Le trattative
Su Gaza il governo Meloni non rischia solo la rissa: lo scontro sulle sanzioni a Israele
Proprio la scarsa consistenza delle sanzioni proposte renderà ancora più vistosa una eventuale opposizione dell’Italia. Tanto più se proprio il voto italiano fosse decisivo
Politica - di David Romoli
Due giorni fa a Montecitorio è scoppiata una mezza rissa dopo la terza approvazione della riforma della giustizia. Era prevedibile. Non lo era affatto, invece, il motivo del quasi manesco scontro: non la separazione delle carriere, faccenda che pochi anni fa avrebbe infiammato gli animi più di ogni altra, ma il Medio Oriente.
Al leader di Forza Italia che applaudiva il passaggio della riforma sponsorizzata dal suo partito più di ogni altro, le opposizioni hanno rinfacciato a muso duro non il presunto attentato all’autonomia della magistratura ma la complicità del governo italiano con Israele. Il segno dei tempi è eloquente. I deputati dell’opposizione hanno caricato a testa bassa su Gaza invece che sul pur importantissimo provvedimento appena votato perché sanno perfettamente che Gaza è oggi il fianco esposto del governo e di Giorgia Meloni. Nel comizio di chiusura della campagna elettorale marchigiana, ad Ancona, la premier è stata applaudita. Ma la piazza colma, quando Giorgia ha parlato di Gaza, ha applaudito solo le critiche a Israele, che proprio per questo l’oratrice ha provveduto a irrigidire almeno nei toni se non nella sostanza.
Su Gaza gli elettori di destra forse non la pensano esattamente come la controparte, anche se spesso è invece proprio così. Ma certo gradirebbero una posizione molto più ferma del loro governo contro i massacri e contro Israele. Per fare male, la propaganda di una opposizione deve prendere in castagna su temi emotivamente roventi e fortemente sentiti dall’elettorato. Gaza è quel tema e, se l’opposizione saprà giocarselo, lo diventerà sempre di più nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Le occasioni non mancheranno. Non si può dire che la missione della Global Sudum Flotilla sia stata sin qui brillante. Imperizie tecniche, litigiosità interna, qualche esibizionismo di troppo, ritardi uno via l’altro. Ma a un certo punto, e ormai tra non molto, le navi arriveranno al largo di Gaza, gli israeliani le dirotteranno, il rischio di incidenti è reale, comunque si tratterà di una ennesima forzatura che rinfocolerà la tensione in Italia e tanto più se dovessero andarci di mezzo i quattro parlamentari che si sono imbarcati.
Per il governo, che è inviperito con la flottiglia proprio per questo, l’imbarazzo sarebbe enorme. Del resto la stessa decisione di proibire l’ingresso in Israele e dunque anche in Cisgiordania a cinque parlamentari di Avs, inclusi i leader Fratoianni e Bonelli, è per il governo che non li difende motivo di ovvio disagio. Quando l’Onu, più o meno negli stessi giorni, discuterà dello Stato palestinese l’Italia si schiererà senza dubbio e a voce molto alta a favore. Però senza riconoscere quello Stato. In concreto le spiegazioni del governo sono fondate: il riconoscimento di uno Stato inesistente e dai confini incerti non avrebbe alcun peso materiale. Ne ha però molto in termini simbolici e negare il pur solo formale riconoscimento metterà ancor di più nel mirino il governo. La disapprovazione sarà diffusa anche tra molti italiani di destra.
Il vero scontro si potrebbe però scatenare quando gli Stati della Ue dovranno prendere posizione sulle sanzioni commerciali proposte dalla Commissione. Sono sanzioni in realtà molto delicate. Riguardano solo i dazi su alcune merci tra le quali, con clamorosa assurdità, non sono comprese le armi. Proprio la scarsa consistenza delle sanzioni proposte renderà però ancora più vistosa una eventuale ma probabile opposizione dell’Italia. Tanto più se proprio il voto dell’Italia fosse decisivo. Per bloccare la proposta occorre il voto contrario di almeno 4 stati e di almeno il 35% della popolazione europea. Al momento è considerato molto probabile il voto contrario di Germania, Austria e Ungheria, alle quali potrebbero aggiungersi la Repubblica Ceca, la Bulgaria e la Finlandia.
Ma una scelta definitiva non è ancora stata fatta e non si può pertanto escludere che proprio il voto italiano si riveli determinante. In ogni caso una eventuale posizione contraria alle sanzioni dell’Italia sarebbe amplificata al massimo e messa letteralmente alla gogna dall’opposizione, in Parlamento, in tv, sui social e anche nelle piazze. Proprio per questo l’Italia è tra i Paesi che stanno trattando per verificare la possibilità di modificare la proposta, alleggerendola ulteriormente, in modo da poterla poi votare. Che la posizione su Gaza sia il punto debole del governo e che l’opposizione se ne renda perfettamente conto e si adoperi per sfruttare al meglio quella debolezza è certo. Incerto, molto incerto, è invece quanto, al di fuori di frange particolarmente motivate, Gaza possa pesare sulle scelte elettorali degli italiani.