Lo show del ministro fascista
Ben-Gvir, il ministro fascista israeliano che minaccia e aggredisce i prigionieri della Flotilla
Il racconto di James Elder, portavoce dell’Unicef, sulla situazione a Gaza. Non esistono zone sicure. Negli ospedali i bambini prematuri distesi per terra
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Il suo nome è Itamar Ben-Gvir. È il ministro della Sicurezza nazionale nel governo d’Israele. Itamar Ben-Gvir è un fascista, esponente di un governo (copyright Haaretz) nel quale “i ministri fanno a gara a chi è più fascista”. Da giovane era un acceso seguace del rabbino Meir Kahane, un fanatico ultranazionalista messianico bandito dalla politica israeliana nel 1988, ucciso a Brooklyn il 5 novembre 1990.
Il partito che aveva fondato, il Kach, fu dichiaro fuorilegge. Itamar Ben-Gvir, che del Kach ammirava pratica e ideologia, si presentò un giorno davanti alle telecamere mostrando con fierezza il logo della Mercedes (la stella), strappato dall’auto ufficiale del primo ministro Yitzhak Rabin. “Oggi siamo arrivati a prendere questo, domani...”, proclamò Ben-Gvir. “Domani” si presero la vita del premier israeliano, eroe di guerra, che aveva osato fare la pace e stringere la mano a Yasser Arafat. Itamar Ben-Gvir considera Yigal Amir, l’assassino di Rabin, un eroe d’Israele.
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Ecco, costui ha voluto esibirsi un’altra volta, con un video che definire vergognoso è dir poco. Ben-Gvir si è recato nella notte scorsa al porto di Ashdod e, visitando le aree dove erano ancora detenuti gli attivisti della Global Sumud Flotilla, si è rivolto loro chiamandoli “terroristi”. Tutto ciò è immortalato in un video nel quale il fascista in questione mostra con il dito indice gli attivisti prigionieri gridando “Questi sono i terroristi della Flotilla”. E poi, indicandolo uno a uno: “Guardateli, sostenitori di assassini”. Va visto e raccontato questo ignobile show. Perché dà conto, più di mille analisi, chi è che governa oggi Israele. “A proposito – dice sorridente Ben-Gvir – sulle loro navi c’era un gran caos. In realtà non sono venuti per la Flotilla. Non per aiutare, ma sono venuti a favore di Gaza”.
A favore di Gaza. Questo è il crimine di cui si sono macchiati, per il quale l’”unica democrazia del Medio Oriente” con il suo “esercito più morale al mondo” ha abbordato le barche, con reparti scelti in assetto di guerra, in oltraggio al diritto internazionale, e a quello del mare. “Sono terroristi – ripete Ben-Gvir – sostengono il terrorismo”. Il video mostra quindi il ministro su un’imbarcazione. «Stiamo cercando aiuti umanitari qui – ha aggiunto – c’è solo una confezione di latte in polvere qui, secondo quanto dice il Commissario. Né aiuti né aiuti umanitari». La risposta dei prigionieri è un grido corale: “Free Palestine”. Ma l’inaggettivabile Ben-Gvir non si ferma qui. “Penso che debbano essere tenuti qui per alcuni mesi in una prigione israeliana, in modo che si abituino all’odore dell’ala terroristica”: sentenzia il ministro, riguardo agli attivisti della Flotilla in attesa di espulsione. Ben -Gvir, in un video-messaggio postato su X, ha detto che il primo ministro Benjamin Netanyahu sta commettendo un “errore” ad espellerli, “perché questo li spingerà a tornare ancora e ancora e ancora”.
Intanto, gli attivisti della Flotilla detenuti in Israele “vengono trasferiti nella prigione di Saharonim, vicino alla prigione di Ketsiot, ad eccezione di quelli della barca dei Marinette, intercettati ieri. Diversi, tra cui il nostro vicepresidente Alexis Deswaef, si sono rifiutati di firmare documenti che riconoscevano falsamente un ‘ingresso illegale’ in territorio israeliano e hanno iniziato uno sciopero della fame. È prevista un’udienza presso la prigione”. Lo fa sapere l’International Federation for Human Rights, di cui fa parte Adalah, il team giuridico della Flotilla.
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Cosa sia Gaza emerge con drammatica nettezza nel racconto fatto ieri da James Elder, Portavoce dell’Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, nella conferenza stampa al Palazzo dell’Onu di Ginevra. Racconta Elder: “Gaza City rimane la casa di decine di migliaia di bambini. Bambini senza scarpe spingono i nonni in sedia a rotelle tra le macerie. I bambini amputati arrancano tra la polvere. Le madri portano in braccio bambini la cui pelle sanguina a causa di eruzioni cutanee. I bambini tremano per gli incessanti attacchi aerei. E i bambini guardano il cielo seguendo il fuoco di elicotteri e droni. La domanda che mi viene posta ovunque a Gaza City – dalle donne, dagli anziani e dai bambini – è: ‘Dove posso andare per essere al sicuro?’. E la risposta rimane la stessa dopo quasi due anni: Da nessuna parte. Nessun luogo è sicuro nella Striscia di Gaza. Eppure, oggi, ad altri 200.000 civili è stato chiesto di lasciare Gaza City, oltre a più di 400.000 persone che sono state costrette a spostarsi verso sud. Un ospedale di Gaza City – il Patient Friendly Hospital, dove sono stato ieri – vede ogni giorno 60-80 bambini ricoverati per malnutrizione e altre malattie. L’unità di terapia intensiva (ICU) per neonati e bambini dell’ospedale di Al Helou è stracolma. L’ospedale è stato bombardato la scorsa settimana”.
Prosegue la testimonianza del Portavoce dell’Unicef: “Il sud, le cosiddette ‘zone sicure’, sono anch’esse luoghi di morte. Al-Mawasi, oggi uno dei luoghi più densamente popolati del pianeta, è terribilmente sovraffollato e privato dell’essenziale per la sopravvivenza. L’85% delle famiglie vive nel raggio di dieci metri da fognature a cielo aperto, rifiuti animali, cumuli di immondizia, acqua stagnante o infestazioni di roditori. Due terzi non hanno accesso al sapone. Ho parlato con decine di persone a Gaza City che mi hanno detto tutte la stessa cosa: non hanno soldi per spostarsi, non hanno spazio né tende in cui trasferirsi e anche il sud è pericoloso. (…) Due giorni fa, all’ospedale di Nasser, ho incontrato bambini paralizzati, ustionati o con arti amputati in seguito a colpi diretti sulle tende.
Nel frattempo, la situazione per le madri e i neonati non è mai stata peggiore. All’ospedale Nasser, i corridoi sono pieni di donne che hanno appena partorito. In sei missioni a Gaza, non ho mai visto una situazione simile. Neomamme e neonati vulnerabili distesi sul pavimento. Tre neonati prematuri condividono un’unica fonte di ossigeno: ogni bambino respira per venti minuti, prima di lasciare il posto al successivo. Una neonata prematura, Nada, che è stata in terapia intensiva per 21 giorni, viene dimessa e ora aspetta fuori, sdraiata sul pavimento del corridoio con la madre. Nada pesa due chili, meno della metà di quanto dovrebbe pesare. Le donne stanno avendo aborti spontanei durante l’estenuante viaggio dal nord al sud. I medici temono che i virus invernali siano arrivati in anticipo e dai rapporti risulta che negli ultimi due anni sono morti 1.000 bambini e non abbiamo idea di quanti altri siano morti a causa di malattie prevenibili.(…)
I media presenti in questa sala stampa sono stati così generosi da ascoltare le informazioni dell’Unicef decine di volte da quando abbiamo assistito per la prima volta alla carneficina a Gaza. In questo periodo, abbiamo raccontato una guerra contro i bambini, una carestia e un’epidemia di polio. Sempre e solo con dati e testimonianze. Eppure, in qualche modo, le cose oggi sono peggiori di quelle di allora. Tutti hanno qualche responsabilità, ma le vittime sono solo: ieri, oggi e, senza un’azione significativa, domani, i bambini palestinesi”.