Il docufilm dedicato al giornalista

Perché Giancarlo Siani venne ucciso dalla Camorra: il martire del giornalismo che insegnò ai colleghi a non avere paura

Il film prende le mosse dal libro di Pietro Perone, giornalista del pool del Mattino che insieme ai colleghi scovò mandanti e killer dell’assassinio del giovane reporter. Il regista Filippo Soldi: “Giancarlo un esempio di libertà”

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

23 Settembre 2025 alle 10:00

Condividi l'articolo

Perché Giancarlo Siani venne ucciso dalla Camorra: il martire del giornalismo che insegnò ai colleghi a non avere paura

È stato presentato in anteprima al festival “Visioni dal mondo” sabato 13 settembre e dopo un anteprima all’Auditorium Parco della Musica il 22 settembre, il documentario Quaranta anni senza Giancarlo Siani di Filippo Soldi, andrà in onda in prima serata su Rai 3, stasera 23 settembre. Arriva in occasione dei 40 anni dalla scomparsa di Giancarlo Siani, giovane cronista del Mattino di Napoli, ucciso dalla camorra a soli 26 anni e ne celebra la vita.

Prodotto da Combo International in collaborazione con Rai Documentari il film è scritto a quattro mani da Filippo Soldi e Pietro Perone, giornalista del Mattino e testimone diretto di quegli anni, che proprio al reporter anti-camorra, sulla cui esecuzione diede un contributo investigativo fondamentale per l’individuazione dei mandanti, ha dedicato il suo nuovo libro alla base del docufilm, Giancarlo Siani. Terra nemica per le edizioni San Paolo. ll film è guidato dagli articoli dello stesso Siani, a cui viene restituita una voce grazie alla partecipazione straordinaria di Toni Servillo che si fa corpo e microfono dell’entusiasmo e della voglia di libertà del giornalista che riesce a restituire a piene mani agli studenti del Liceo Giovan Battista Vico di Napoli, la scuola frequentata da Siani.

Perché iniziare il percorso del film proprio dal liceo, dal dialogo con i ragazzi e Servillo? “Un po’ perché era proprio la scuola di Siani e un po’ perché quella scuola ha avuto un ruolo importante. Lui da poco ne era uscito e già lì aveva manifestato il suo amore per il giornalismo. Dopo il delitto, quando ci si era un po’ persi in una palude di incertezza, l’ambiente dei ragazzi è stato quello che ha tenuto viva la memoria di Giancarlo. Anche il fratello andava nelle scuole a parlare di lui. In qualche modo, la scuola ha mantenuto accesa un’attenzione che rischiava di perdersi. Forse anche perché Giancarlo era un ragazzo, e i ragazzi lo sentono molto vicino” – spiega Filippo Soldi. E sul coinvolgimento di Servillo: “Io volevo che nel documentario ci fossero le parole di Giancarlo, perché le sue parole racchiudono il senso stesso della sua uccisione. Però non volevo una voce fuori campo: volevo una presenza. Per questo ho pensato a un attore con una forte presenza teatrale, capace di dare corpo alla parola. Lo volevo di Napoli, e la scelta a quel punto è stata abbastanza naturale”.

Il racconto ripercorre la storia di Siani, partendo però proprio dalla sera del suo assassinio, il 23 settembre 1985 nel quartiere Vomero di Napoli, illustrando attentamente tutto ciò che è venuto dopo: un mistero avvolse per molto tempo le indagini per scovare l’autore dell’omicidio, tra piste confuse e depistaggi. Solo nel 1993, grazie a quello che è stato definito il “Pool Siani”, ovvero un gruppo di giornalisti del Mattino che oltre all’oggi caporedattore centrale del quotidiano napoletano Pietro Perone comprendeva anche Pietro Gargano, Giampaolo Longo e Maria Rosaria Carbone, il pubblico ministero Armando D’Alterio e il capo della squadra Mobile di Napoli Bruno Rinaldi, si potè finalmente risalire al movente dell’omicidio in un’indagine che portò, grazie anche alle confessioni di alcuni pentiti, agli arresti di assassini e mandanti.

Filippo Soldi svela le perplessità che ha avuto alla proposta di prendere in mano il film per poi trovare in Quaranta Anni senza Giancarlo Siani una continuità con il lavoro cinematografico fatto in precedenza per raccontare la sua storia. “Io sono entrato in questo progetto grazie alla produttrice Flavia Parnasi, che mi ha chiamato e proposto di partecipare. All’inizio ero titubante, perché pensavo: “C’è già Fortapàsc, che per me è un riferimento bellissimo e potentissimo”. Poi però ho capito che Fortapàsc poteva diventare un elemento di dialogo. Insieme a Pietro Perone, che è la memoria vivente di tutta la vicenda, ci siamo orientati soprattutto sul “dopo”, cioè sull’indagine successiva al delitto, quella del 1993, ma anche sul comportamento dei giornalisti del Mattino sotto la direzione Zavoli. Tutti questi elementi raccontano molto di Giancarlo e compongono un ritratto ulteriore. Il nostro racconto, in un certo senso, inizia dove finisce Fortapàsc”.

Man mano che il documentario va avanti nel suo cammino intarsiato di efficaci ed intensi 90 minuti, viene sempre più alla luce la doppia veste di Quaranta Anni senza Giancarlo. Da un lato c’è la storia di un ragazzo che, con passione e caparbietà, ha raccontato l’insinuarsi della criminalità organizzata nella società e per questo è stato brutalmente assassinato. Dall’altro, c’è un racconto che dialoga con il presente e ci ricorda il momento assai complicato che sta attraversando il giornalismo, afflitto dalla crescente difficoltà di mettere in pratica la libertà di stampa e di espressione, in un clima di paura, ritorsioni e minacce. Una consapevolezza che Giancarlo Siani aveva già molti anni fa e che è anche simbolo (e promemoria) di un giornalismo libero e d’impegno civile.

“All’inizio né io né Pietro Perone avevamo una consapevolezza così chiara di questo aspetto” confessa Filippo Soldi e prosegue: “È arrivata nel montaggio, mentre il film prendeva corpo. Dal punto di vista creativo è andato tutto molto liscio: non abbiamo mai avuto incertezze o dubbi. È stato come se fossimo guidati da lui. Parlando di Giancarlo mi commuovo sempre, perché il documentario si chiama Quarant’anni senza Giancarlo Siani: un titolo che ha un valore fortissimo e quasi ossimorico. Raramente ho sentito una presenza così viva in un’assenza. La vera consapevolezza è stata che il tema del documentario è la passione, l’entusiasmo. Quello di Giancarlo, ma anche quello che hanno avuto Pietro, gli altri giornalisti del pool investigativo del Mattino al suo fianco e gli inquirenti stessi. Nessuno ha lavorato solo per dovere: tutti hanno messo la loro anima in questa storia. Se così non fosse stato, non avremmo mai conosciuto né i killer né i mandanti. In qualche modo, l’entusiasmo e la passione di Giancarlo sono rimasti e hanno continuato a vivere. Quando abbiamo visto il documentario quasi finito, ci siamo resi conto che quello era il vero focus. C’era già, non abbiamo dovuto cambiare nulla: al contrario di quello che spesso accade, qui la linea narrativa è rimasta la stessa dall’inizio alla fine”.

Come ricordavamo, Giancarlo Siani è stato ucciso la sera del 23 settembre, e proprio in questo giorno Rai 3 ha deciso di mandare in onda il documentario. Quali sono i sentimenti che guidano il suo regista? Filippo Soldi, con voce rotta dall’attesa di questo momento ci dice: “La messa in onda su Rai 3 mi emoziona tantissimo. Anche perché va in onda proprio il 23, nelle stesse ore dell’uccisione di Giancarlo. Sembra quasi ci sia lui a guidarci. È un’emozione fortissima”.

23 Settembre 2025

Condividi l'articolo