La nuova frontiera della politica migratoria

Muri, prigioni e deportazioni: la ricetta feroce dell’Europa contro i migranti

Il nuovo Regolamento sui rimpatri proposto dalla Commissione punta a uniformare e accelerare le espulsioni, riducendo gli spazi di tutela e lasciando sempre meno margini di protezione ai singoli Stati.

Politica - di Giovanna Cavallo

19 Settembre 2025 alle 18:30

Condividi l'articolo

Muri, prigioni e deportazioni: la ricetta feroce dell’Europa contro i migranti

Nella primavera scorsa la Commissione europea ha presentato un pacchetto di nuove norme che ridisegnano profondamente il diritto d’asilo e le politiche migratorie dell’Unione. È il tassello mancante del Patto europeo su migrazione e asilo, già avviato con alcune delle misure più controverse, come il Regolamento sulle procedure d’asilo (APR) e lo screening alle frontiere. Con la proposta di un Regolamento rimpatri, destinato a sostituire la direttiva del 2008, Bruxelles punta ora a uniformare e accelerare le espulsioni, riducendo gli spazi di tutela e lasciando sempre meno margini di protezione ai singoli Stati. Parallelamente, altre modifiche consolidano l’uso delle nozioni di “paese di origine sicuro” e “paese terzo sicuro”, strumenti che permettono di dichiarare inammissibili molte domande d’asilo, abbattendo ulteriormente le garanzie.

La narrazione ufficiale continua a ripetere che il sistema è sbilanciato: troppi arrivi irregolari e pochi rimpatri effettivi. Ma ciò che resta nell’ombra è l’altro lato della medaglia: gli ingressi autorizzati sono sempre più scarsi, frammentati e subordinati a logiche propagandistiche. Le quote per lavoro rispondono solo alle esigenze di settori produttivi specifici, gli ingressi per studio sono spesso ostacolati e i corridoi umanitari sono numericamente marginali e spesso episodici. Per la maggioranza delle persone non esiste un canale sicuro e regolare per accedere all’Europa. Così l’Unione, che restringe gli accessi legali, costruisce parallelamente un sistema sempre più punitivo per chi arriva senza autorizzazione. Ed è proprio qui che il nuovo Regolamento mostra il suo volto più duro. Il rimpatrio forzato diventa la regola generale, mentre quello volontario si riduce a una concessione formale, priva di reali spazi di scelta. A ciò si aggiunge la possibilità di deportare persone in paesi terzi con cui non hanno alcun legame personale: una prospettiva che apre la strada a trasferimenti arbitrari, verso luoghi scelti più per convenienze geopolitiche che per la sicurezza delle persone.

Il capitolo della detenzione segna un ulteriore arretramento: la durata massima viene estesa fino a 24 mesi, un tempo lunghissimo che può riguardare anche minori e soggetti vulnerabili e che fonda una straordinaria normalizzazione della privazione della libertà. Ma la deriva non si ferma qui. Chi non riesce a “collaborare” al proprio rimpatrio, anche in situazioni indipendenti dalla sua volontà, rischia sanzioni e restrizioni sproporzionate. E nel frattempo vengono indeboliti i diritti di ricorso: la sospensione automatica delle espulsioni durante un appello, che finora garantiva almeno la possibilità di un riesame effettivo, verrebbe rimossa. Ciò significa che le persone potrebbero essere allontanate prima ancora che un giudice valuti la legittimità della loro espulsione. Come se non bastasse, il regolamento prevede anche un ampliamento della raccolta e condivisione di dati personali, fino a contemplare l’uso di tecnologie invasive come il tracciamento GPS.

Ancora più controversa è l’introduzione dei return hubs, centri collocati in paesi terzi dove i migranti verrebbero trasferiti in attesa del rimpatrio definitivo. Nella logica della Commissione, dovrebbero essere spazi di transito temporaneo; nella realtà, rischiano di diventare zone di non-diritto, gestite da Stati extra-UE senza vincoli giuridici effettivi e in cambio di incentivi economici. Diversamente dall’accordo tra Italia e Albania in questi hubs non varrebbe neanche alcuna tutela europea. Inoltre, gli accordi che li istituirebbero potrebbero essere anche solo informali, dunque privi di obblighi vincolanti: una porta spalancata a pratiche opache e arbitrarie. Quello che emerge è una vera e propria esternalizzazione della vita delle persone che spostate fuori dall’Unione, verrebbero “parcheggiate” in paesi con cui non hanno alcun legame, trasformate in corpi da amministrare altrove. Non più soggetti di diritto, ma oggetti di scambio politico.

Il risultato è un modello che genera vulnerabilità invece di ridurle. Ridurre le vie legali di ingresso e svuotare di senso la scelta volontaria spinge inevitabilmente verso il limbo. Chi teme la detenzione o il trasferimento in un return hub cercherà di sottrarsi alle procedure, vivendo in condizioni di marginalità e invisibilità. Le conseguenze sociali sono evidenti: più sfruttamento, più esclusione, più insicurezza. Il cuore di queste riforme è una scelta politica chiara: trattare le persone migranti come numeri da espellere, con la collaborazione degli Stati terzi come appaltatori di vite umane, in una logica di outsourcing che svuota di senso l’idea stessa di Unione europea come spazio fondato su diritti e libertà. Invece di costruire politiche di ingresso legali e sicure, l’Europa scommette sull’allontanamento e sull’esternalizzazione rinunciando così alla propria responsabilità storica e giuridica e istituzionalizza nuove forme di esclusione. Il rischio è che il continente, in nome della presunta efficienza amministrativa e della gestione securitaria, perda definitivamente il suo volto di spazio di libertà e diritti, trasformandosi in un’Europa fortezza che respinge.

L’Unione Europea deve smettere di alimentare sentimenti razzisti e interessi economici legati ai sistemi di detenzione e di sorveglianza. È tempo di tornare a investire in comunità forti, dignità e diritti per tutti, indipendentemente dallo status. In un momento in cui le politiche di esclusione avanzano, le forze politiche e civiche devono inaugurare un rinnovato impegno verso la solidarietà e i diritti umani. La sicurezza non può fondarsi sulla paura e sulla discriminazione, ma solo sull’inclusione, il rispetto e pari opportunità.

*Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose

19 Settembre 2025

Condividi l'articolo