La mostra

La modernità è riscoperta dell’anima delle cose

Giovanni Paganin e Ilario Fioravanti due artisti - architetti, scultori - diversissimi tra loro scelti perché proprio dalla contrapposizione dei loro linguaggi nasce l’identità

Cultura - di Andrea Pompili

26 Settembre 2025 alle 12:24 - Ultimo agg. 26 Settembre 2025 alle 18:18

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La modernità è riscoperta dell’anima delle cose

Scultori dell’immagine possono essere definiti, indubbiamente, Giovanni Paganin (Asiago 1913 – Milano 1997) e Ilario Fioravanti (Cesena 1922 – Savignano sul Rubicone 2012), due artisti lontani, dalle storie diverse, celebrati oggi nel Museo Le Carceri di Asiago, dopo la prima tappa espositiva al Mart di Rovereto. Da un’idea di Vittorio Sgarbi è nata questa mostra firmata da due curatrici indipendenti: Marina Pizziolo e Marisa Zattini. Un’idea vincente, questa, perché è dal contrasto e dalla diversità che scaturisce la più autentica rivendicazione dell’identità.

Un accostamento fecondo, ricco di stimoli e di riflessioni che affiancava, a Rovereto, quella degli Etruschi del Novecento. Una mostra che pone all’attenzione del pubblico l’opera di due eccellenti scultori del Novecento che certa critica sembra avere ingiustamente dimenticato e trascurato. «La modernità non è una trovata, ma è scoprire nuovamente l’anima delle cose, con l’intensità che circola nell’aria del proprio tempo», scriveva Arturo Martini. In questa rassegna ci troviamo a confronto con due linguaggi plastici molto diversi. Dobbiamo ricordare che, come sottolineava Marino Marini in una conversazione con Mario De Micheli, «l’artista avverte tutto come e cento volte più degli altri e moltiplica questa paura nel suo cervello, quindi diventa tragico, assolutamente tragico».

Giovanni Paganin è un testimone della drammaticità del suo tempo. Egli assegna alle sue figure – in gesso, in pietra o in bronzo – la funzione di metafora diretta del significato, perché «la forma è l’identità del significato, e il significato, nella sua comunicabilità, non può essere trasmesso che dall’immagine» come sottolinea Mario De Micheli. In ogni sua opera traspare quel senso drammatico e tragico del mestiere di vivere, riemerge l’esperienza amara dei conflitti mondiali, dei corpi feriti e scarnificati dalla tragedia di una devastazione profonda che ha colpito l’anima. Per lui il tempo non è altro che “uno squarcio rabbioso dell’esistere”. Nativo di Asiago ma milanese d’adozione, Paganin faceva parte del gruppo di Corrente”, coltivando feconde relazioni con gli intellettuali del suo tempo.

Ilario Fioravanti, invece, non si è mai allontanato dalla Romagna, dalla sua Cesena, conducendo una vita di uomo-artista-architetto isolato, in provincia. In questo “corpo a corpo” di oggi ritroviamo due uomini che pongono le loro sculture come emblemi delle diverse possibilità del figurativo. In una sfida etica e politica Paganin realizza degli “affondi esistenziali” nei suoi nudi fieramente collocati “fuori dal tempo”. Lo rileviamo nei bronzi La Caduta I (Adamo) (1975-1978) e La Caduta II (Eva) (1975-1978) e nel dipinto su tela Cacciata dal paradiso terrestre (1985). Gli Adamo ed Eva di Giovanni Paganin sono in dialogo diretto con l’Adamo ed Eva (1989) di Ilario Fioravanti ed accolgono il visitatore subito, ad inizio percorso espositivo. Drammatiche e disperate le prime, con sguardo incantato sul mondo le seconde. Fioravanti, nelle sue terrecotte policrome, sottrae le cose all’evidenza della quotidianità facendole assurgere “alla categoria dello straordinario”. Anche gli equilibri precari delle sue figure circensi – La Bigliettaia (1985), la Contorsionista cinese (1990), la Coppia di saltimbanchi innamorati (1989), la Famiglia dei Clown con i cappelli bianchi a punta (1989) – sono sempre filtrati fra gioia e dolore. «Il circo è la vita che è gioia e sofferenza. È sofferenza per dare gioia, per andare avanti. Il vivere è questo, ecco il rapporto del circo con “Ridi pagliaccio ridi” e magari dentro la risata c’è un singulto, un pianto e questo sentimento io l’ho provato sempre» (Ilario Fioravanti).

La necessità di una maschera per affrontare questa vita. Un gioioso labirinto di figure, comunque, espresse con la terracotta, con quella particolare tecnica “dei vasi”, perché le sue sculture nascono da forme cilindriche tirate su al tornio, incise e dipinte poi “a fresco”, prima dell’infornata. Una «scelta operativa che ha il significato di una rigorosa opzione insieme intellettuale ed etica. […] Intorno alla metà degli anni ’60, l’architetto di successo, il colto sperimentatore di tecniche e stili, decide che è arrivato il momento di dedicarsi a tempo pieno alla scultura. Decide anche che è necessario ripartire dall’essenziale (dalla terra quindi), dai materiali e dalle forme archetipe così da rimettere, per così dire, la palla al centro» (Antonio Paolucci). Una “terra-biscottata” con amore e passione: «Tenerezza, ci vuole. E più s’è forti e più s’è possenti, più ne occorre; anche, e soprattutto, nel dominio dell’arte» (Giovanni Testori).

Entrambi hanno posto l’uomo nella sua centralità, sulla linea di demarcazione della loro produzione a difesa di un’arte per l’arte – perché l’uomo è cosa antica – ma con due spiriti diametralmente opposti. Per Paganin: «La scultura ha ben poche ragioni d’essere se non fosse per la disperata pazzia di qualcuno, la disperata pazzia di dire, gridare, testimoniare, comunque, la fede nell’uomo». Per Fioravanti «Creare è un impegno forte, è persino sofferenza, ma è una sofferenza che porta gioia». Nelle radianze del vivere il mistero della vita, dalla nascita alla morte, il vuoto dell’abisso che ci attende viene reiterato da Paganin in quella caduta inesorabile che contraddistingue ogni suo dipinto così come ogni sua scultura. Una sorta di religione laica, la sua, una testimonianza umana fatta di “groppi di materia” e “frane d’ombra”, come li definiva Giovanni Testori.

Il lungo corridoio al piano terra, idealmente diviso in due parti contrapposte per ospitare le opere dei due artisti, si amplia negli spazi delle singole celle che, nella loro raccolta dimensione, valorizzano ancor più le opere selezionate. La mostra prosegue poi al primo piano, in affaccio sullo spazio sottostante, completandosi in altre singole celle. Debordazioni ed eccedenze salutari in uno spazio che fa rivivere tutte queste opere con un sapore nuovo. Non ci può dunque essere indifferenza davanti a queste sculture perché queste sono accumulo significativo di senso, spazio, sogno e passione, una passione innanzitutto per l’uomo, comunque esso sia. Jean Clair scriveva che al di fuori di tanta pseudo-arte «decontaminata, lavata, purificata, risciacquata da ogni sospetto di umanità, da ogni rumore, da ogni infezione, da ogni lacrima» quella vera deve essere riconoscibile per quello sfondo culturale e spirituale, dunque umano, della propria sostanza. E noi, in queste opere, ci rispecchiamo fra inquietudine, ritmo, errore, energia e pathos di un fare che è lingua irradiante.

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Dove: Asiago – Museo “Le Carceri”
Quando: 6 luglio 2025 – 22 febbraio 2026
Titolo: Giovanni Paganin e Ilario Fioravanti ~ Il grido e il Canto
Curatori: Marina Pizzaiolo e Marisa Zattini
Organizzazione: Comune di Asiago
Catalogo: Edizioni Mart e Museo “Le Carceri”
Info: 0424 600290
e-mail: asiagoturismo@comune.asiago.vi.it

 

26 Settembre 2025

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