Le nuove indicazioni nazionali

Non solo l’Occidente conosce la storia…

Soprattutto non si può fingere che abbiano mai scritto qualcosa di simile Marc Bloch e Claude Lévi Strauss. Il governo ci ha provato e è servito il Consiglio di Stato per spiegargli che non si può fare

Cultura - di Paolo Saggese

23 Settembre 2025 alle 19:00

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Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica
Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica

Accolgo con un sincero sollievo la decisione della Sezione Consultiva del Consiglio di Stato per gli Atti Normativi che è stata resa pubblica il 17 settembre, con cui la Sezione ha “sospeso l’espressione del parere, nelle more degli adempimenti di cui in motivazione”, relativo alle Nuove indicazioni nazionali 2025 per la Scuola dell’Infanzia e del I ciclo (parere numero 1017/2025). In più occasioni ho espresso dubbi su un documento ministeriale che ha suscitato allarmi e perplessità dichiarati dalla maggior parte delle sigle sindacali, dal mondo della Scuola, da numerose associazioni culturali e di categoria.

Quando si legge all’inizio del paragrafo “Storia” delle bozze delle “Indicazioni nazionali” per il I ciclo d’istruzione e per la Scuola dell’Infanzia la sentenza Solo l’Occidente conosce la Storia” seguita dal nome di Marc Bloch si resta lievemente stupiti, perché tale affermazione sembra molto lontana dalla cultura e dal pensiero del grande intellettuale. Il testo delle “Indicazioni”, nella sua versione del 7 luglio inviata al Consiglio di Stato per il parere definitivo, recita: “Solo l’Occidente conosce la Storia”. Ha scritto Marc Bloch: «I greci e i latini, nostri primi maestri, erano popoli scrittori di storia. Il cristianesimo è una religione di storici. […] è nella durata, dunque nella storia, che si svolge il gran dramma del Peccato e della Redenzione […]». “Ciò non vuol dire assolutamente che altre società e culture non abbiano avuto una storia e i modi per raccontarla” (p. 54 della versione del 7 luglio 2025).

La citazione è tratta dall’opera incompiuta “Apologia della storia o Mestiere di storico”, più volte riedita anche in traduzione italiana (utilizzo l’edizione Feltrinelli curata da Massimo Mastrogregori, Traduzione di Lorenzo Alunni, Milano, 2024), nella cui “Introduzione”, volendo Bloch rispondere alla domanda “Papà, allora spiegami a che serve la storia” (p. 27) o ancora “A che serve la storia” (p. 27, n. 1), con l’intento di “parlare con lo stesso tono ai dotti e agli scolari”, l’intellettuale introduce una riflessione di carattere generale, consapevole che nel rispondere “è l’intera nostra civiltà occidentale a essere interessata” (p. 29). E prosegue: “Questo perché, a differenza di altri tipi di cultura, la civiltà occidentale ha sempre preteso molto dalla propria memoria. Tutto la spingeva a farlo: l’eredità cristiana come quella antica. I greci e i latini, nostri primi maestri, erano popoli storiografi. Il cristianesimo è una religione di storici. […] è nella durata, dunque nella storia, che si svolge il gran dramma del Peccato e della Redenzione […]” (ibidem).

Come risulta chiaramente dal contesto, Marc Bloch non dichiara affatto che “solo l’Occidente conosce la Storia”, e in tutta l’opera, così pervasa da dubbi, da sincera umiltà, da aperture alla storiografia universale, alla ricerca della “verità” mai totalmente soddisfatta, alla storia dell’uomo primitivo e di altre civiltà, alla ricerca del passato per meglio comprendere anche il presente, non risulta vi siano elementi, che suffraghino la sentenza assoluta proposta dagli estensori delle “Indicazioni nazionali”. Anzi egli dichiara che “la sola vera storia, che si può fare solo con la collaborazione, è la storia universale” (p. 102), quasi a chiarire che una visione eurocentrica presente nelle “Indicazioni” non era nella prospettiva auspicata da Bloch. Citando Henri Pirenne, affermava che “la ricerca storica s’impadronirà pienamente del suo oggetto soltanto ‘se i suoi adepti comprenderanno chiaramente che il fine ultimo dei loro sforzi è l’elaborazione scientifica della storia universale’” (p. 366). Anche la citazione successiva, da Claude Lévi-Strauss, estrapolata dal contesto, avrebbe avuto bisogno di essere contestualizzata.

Ecco il testo delle “Indicazioni”: «Non soltanto noi riconosciamo l’esistenza della storia, ma le dedichiamo un culto, perché […] la conoscenza che vogliamo o crediamo di avere del nostro passato collettivo, o, più precisamente, il modo in cui lo interpretiamo, ci serve a legittimare o a criticare l’evoluzione della società in cui viviamo e a dare una direzione al suo futuro. Noi interiorizziamo la nostra storia, ne facciamo un elemento della nostra coscienza morale». Ma è anche vero che Claude Lévi-Strauss ha scritto pagine di critica esplicita nei riguardi della “civiltà occidentale” ed era lontano dal nutrire un’ammirazione incondizionata per l’Occidente. Egli ha scritto: “Se l’Occidente ha prodotto degli etnografi è perché un cocente rimorso doveva tormentarlo, obbligandolo a confrontare la sua immagine a quella di società diverse, nella speranza di vedervi riflesse le stesse tare o di averne un aiuto per spiegarsi come le proprie si fossero sviluppate” (traduzione di Ernesto De Martino dall’opera “Tristi tropici”, in Marcello Massenzio, “Etnologia e pietas storica”, saggio introduttivo a Ernesto De Martino, “La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud”, a cura di Marcello Massenzio, Introduzione di Marcello Massenzio e Fabio Dei, Einaudi, Torino, 2023, pp. XII-XIII). Secondo l’etnologo francese, l’Occidente occupa il primo posto per “violenza sanguinaria”, che caratterizza la nostra società: “[Gli Aztechi] che un’ossessione maniaca per il sangue e la tortura […] pone al nostro lato, non già soltanto come iniqui, ma per esserlo stati a nostro modo, e cioè in maniera smisurata” (Ibidem).

Osserva opportunamente Massenzio: “Il j’accuse di Lévi-Strauss non è fine a se stesso; la constatazione di avere varcato la soglia della misura nella pratica dello sterminio di massa, nel momento storico in cui diviene consapevolezza critica tale da mettere in discussione ‘il sistema in cui si è nati e cresciuti’, innesca un processo che tende a ribaltare – perlomeno sul piano intellettuale – l’orientamento fino ad allora dominante” (p. XIV). Insomma, l’etnologo si occupa del passato, degli “eccidi” commessi dalla nostra civiltà, per un rimorso che si prova per quanto accaduto, e per tentare un’espiazione che significa “ridonare voce a coloro che la civiltà di appartenenza dell’etnografo ha ridotto al silenzio” (p. XIV). Usare Bloch e Lévi-Strauss per legittimare una visione eurocentrica incentrata sull’Occidente è dunque non condivisibile, anche perché “la sensibilità contemporanea è debitrice nei confronti dell’etnografia di un guadagno inestimabile: avere collocato la cultura nel segno del molteplice e, al tempo stesso, avere aperto la strada all’individuazione del suo fondamento unitario” (Massenzio, p. XV).

Venendo adesso al “parere” del Consiglio di Stato, leggiamo che il giudizio sulle Indicazioni nazionali è netto e chiaro. Molti sono i punti critici e da rivedere:

1. I numerosi riferimenti ad atti dell’UE, cui è ricondotta l’esigenza di sostituire le “Indicazioni vigenti” (p. 3), devono essere chiariti, altrimenti l’analisi risulta “incompleta ed inadeguata”;
2. Si pone in dubbio “l’effettiva disponibilità di mezzi e risorse per il conseguimento degli obiettivi delineati” dalle Indicazioni (p. 4);
3.L’analisi di impatto della regolamentazione appare”, inoltre, “per molti aspetti inadeguata allo scopo” (p. 6);
4. Manca l’analisi “delle parti considerate carenti e inidonee” delle precedenti Indicazioni del 2012 (p. 7);
5.Non sono evidenziati […] i cambiamenti di rilievo e le concrete dinamiche evolutive riscontrate nel sistema formativo nell’arco temporale della vigenza delle Indicazioni approvate nell’anno 2012” (p. 7);
6. La “rigenerazione del paradigma formativo” appare “per un verso alquanto ambiziosa”, “per altro vaga ed indefinita” (p. 8);
7. “L’insistito riferimento alla ‘dispersione digitale’ appare, di per sé, poco chiaro, essendo necessario individuarne la definizione univoca e la portata dimensionale del fenomeno” (p. 8);
8. Relativamente all’analisi preventiva di impatto delle “Indicazioni”, mancano i dati riguardanti la scuola dell’infanzia (p. 9);
9. Le osservazioni del Consiglio Superiore della Pubblica istruzione sono state tenute in conto solo parzialmente (p. 10);
10. Si esprimono dubbi circa il non accoglimento del parere del CSPI riguardo l’insegnamento della Storia e circa la difficoltà di applicazione dell’insegnamento del latino, sia perché quest’ultimo può aumentare “la forbice tra studenti”, sia perché pochi docenti della Scuola secondaria di I Grado sono in possesso dell’abilitazione relativa (pp. 10-11);
11. Riguardo l’insegnamento ancora del latino, l’indeterminatezza del “quando” dell’integrazione del quadro orario settimanale e annuale “sembra confinare ad nutum lo stesso insegnamento nella dimensione della provvisorietà” (p. 11);
12. Vanno riformulate alcune espressioni che non sono coerenti con l’art. 34 della Costituzione: occorre eliminare il nome “cittadini” prima di “tutti” (p. 14);
13. Si segnalano errori di stampa e alcune imprecisioni linguistiche (pp. 14-15), oltre ad alcune incongruenze varie ed errori di tipo procedurale (ad esempio, a p. 11, si segnala l’assenza del riferimento al controllo preventivo di legittimità della Corte dei conti).
Insomma, possiamo dire che, dopo il parere complessivamente negativo del CSPI, le “Nuove Indicazioni” non raggiungano al momento la sufficienza neanche secondo il Consiglio di Stato.

* Storico della Scuola

23 Settembre 2025

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