mitico e maledetto Tim, che lo abbandonò ancora in fasce, l’artista conquistò la fama suonando al suo funerale. Ma proprio come il padre perse la vita giovane, durante una nuotata. “Grace”, suo unico album è oggi considerato un capolavoro. La pellicola di Amy Berg si mette sulle sue tracce con molti materiali inediti
Spettacoli - di Graziella Balestrieri
È sicuramente uno dei titoli più attesi alla Festa del Cinema di Roma, It’s Never Over, Jeff Buckley, film documentario diretto da Amy Berg, prodotto da Brad Pitt, e che sarà presentato nella sezione Freestyle. Registrazioni private, immagini inedite, messaggi vocali esclusivi e materiali d’archivio mai visti prima. Testimonianze della madre Mary Guibert, delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, dei suoi compagni di band Michael Tighe e Parker Kindred, e di artisti come Ben Harper e Aimee Mann. E poi l’ombra e la voce del padre, quel Tim Buckley, che abbandonò il piccolo Jeff e la madre, per dedicarsi a una carriera che si spegnerà, all’età di 28 anni, come quella del figlio poi (30 anni per Jeff) con modalità diverse ma ugualmente drammatiche.
It’s Never Over, Jeff Buckley, non è un semplice docu-film, ma racconta del lascito artistico e umano di un ragazzo talentuosissimo, che con un solo album ha lasciato, più di tanti altri, una traccia indelebile nella storia della musica, con l’album Grace, quello che sarà il primo e l’unico album di Jeff Buckley. Grace è come una storia d’amore, di suoni e dolori profondissimi, di luce però, tanta e accecante a tratti e sempre tanto amore. È il rock che incontra il soul che sfocia nel lirismo, un album fragile, anzi fragilissimo ma come tutte le cose fragili capace di spostare il mondo. Quella di Jeffrey Scott Buckley è la storia di un ragazzo nato il 17 novembre del 1966 ad Anaheim, città della California meridionale, e poi finita il 29 maggio del 1997 a Memphis, nelle acque del Mississippi, per una nuotata, niente di inusuale per Jeff, che era solito farlo in quelle acque, e che tragicamente invece quel giorno, al passaggio di un battello, che molto probabilmente aveva creato un risucchio, senza avere droghe addosso o alcol o altro, il fiume si è portato via con sé.
Il corpo il giorno dopo venne ritrovato in braccio ad un albero, sotto al ponte di Beale Street, la strada principale di Memphis. Chitarrista, cantautore, figlio del grandissimo cantautore e musicista Tim Buckley e della violoncellista Mary Guilbert. Il padre Tim, per inseguire carriera e sogno, si trasferì a New York e abbandonò la moglie e Jeff ancora prima che il piccolo nascesse, incontrando saltuariamente il figlio soltanto nella prima infanzia. Jeff cresce con la madre e il patrigno Ron Moorhead. Patrigno a cui Jeff sarà sempre riconoscente per avergli dato stabilità e sopra ogni cosa per averlo indirizzato musicalmente, regalandogli il 33 giri di Physical Graffiti dei Led Zeppelin. Tanto riconoscente nei confronti del patrigno che per un certo periodo si faceva chiamare Scotty Moorhead. Cresce in un ambiente familiare intriso di musica, la madre pianista e violoncellista classica e il patrigno ascoltatore assiduo di Jimi Hendrix, The Who, Pink Floyd Led Zeppelin, Queen, così che all’età di 12 anni Jeff decide che diventerà un musicista e all’età di 13 anni riceve in regalo la sua prima chitarra, una Gibson Les Paul.
La morte del padre Tim Buckley, avvenuta per overdose, il 29 (data che insegue i Buckley) del 1975 cambia qualcosa nella testa e nell’animo di Jeff, che decide da quel momento di usare il suo vero nome, ovvero Jeff Buckley. Intanto Jeff si diploma, siamo nel 1984, alla Loara High Scholl, suonando durante gli anni scolastici nel gruppo jazz della scuola, iniziando nel frattempo ad appassionarsi al progressive rock. Finita la scuola si trasferisce da solo ad Hollywood, e si iscrive al Guitar Institute of Technology e nonostante concluda gli studi, più tardi, in un’intervista dirà che l’anno trascorso in quell’istituto è stata la più grande perdita di tempo di sempre. Gli anni tra il 1986 e il 1990 vedono Jeff lavorare in un hotel di Los Angeles, iniziando a suonare la chitarra negli ambienti locali, spaziando dal jazz, al rock, all’heavy metal ma senza avere quella fortuna e il momento ideale per farsi conoscere che stava cercando.
Si trasferisce a New York, ma qui trova pochissime occasioni per esibirsi, così ritorna a Los Angeles dove finisce sotto l’ala protettiva dell’ex manager di suo padre, Herb Cohen, con il quale Buckley completa Babylon Dungeon Sessions. La cassetta conteneva quattro brani: Eternal Life, Unforgiven (divenuta poi Last Goodbye), Strawberry Street e Radio. E poi il destino, che si intreccia con quello del padre, con la morte del padre, che offre a Jeff la possibilità di debuttare. Jeff torna a New York, dove esordisce davanti al pubblico durante un concerto tributo organizzato in memoria di suo padre, nella chiesa di St.Ann di Broklyn, il 26 aprile del 1991 – Greetings from Tim Buckley, organizzato da Hal Willner. Jeff, accompagnato da Lucas, suona I Never asked to be your mountain, brano di Tim, dedicato proprio a lui e alla madre di Jeff, e poi anche Sefronia, The King’s chain, Phantasmagoria in two per finire con Once I was, quest’ultima cantata a cappella, vista la rottura di una corda della chitarra. Questa esibizione, che aveva segnato il suo debutto ufficiale, era stato un modo per Jeff di avvicinarsi a suo padre. «Non era il mio lavoro, non era la mia vita. Ma mi infastidiva non esser stato presente al suo funerale, non aver mai più potuto dirgli qualcosa. Usai quello show per dargli il mio ultimo saluto». (Jeff Buckley)
Da questo ricordo parte la carriera di Jeff Buckley, che inizia ad esibirsi live in molti locali di Manhattan, specie nel Sin-è e l’East Village, proponendo anche un vasto repertorio che includeva brani degli artisti più disparati: da Elton John a Robert Johnson, The Smiths, Led Zeppelin, Van Morrison, Bob Dylan. È il 1992 e Jeff viene contatto dalla Columbia Records con la quale firma il suo primo e unico contratto discografico, registrando l’anno successivo il suo primo EP, quattro brani, tra cui anche una strepitosa cover di The Way Young Lovers do di Van Morrison. È il tempo di Grace, ora, 23 agosto del 1993, 7 pezzi inediti, e 3 cover tra cui Lilac Wine che si rifaceva alla versione di Nina Simone, Corpus Christi Carol di Benjamin Britten e poi Hallelujah di Leonard Cohen, che Jeff ricantò e risuonò come se fosse un altro passaggio, una seconda vita, un’altra possibilità, come spesso gli era capitato in passato.
L’interpretazione di Hallelujah gli concede le luci, la fama, il successo, che non aveva avuto suo padre Tim, ed il figlio invece finalmente riusciva a riprendersi tutto. Parte in tour dal 1994 al 1996, passando per Germania, Canada, Stati Uniti, Irlanda, Regno Unito. E nel 1995 si esibisce a Parigi al Bataclan, dove venne registrato Live from the Bataclan. Si esibisce anche in Italia, il 17 febbraio del 1995 al Vidia Club di Cesena e il 17 febbraio del 1995 alla Festa de L’Unità a Correggio. Con la fine del tour inizia a lavorare ad un nuovo album, ma la sera del 29 maggio del 1997, all’età di 30 anni, chiede al suo roadie Keith Foti, di fermarsi accanto al Mississippi, per poter fare una delle sue solite nuotate, e da allora It’s Never Over Jeff Buckley.