Caos 5 stelle
Chiara Appendino, l’apprendista che lancia la sfida a Giuseppe Conte
Come Stalin e Trotsky dopo Lenin, Chiara e Giuseppi si contendono l’eredità del fondatore Grillo. Sconfitta ma non doma, la sindaca guiderà la rivolta con Dibba
Politica - di Fulvio Abbate
In un tempo politico ormai sideralmente lontano, Beppe Grillo, mostrandosi dalla finestra sul suo alberghetto romano di fiducia davanti ai Fori Imperiali, issò teatralmente verso un cielo in quel momento elettorale già notturno una gruccia, tolta, c’è da immaginare, dall’armadio della sua stanza singola. In quel gesto muto, non meno imperiale, brillava per intero l’In hoc signo vinces, cioè l’atto di nascita pubblico e ufficiale della ancora sconosciuta ai più Chiara Appendino.
Il principio di un’avventura che vedrà la ragazza nata a Moncalieri, luogo struggentemente deamicisiano, da lì a poco sindaco di Torino; un risultato affatto secondario, anzi decisamente trionfale. Per lei e per il suo condominio politico di appartenenza. Governando “Beppe”, la luogotenenza generale del regno pentastellato, affidata infine all’avvocato Giuseppe Conte in attesa degli alamari definitivi che sarebbero infine giunti sulle maniche del suo blazer, era allora ancora lontana, tuttavia con quel gesto l’Elevato, presente ancora il riverbero del pensiero astrale di Casaleggio Senior, consegnava al mondo i propri gioielli. Sì, una nuova classe dirigente, “pulita” e “determinata”, destinata forse, programmaticamente, ad averla vinta con la sola forza di un apriscatole sul Palazzo, liberandone ogni stanza dalle “incrostazioni” dei gestori precedenti. Vasto programma suggerito già tra gazebi e meetup.
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Un’era, ripeto, è trascorsa da allora, Beppe Grillo è ormai assente alle bandiere iconicamente anodine del Movimento, la parola su cui definire il futuro delle alleanze, nonostante le esperienze decisamente ondivaghe governative alle spalle, mostra infine un sapore da materia per agrimensori: “Campo largo”. Cioè un necessario patto tra pentastellati e Partito democratico, già stigmatizzato dai grillini come condominio di “pdioti”, quindi non senza titubanze da alcuni, non senza la convinzione titanica che il Movimento munito di cinque misteriose stelle possa anche farcela da solo in nome delle proprie ragioni indubitabili. Oh, velleità gratuite! Raggiungendo, metti, la maggioranza assoluta, il 60% alle urne, di più: il 70%! Sogni, chimere, pretese quasi lisergiche.
Ed è ciò che hanno fatto notare poche ore fa i molti che trovano del tutto decisamente discutibile, se non addirittura “meschina”, la scelta di Chiara Appendino di rinunciare alla vicepresidenza di un Movimento ormai appaltato a Giuseppe Conte. Per molti infatti Chiara avrebbe dovuto aspettare le prossime consultazioni elettorali, per altri invece avrebbe fatto benissimo a sbottare, perché occorre tornare al tempo “antemarcia”, immaginando forse sempre lei, Chiara, pronta a fare ritorno alle barricate insieme all’ex collega Di Battista. Un sentimento assai serpeggiante soprattutto presso i “diciannovisti” pentastellati, nostalgici delle origini, di un’ortodossia forse perduta, annacquata, obliterata, quindi in balia del calcolo ancora una volta di Palazzo. Per altri invece, mangiatori di pane e volpe, chissà cosa avrà in mente Appendino? Questi ultimi lo dicono addirittura espressamente, insinuando ambizioni personali, probabilmente assai più consistenti di una semplice carica, sebbene trascorsa, di prima cittadina sotto la Mole. Sia pure interrotta, macchiata dai guai giudiziari.
Si vocifera comunque che Chiara “non resterà in silenzio”, e pare ancora che proprio su questo, per le parole che verranno, l’avvocato Conte a un certo punto abbia altrettanto sbottato con queste precise dirimenti parole: “Basta parlare di Appendino!”. Non sembri improprio il riferimento, resta però che fatti i dovuti distinguo tra macro e microstoria, sembra quasi che tra la Ragazza Nata a Moncalieri e l’Avvocato Devoto del Santo di Pietrelcina possa accadere lo stesso scontro che un tempo vide Stalin contrapporsi a Trotsky, s’intende dopo la morte di Lenin, che in questo caso va immaginato con il volto ormai invisibile di Grillo. Sono solo ipotesi, sensazioni, insinuazioni, idee vaghe dell’orsa pentastellata, in verità la realtà è assai più cruda e prosaica: nell’immediato c’è da fare i conti con il crollo dei consensi elettorali, le ultime percentuali non appaiono per nulla rassicuranti, l’ircocervo post-ideologico un tempo affidato al volto di Beppe mostra il fiato corto, trasfigurando ogni “vasto programma” in una naturale e fisiologica bagarre da palazzina comando. La postura notarile meridionale dell’Avvocato pronta a contrapporsi all’allure piemontese di Chiara Appendino: la Casa Sollievo della Sofferenza pentastellata pronta lì a scontrarsi con la severità architettonica della torinese via Cibrario, luogo dove un tempo viveva Guido Gozzano, il poeta de Le due strade. Come finirà questa storia? Al momento sembra di scorgere semplicemente Chiara in surplace.
Tuttavia, personalmente, non ho potuto fare a meno di ravvisare un’enorme povertà linguistica nel post da Appendino affidato ai social, dove non sembra di cogliere, accanto alla trousse della retorica d’occasione, poco o nulla, appunto, di chiaro. Leggo: “Il Movimento 5 Stelle mi ha accolta quando ero poco più di una ragazza. È qui che ho imparato a mettermi al servizio della mia comunità. È, e resterà sempre, la mia casa politica. Ed è proprio per amore di questa casa che ho deciso di rimettere il mio incarico di Vicepresidente del Movimento 5 Stelle. Non è una scelta leggera, è una scelta sofferta. Ma in una politica dove troppi restano aggrappati alla poltrona, noi del Movimento 5 Stelle ragioniamo secondo altri schemi. Perché lo faccio? E non è neanche una questione di alleanze in sé. È questione di come ci stiamo dentro. Se ci normalizziamo, smettiamo di essere ciò che siamo nati per essere”. Volendo fare un’analisi delle intenzioni, ogni strada sembrerebbe aperta, o magari si tratta ormai di un vicolo cieco?