Il caso della Flotilla
Crosetto teme l’incidente alla Flotilla: e se un drone colpisce le fregate della Marina militare?
E se per errore invece di colpire una barca della Flotilla colpiscono una nostra fregata cosa facciamo? Non è più la situazione dell’altra notte: è guerra
Politica - di Angela Nocioni
Di mezzi della Marina militare a seguire da lontano la Flotilla Crosetto ne ha mandati due: la fregata ‘Fasan’ e la nave ‘Alpino’. Se a far da ambulanze o da deterrenti non è chiaro. Quali ordini abbiano a bordo non lo dice. Ma teme che un drone per errore (o non per caso) le colpisca. Ha paura dell’incidente il ministro della Difesa. Un attacco a una nave militare è inequivocabilmente un atto di guerra. In quel caso cosa farebbe l’Italia che già ha ignorato il chiaro atto ostile dei droni piovuti tre notti fa a sud di Creta sulle barche battenti bandiera italiana con cittadini italiani a bordo, ignorerebbe anche l’attacco a una sua nave militare? Dall’entourage del ministro dipingono così lo scenario temuto: “Questi droni, lo sappiamo, non partono da terra, partono da barchini. E se l’uomo X messo su un barchino dagli israeliani fa partire un drone che invece di cadere su una barca della Flotilla cade su una nostra fregata cosa facciamo? Non è più la situazione dell’altra notte: è guerra”.
Ore 8.31 di ieri, Montecitorio. Riferisce alla Camera il ministro della Difesa. Quasi deserti i banchi di Forza Italia, freddini i Fratelli d’Italia. Alla fine l’unico meloniano che passerà a stringere la mano al ministro sarà solo il capogruppo, Galeazzo Bignami. Un Crosetto col tono vellutato di chi spera ci sia in Aula un parlamentare in grado di orientare le decisioni della Flotilla (come se il gruppo di attivisti imbarcati non fosse un caleidoscopio, mostrando il ministro di non aver capito benissimo come funziona a bordo), col tono morbido del diplomatico, dicevamo, il ministro mette le mani avanti: “Noi non siamo in grado, una volta usciti dalle acque internazionali ed entrati nelle acque di un altro Stato, di garantire la sicurezza: né noi, né nessun altro Paese al mondo e questo vorrei che fosse chiaro”. Posa i fogli, allarga le braccia sui banchi del governo e parla a braccio: “Vi assicuro che il clima è preoccupante e voglio usare questo momento per trasmettere a tutti quelli che sono a bordo di quelle navi, anche attraverso quelli di voi che con loro parlano, la necessità di capire che il clima è preoccupante”.
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Evita di nominare Israele, lo chiama “quel Paese”. “Per quanto la nostra capacità e la nostra possibilità di pressione su quel Paese per non considerare quell’entrata un atto ostile sia costante, frequente e continua – dice – qualunque conseguenza possa accadere deve essere messa in previsione e noi dobbiamo evitarla in qualunque modo e a qualunque costo. Per cui io consiglio, e spero che tutti noi spingiamo per questo, che venga accettata la soluzione di portare questi aiuti a Cipro e, attraverso l’intervento della Conferenza episcopale e del governo italiano, far arrivare questi aiuti a Gaza”. E’ il piano già sabotato la sera prima da Giorgia Meloni che per esser certa di poter accusare gli attivisti della Flotilla di averlo rifiutato si è precipitata a rivendicarlo come suo durante un punto stampa appositamente allestito in un albergo di Manhattan per affossarlo. (La conferma arriva in giornata: la flotta prosegue verso Gaza, non si ferma Cipro). Crosetto spiega di voler “impedire punti di non ritorno”. “Stiamo trattando e stiamo cercando di trovare una via d’uscita che consenta di ottenere il massimo risultato con l’arrivo degli aiuti a Gaza e, dall’altra parte, non faccia correre nessun pericolo”. Corre un parlottio tra i banchi dei 5 Stelle quando il ministro dice: “Ringrazio, e non voglio fare nomi per non mettere nessuno in imbarazzo”.
A mezzogiorno, dopo aver riferito all’Aula del Senato, si fermerà a lungo a parlare in una sala di palazzo Madama con il cinquestellino Patuanelli. Di tanta esibita ricerca di ponti, di collaborazione, non c’è traccia nell’intervento strillato della sua compagna di partito, la meloniana Paola Chiesa che accusa: “Quelli sulla Flotilla non vogliono essere messi in sicurezza, non vogliono sbarcare, mettono a repentaglio la sicurezza dei nostri militari”. Protestano Pd, Avs e Cinque Stelle. L’Aula è presieduta da Fabio Rampelli, l’ex mentore della Meloni, il Gabbiano di Colle Oppio. Che scampanella, richiama all’ordine, alza il vocione: ‘Basta, basta’. Interviene per il Pd la segretaria Elly Schlein: “Ministro, lei e Paola Chiesa sembrate di due partiti diversi”. Ricorda degli aiuti umanitari per i palestinesi “lasciati marcire da Israele a Rafah”, ricorda le vie negate attraverso la Giordania. Gran vociare dai banchi della destra.
Rampelli non scampanella stavolta, non scampanellerà mai quando le urla verranno dai banchi della maggioranza. Schlein chiede al governo di “convocare l’ambasciatore israeliano”. Dice: “Abbiamo appreso dai giornali che il commissario Fitto, che non è lì a rappresentare né il suo partito né, tantomeno, il suo governo, non si è presentato alla discussione sulle sanzioni proposte dalla Commissione europea. E, quindi, noi continuiamo a chiedere a Giorgia Meloni di venire, pur tardivamente, in quest’Aula a riferire. Perché il governo italiano rischia di bloccare le sanzioni proposte dalla Commissione europea”. Indirizzata alla Meloni: “La Flotilla un dispetto al governo italiano? Per favore esca dalla megalomania! Ci sono persone di 44 paesi a bordo!”. Sui banchi di Fratelli d’Italia tutti impegnati sui telefonini, l’unica deputata non a testa china mastica chewing gum a bocca aperta.
Il deputato di Avs Marco Grimaldi, anche ieri in kefiah nera per i 65mila morti civili di Gaza, in Transatlantico va ripetendo: “Le acque davanti alla Striscia sono territorio di guerra ma non sono acque israeliane”. Scroscio di applausi dai banchi del Pd e Avs quando il cinquestellino Silvestri chiede: “Ministro ora ci dica: lei si dissocia o no dall’intervista in cui la presidente del Consiglio dà degli ‘irresponsabili’ alle persone della Flotilla”? Crosetto non lo guarda, batte con gli indici sulla tastiera. Sarà poi uno dei suoi a commentare a margine, lapidario: “Giorgia Meloni non è una statista. Dopo quel che ha detto da quando hanno ucciso Kirk, mi dispiace, non si può considerarla tale. Io ormai nemmeno le scrivo più, adesso siamo noi a dover limitare i danni per l’Italia”.