Dalle Camere il sì alla Risoluzione
Meloni getta fango sui manifestanti: “Vogliono il weekend lungo”, ma chi sciopera perde soldi…
Indispettita per il Paese in rivolta contro la linea del governo, la premier getta fango sui manifestanti. Schlein: “Posi la clava e pensi a governare”
Politica - di David Romoli
“Giù le mani dal diritto di sciopero”. Alla Camera Elly Schlein risponde a un Tajani particolarmente ecumenico e alla sua richiesta all’opposizione per un voto unanime del Parlamento a sostegno della proposta di pace Trump. Quel voto non c’è stato ma non c’è stata neppure la bocciatura aperta. Le due anime del Pd, dopo aver rischiato una clamorosa rottura in aula, e l’intero centrosinistra hanno trovato una mediazione sulla formula dell’astensione. Azione e Iv hanno invece sostenuto apertamente la proposta Trump e alcuni parlamentari della minoranza Pd hanno votato la Risoluzione di Renzi, identica a quella della maggioranza. Giorgia non ha incassato il suo voto all’unanimità, in compenso la Risoluzione di maggioranza è passata senza neppure un voto contrario.
La segretaria del Pd ha assicurato di augurarsi il successo del dialogo in corso sulla proposta Trump, denunciando però anche le falle della proposta del presidente americano: l’assenza di riferimenti allo Stato palestinese, il nessun ruolo dei palestinesi stessi nella trattativa e la fine dell’occupazione in Cisgiordania: “Non potete chiederci di votare una Risoluzione che ignora questo punto: lo Stato palestinese o si riconosce o non si riconosce. Non esiste il riconoscimento condizionato. Con quale ipocrisia venite qui a fare finti appelli all’unità mentre Meloni, con la clava ci accusa di essere contro la pace? Noi siamo sempre stati per la pace. Voi avete aspettato il permesso di Trump”. Ma Schlein non dimentica la Flotilla e le manifestazioni in ogni città italiana che difende a spada tratta, “Si è alzata con forza la voce di un’Italia che non vuole essere complice. Smettete di criminalizzare ogni piazza e ogni forma di dissenso”, lo sciopero che minaccia di innescare un durissimo braccio di ferro dopo che il garante lo ha dichiarato illegale per mancanza dell’adeguato preavviso: “Noi saremo in piazza con chi sciopera. Non è accettabile l’attacco della premier allo sciopero e la minaccia di precettazione”.
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A minacciare la precettazione era stato in realtà Salvini ma Meloni, da Copenaghen, si era scagliata per l’ennesima volta contro la Flotilla ma anche contro lo sciopero con toni di estrema rozzezza e persino con una certa bassezza: “Il popolo italiano affronterà nei prossimi giorni gravi disagi per una questione che mi pare c’entri poco con la questione palestinese. Mi sarei aspettata che almeno su una questione che reputavano così importante, i sindacati non avessero indetto uno sciopero generale di venerdì, perché il weekend lungo e la rivoluzione non stanno insieme”. Il nervosismo della premier non si spiega più col rischio di incidenti gravi durante l’abbordaggio israeliano. Evidentemente è proprio la percezione di uno stacco profondo tra governo e maggioranza della popolazione su Gaza che la spinge a usare toni e parole sempre meno adeguati.
Di quella distanza che si è creata tra destra e opinione pubblica trasversale agli schieramenti politici è consapevole ovviamente anche il centrosinistra che martella soprattutto sul sostegno alle manifestazioni e sulla vergogna di fronte alla Storia di cui il governo copre l’Italia mentre “sono gli attivisti della Flotilla a salvarne l’onore”. Parole di Conte, ma il concetto è ripreso identico anche da Fratoianni e dalla stessa Schlein. Del resto quanto il governo sia preoccupato per lo scollamento dagli umori del Paese era evidente anche nell’abile discorso di un Tajani in forma, che ha criticato il governo israeliano con puntualità maggiore di quanto nessun esponente di governo avesse mai fatto e soprattutto ha insistito più volte sulla necessità di arrivare allo Stato palestinese e alla pace basata sulla formula “due popoli due Stati”. Senza tuttavia arretrare di un millimetro sulle condizioni necessarie perché l’Italia riconosca lo Stato di Palestina, identiche peraltro a quelle messe nero su bianco nei 20 punti della proposta Trump: “Disarmo e rinuncia a ogni ruolo politico da parte dei terroristi di Hamas, liberazione di tutti gli ostaggi”.
Nel complesso il governo sembra reagire con due tendenze opposte alla consapevolezza di avere di fronte un Paese che, su Gaza, è molto più vicino alle posizione dell’opposizione che a quelle della maggioranza. Una linea morbida, che slitta verso una apertura alle istanze palestinesi e alla critica rivolta a Israele molto maggiore del passato e soprattutto che mantiene un profilo moderato e “distensivo” anche in materia di ordine pubblico, e una molto più aggressiva alla quale dà voce, oltre al solito Salvini, anche la “moderata” Giorgia. Quale delle due strade il governo deciderà di imboccare non a parole ma nei fatti lo si scoprirà tra oggi e domani, di fronte alle piazze piene e allo sciopero generale. La decisione di Salvini di evitare la precettazione limitandosi a chiedere un inasprimento delle multe indica che si sta imponendo la linea più ragionevole.