Cinema e guerra
Film filopalestinese vince ai premi più importanti d’Israele: “The Sea” sarà agli Oscar, governo Netanyahu furioso
Agli Ophir, i premi per la miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista e non protagonista. Il ministro Zohar: "Sputa in faccia ai nostri soldati eroici"
Cinema - di Redazione Web
Su tutte le furie il governo israeliano per un film: si chiama The sea e ha vinto il premio Ophir, il riconoscimento più popolare e autorevole nell’ambiente del cinema israeliano. Nei giorni in cui si consumano le prime fasi dell’assalto finale a Gaza City, mentre continua la carneficina nella Striscia scatenata dai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023, il film diretto dal regista Shai Carmeli-Pollak si è aggiudicato il premio e ha ottenuto così automaticamente la candidatura agli Oscar. Ha però anche fatto infuriare il governo di Benjamin Netanyahu perché è molto critico verso l’esercito israeliano. E Tel Aviv ha minacciato la fine dei finanziamenti alla cerimonia.
Il film racconta la storia di Khaled, un ragazzino palestinese che vive in Cisgiordania e che decide di attraversare Israele per vedere il mare, che non ha mai visto in vita sua, a Tel Aviv. Non ha i permessi necessari per gli spostamenti e sparisce dopo essere entrato in Israele. E a quel punto il padre si mette alla sua ricerca. È stato interpretato in lingua araba. Il film è stato prodotto anche con il sostegno di alcuni fondi pubblici, come per esempio il Fondo israeliano per il cinema.
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Premiati sia il regista per la miglior sceneggiatura che gli attori, Muhammad Gazawi e Khalifa Natour, entrambi arabi israeliani, celebrati con i premi al miglior attore protagonista e al miglior attore non protagonista. Alla cerimonia, sia il regista che gli attori hanno denunciato l’invasione della Striscia di Gaza e le operazioni dell’esercito israeliano in risposta ai massacri di Hamas del 7 ottobre 2023. Parole applaudite dal pubblico come quelle di altri protagonisti, molti vestiti di nero, che hanno partecipato alla cerimonia e che si sono espressi criticamente sulla guerra. Non solo The Sea tuttavia: già nelle nomination erano comparsi Yes, di Nadav Lapid, una satira sulla complicità morale della società israeliana nella crisi umanitaria di Gaza, e Oxygen, di Natali Braun, su una madre che cerca di sottrarre il figlio al servizio militare.
“Che tutti i bambini possano vivere e sognare senza guerre”, le parole di Gazawi. “Non trovo parole per descrivere l’orrore. Tutto il resto diventa secondario, anche il cinema e il teatro”, quelle del co-protagonista Natour. Oltre 1.300 cineasti internazionali, tra cui Olivia Colman, Mark Ruffalo e Tilda Swinton, avevano intanto firmato un appello per boicottare le istituzioni cinematografiche israeliane, accusate di essere “implicate nel genocidio e nell’apartheid contro il popolo palestinese”. Uri Barbash, regista di film come Oltre il muro e La scelta di Nitza, è stato insignito del premio alla carriera: nel suo discorso ha attaccato sia il governo Netanyahu che il boicottaggio hollywoodiano. “Creeremo, protesteremo e sciopereremo insieme, ebrei e arabi, religiosi e laici. Tutti insieme per sradicare il male dalla nostra terra. La dignità umana non ha confini etnici o geografici”.
I premi Ophir sono assegnati dall’Accademia Israeliana del Cinema e della Televisione. Il ministro della Cultura israeliano, estremamente nazionalista, Miki Zohar ha definito in alcuni post la cerimonia “disgustosa”, “non c’è schiaffo più grande per i cittadini israeliani”, e ha parlato di The Sea come di un film offensivo che “sputa in faccia ai nostri soldati eroici”. Ha annunciato che dall’anno prossimo il governo smetterà di finanziare con denaro pubblico i Premi. Comunque troppo tardi: The Sea è stato automaticamente candidato ai Premi Oscar nella categoria di miglior film internazionale.
L’anno scorso agli Academy Awards era stato premiato No Other Land, il film documentario diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese che raccontava la distruzione da parte dell’esercito dello Stato Ebraico del villaggio di Masafer Yatta, nel governatorato di Hebron, per costruire asset militari. Alla mostra di Venezia, il cinema aveva continuato a riconoscere il racconto dei palestinesi, con il premio della giuria a La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya che racconta la morte di una bambina palestinese di cinque anni, nel gennaio del 2024, nel corso dell’invasione israeliana della Striscia di Gaza.