Il provvedimento di viale Mazzini
Perché Enrico Varriale è stato licenziato dalla Rai: i processi per stalking e la “giusta causa” dietro la cacciata
Dalla vicedirezione di Rai Sport alla cacciata dalla tv pubblica. È la sorte toccata ad Enrico Varriale, volto noto al grande pubblico per aver condotto trasmissione storiche come “90° minuto”.
La Rai ha infatti licenziato per giusta causa il giornalista napoletano, protagonista negli ultimi anni di una brutta vicenda giudiziaria.
Varriale e i processi
Lo scorso giugno era stato condannato in primo grado in un processo per stalking e lesioni nei confronti dell’ex compagna a 10 mesi di reclusione, con gli stessi reati che gli sono contestati nell’ambito di un secondo processo dopo la denuncia di una seconda donna con la quale aveva avuto una relazione.
Dopo le denunce Varriale era stato allontanato dallo schermo, ma il suo stipendio non era mai stato sospeso. Lo stesso giornalista lo scorso anno aveva fatto causa a viale Mazzini, sostenendo di essere vittima di demansionamento perché costretto a restare a casa senza poter lavorare.
Nella sentenza di primo grado Varriale era accusato di aver “sbattuto violentemente al muro” la compagna, “scuotendole e percuotendole le braccia e sferrandole violentemente dei”. Quindi le ripetute minacce: “Diceva di poter incidere su una collaborazione grazie alla quale la donna scriveva”.
I motivi del licenziamento dalla Rai
Oggi l’epilogo della vicenda, con l’annuncio al Comitato di redazione dei giornalisti arrivato direttamente dal direttore di Rai Sport, il sempre contestato Paolo Petrecca: “Cari colleghi – si legge – vi informo che il rapporto tra la Rai e il collega Enrico Varriale è stato risolto per giusta causa. Cordiali saluti”.
Formalmente il provvedimento di licenziamento di Varriale non ha nulla a che fare con i procedimenti in corso contro il giornalista, visto che uno è arrivato al primo grado di giudizio e l’altro non è ancora arrivato a sentenza. La “giusta causa” alla base del provvedimento, scrive il Corriere della Sera parlando di “voci ufficiose in azienda”, sarebbe collegata a “comportamenti tenuti dal giornalista giudicati gravemente scorretti, in violazione degli impegni sottoscritti nel contratto”. Un esempio? Sempre il Corriere parla di provvedimenti simili presi nei confronti di un altro giornalista “che aveva picchiato un collega e si era presentato armato di coltello in redazione”, o di licenziamenti in caso di “sottrazione di beni o denaro all’azienda”.
La nota di Varriale
“Ricordando il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, considero tendenziose e provocatorie le indiscrezioni di alcuni organi di stampa che, citando ‘fonti ufficiose Rai’, ipotizzano altre ragioni alla base della decisione aziendale. Ribadisco la mia fiducia nei Giudici e resto convinto che, sia in sede penale che giuslavoristica, riuscirò a dimostrare la bontà delle mie ragioni, a cominciare dalla impugnativa del licenziamento, per la quale ho già conferito mandato ai miei legali”. A parlare così tramite una nota è propro Varriale, dopo la notizia relativa al suo licenziamento dalla Rai.
“Sui motivi che hanno portato alla decisione aziendale di interrompere il rapporto di lavoro – sottolinea poi il giornalista sportivo – ricordo che nella prima vicenda penale allo stato esiste una sentenza di condanna a 10 mesi, con pena sospesa e non menzione, avverso la quale ho già proposto appello. Nel secondo caso non si è ancora conclusa la fase istruttoria del processo ed io stesso non sono stato ancora sentito dal Giudice”.
Nella nota Varriale rivela poi un ulteriore dettaglio sui suoi rapporti con la tv di Stato. “La Rai, che negli ultimi quattro anni mi ha totalmente impedito di fare il mio lavoro (ma non mi ha mai sospeso cautelarmente dal servizio non essendoci motivazione per farlo), è già stata condannata dal Tribunale di Roma lo scorso 22 gennaio 2025 per la dequalificazione professionale operata nei miei confronti – scandisce il giornalista – La relativa sentenza, solo parzialmente ottemperata dall’Azienda, non è stata da me finora resa pubblica per il rispetto che ho sempre avuto per la Rai, di cui sono parte da quasi 40 anni”.