L'intervista
Accordo su Gaza, Domenico Quirico: “Pace di Trump? È un ritorno al 6 ottobre, perché conviene sia a Netanyahu che ad Hamas”
L'inviato di guerra ed editorialista: "Trump passerà all'incasso, esce malissimo Macron, per Russia e Cina non è un'area cruciale. La Terza Guerra Mondiale non scoppierà in Medio Oriente"
Esteri - di Antonio Lamorte
Per chi ha vissuto una vita da inviato speciale, corrispondente da zone di guerra, testimone in aree ad alto rischio, sempre ad alta tensione, rapito dalle associazioni jihadiste che raccontava come volessero costruire finalmente il Grande Califfato: per chi ha fatto il giornalista come Domenico Quirico è singolare come l’unico conflitto non raccontato dai giornalisti occidentali in questi anni sia il conflitto più sentito nello stesso Occidente: Israele non permette l’ingresso alla stampa nella Striscia di Gaza. “È curioso, non solo è diventata una guerra anche da noi grazie ai giornalisti palestinesi – che tra l’altro ci hanno lasciato spesso le penne – ma è stata anche una guerra fortemente vista, più vista delle altre”, dice all’Unità lo storico inviato ed editorialista de La Stampa a poche ore dall’annuncio trionfale dell’accordo tra lo Stato Ebraico e Hamas con la mediazione del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Come va chiamato questo accordo: pace, tregua, cessate il fuoco?
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“Pace è una parola che userei con molta cautela, rischiamo grandi delusioni. Definirei tutto questo un ritorno al 6 di ottobre: in una maniera molto fragile siamo tornati a subito prima dei massacri di Hamas in Israele. Nulla è risolto ma almeno momentaneamente il livello della violenza viene riportato a quello cui eravamo abituati da quasi 80 anni, senza che provocasse particolare indignazione o sommovimenti nella parte di mondo in cui viviamo. Detto ciò, la parte che riguarda la cessazione delle operazioni militari di Israele, la restituzione degli ostaggi prigionieri nei tunnel, l’arrivo – si spera massiccio – degli aiuti umanitari per la popolazione palestinese, è estremamente positiva. Ma lì ci fermiamo”.
Cosa intende?
“Che tutto quello che viene dopo è un enorme vuoto che bisognerà riempire, sul quale a mio avviso non esiste alcuna premessa che possa andare a buon fine”.
A proposito di questa indeterminatezza: il piano ha molti punti oscuri, dettagli anche macroscopici ancora da chiarire. Cosa c’è dietro l’accordo? Come e perché ci si è arrivati?
“C’è sicuramente il ‘metodo Trump’, che costruisce situazioni che possono tenere cinque, quattordici, ventiquattro ore, insomma il tempo che serve per la sua propaganda. Basta vedere quello che è successo la notte scorsa, la scenografia dell’annuncio con il bigliettino allungato da Marco Rubio che gli parla all’orecchio durante la conferenza stampa: tutto questo è molto trumpiano. A Netanyahu l’accordo serve perché finalmente riporta a casa gli ostaggi: rappresentavano una delle questioni più spinose per il suo governo in questi anni. Allo stesso tempo Israele non rinuncia a niente: si è accorto di non poter distruggere Hamas fino all’ultimo uomo come si era ripromesso e di non poter nemmeno cacciare più o meno due milioni di persone dalla Striscia, ma può riprendere la guerra quando vuole, non ha nessun territorio da attraversare per ricominciare i bombardamenti o l’invasione. Hamas ottiene una vittoria molto consistente: è un movimento esplicitamente jihadista, non è l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina o Fatah, è una branca della jihad universale che vuole costruire un califfato in Palestina e che ha ottenuto un riconoscimento diplomatico dagli Stati Uniti. Con Washington ha trattato da controparte e ha firmato degli accordi come li avevano firmati i talebani, è una legittimazione sulla quale in molti non hanno riflettuto. E una tregua gli conviene, anche perché sul disarmo, la demilitarizzazione, su tutto quello che verrà dopo non c’è niente: niente. I regimi arabi ci guadagnano il figurone di aver finalmente fatto qualcosa per i palestinesi dopo averli fatti massacrare per due anni. Più o meno tutti, in questa fase, possono esser contenti. Quando bisognerà andare avanti comincerà il discorso più complicato, perché nessuno vorrà rinunciare a niente”.
Adesso conviene a tutti, fra un po’ potrebbe non convenire più a nessuno.
“Sicuramente converrà a Trump, che adesso passa all’incasso. Non a caso ha tirato dentro uno come Tony Blair, non a caso ha mandato Jared Kushner, suo genero, a trattare tutta questa faccenda”.
Si è parlato in queste ore più del Premio Nobel per la Pace, una specie di ossessione del tycoon soprattutto per la rivalità con Barack Obama – che il Nobel l’ha vinto, è anche una questione piuttosto patinata. Non è forse più una faccenda di investimenti nella Striscia e in Medio Oriente?
“Certo, Trump potrà sbandierare il Nobel come una medaglietta per definirsi il più grande Presidente degli Stati Uniti dopo George Washington, ma il vero incasso è il grande affare del Medio Oriente. Con gli Accordi di Abramo, gli oleodotti, i gasdotti, le forniture di armi, gli investimenti sulla ricostruzione. A Gaza non c’è più niente: se anche facessero soltanto dei condomini, non necessariamente degli alberghi a 5 stelle, la ricostruzione sarà qualcosa di enorme”.
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Che ruolo giocano in questo scenario la Russia, la Cina e l’Europa?
“Esce malissimo, con un pugno di mosche in mano, il Presidente della Francia Emmanuel Macron, che aveva annunciato il riconoscimento dello Stato palestinese. Per Mosca e Pechino questa non è una zona cruciale del mondo, non mi pare abbiano fatto molto per entrare nello scenario”.
Ritengono siano altre le aree geopolitiche dove si decidono le sorti del mondo?
“Assolutamente: la vera guerra, estremamente pericolosa, è quella dell’Ucraina. Non può scoppiare in Medio Oriente la Terza Guerra Mondiale, non è un posto cruciale per la Russia e per la Cina”.
Lei venne rapito e tenuto prigioniero da un’organizzazione jihadista in Siria, erano gli anni della guerra civile e del sedicente Stato Islamico che guadagnava terreno. Quando scrisse Il Grande Califfato (Neri Pozza, 2015) citò Hamas ma non gli dedicò grande spazio come fece con altre organizzazioni che in quegli anni facevano proselitismo e si espandevano territorialmente. Perché?
“Perché il Califfato non si è mai speso per i palestinesi, Gerusalemme o Gaza. Lo consideravano un finto problema: per loro il punto era la costruzione di un grande Stato Islamico non dal fiume al mare ma dalla Via della Seta all’Oceano Atlantico. Consideravano una perdita di tempo un piccolo Stato in Palestina, così come gli ebrei sarebbero stati spazzati via con tutti i finti musulmani e quelli che detenevano il potere nella Umma islamica. Tutto questo era irrilevante rispetto ai loro progetti di palingenesi universale, quello stare lì a sparacchiarsi con gli ebrei non era mai stato neanche un motivo di propaganda”.
Possono aver influito sull’accordo le manifestazioni, in Italia molto partecipate, pro Gaza? Israele può aver provato la paura di diventare uno stato paria agli occhi dell’opinione pubblica mondiale?
“Non credo, l’unico rapporto organico che Israele ha per sopravvivere è quello con gli Stati Uniti, che poi è un rapporto reciproco perché gli USA non troveranno mai un alleato così potente, perfetto e disponibile in quella zona di mondo. La mobilitazione delle opinioni pubbliche è un problema totalmente secondario per Israele, basta vedere come ha gestito la questione delle Flotille umanitarie”.
Perché la questione palestinese riesce a convogliare attenzione, polarizzare e dividere, e non soltanto in questi anni, come nessun’altra?
“C’è qualcosa di culturale che ha a che fare con Gerusalemme, i luoghi della fede, anche per chi non è credente o non pratica. È curioso che una guerra che nessun giornalista della nostra parte di mondo ha potuto raccontare sia una guerra così fortemente vista e sentita. Gaza trasformata in una distesa di rottami, l’abbiamo vista molto bene: l’hanno mostrata loro, i giornalisti palestinesi, molto bene. Al contrario di quanto avvenuto con la guerra civile in Siria, dove la distruzione e le perdite umane sono state altrettanto enormi se non più grandi – perché sono morte almeno 500mila persone – e non si è mosso nessuno, neanche un vicolo, questo conflitto ha riempito le piazze. Credo sia legato in parte a Israele, agli ebrei e al sionismo, che sono temi di confronto, accuse, interrogativi perenni in Occidente. E credo che quello che succede nella Striscia di Gaza bussi alla nostra coscienza”.
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