L'intervista
“I canali umanitari di Meloni per Gaza non esistono, Emergency con la Flotilla per svegliare il mondo”, parla Rossella Miccio
Esteri - di Umberto De Giovannangeli
Rossella Miccio Presidente nazionale di Emergency, anche la Life Support, la vostra nave salvavita impegnata nel Mediterraneo, si unirà alla Global Sumud Flotilla. Cosa c’è alla base di questa scelta?
Trattandosi di una iniziativa delle persone della società civile a sostegno delle persone di Gaza, ci è sembrato giusto, inevitabile, unirci e dare il nostro contributo. Noi di Emergency a Gaza ci siamo, ci lavoriamo, vediamo tutti i giorni i disastri inimmaginabili che questa guerra sta causando Provare a dare un segnale forte alla comunità internazionale, visto che la politica ha fallito, per noi, e per tante e tanti come noi, è naturale, cercare di fare qualcosa per restare umani. L’unica possibilità che abbiamo è tornare alle persone, ai singoli che si mettono in gioco per cambiare le cose.
Il Governo israeliano sta preparando un minaccioso “comitato di accoglienza” per la Global Sumud Flotilla. Il ministro-colono della Sicurezza israeliano, Itamar Ben-Gvir ha dichiarato che i partecipanti saranno trattati alla stregua di terroristi.
Io sono sconvolta non tanto dalle parole dei ministri israeliani, che ci hanno abituato ormai a qualsiasi nefandezza verbale e di comportamento. Mi spiace che non ci sia stata una reazione a queste parole gravissime, da parte dei governi e delle istituzioni europei. Dei nostri governi che dovrebbero essere basati sullo stato di diritto, sul rispetto e la pratica dei diritti umani e quindi non dovrebbero riconoscersi né subire passivamente parole come quelle pronunciate da Ben-Gvir.
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Ad oggi, purtroppo, a parte qualche raro caso, vedi la Spagna, ci sono state reazioni timide, se ce ne sono state. Questo per me è il vero problema, che non c’è una reazione forte da parte delle nostre istituzioni politiche, democratiche, a queste affermazioni che non hanno alcun senso. Non si può considerare una manifestazione di cittadini pacifica, senza armi, che ha come unico obiettivo quello di provare a trovare una strada per fare entrare degli aiuti a Gaza, come una iniziativa terroristica. Siamo alla manipolazione più totale dell’uso delle parole.
A proposito di parole. Solo dopo la sollecitazione delle opposizioni di sinistra, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato che l’Italia si farà carico della sicurezza dei propri cittadini imbarcati nella flotilla, aggiungendo che ci sarebbero altri modi per veicolare aiuti umanitari nella Striscia. Quali sarebbero questi modi diversi?
Non ne ho la più pallida idea. Noi questi modi diversi non li abbiamo visti, se non gocce in un oceano del bisogno, che entrano in maniera totalmente sporadica, quando Israele lo concede. La sofferenza della popolazione civile di Gaza non nasce il 7 ottobre 2023. È una sofferenza che segna intere generazioni, e questa verità storica troppo speso viene dimenticata o ignorata. Prima del 7 ottobre, quando già Gaza dipendeva totalmente dagli aiuti internazionali, nella Striscia entravano 500 camion al giorno. Cinquecento camion sono entrati a Gaza negli ultimi cinque-sei mesi. Quando si dice altri modi di far giungere gli aiuti, di cosa si sta parlando? Di modi ce ne sarebbero tanti: in primis i valichi via terra, che sono completamente chiusi. Il problema è che quello che entra, entra con il contagocce. Nel frattempo, ci sono tonnellate e tonnellate di aiuti, anche alimentari, che stanno deperendo al confine con l’Egitto, ad esempio.
Questi sono i temi veri su cui chi ha responsabilità politiche di governo dovrebbe rispondere. Noi non crediamo che quella del mare sia la via principale per fare arrivare gli aiuti a Gaza. Questa azione è semplicemente un grido della società civile per provare a risvegliare il mondo su questo disastro che non ha più parole per essere descritto. Le strade ci sono, sono quelle via terra, e c’è già tutto il materiale che aspetta di poter entrare. C’è bisogno dell’autorizzazione d’Israele. Su questo i governi europei, tra cui il nostro, dovrebbero agire, ma non mi pare che stia avvenendo.
In nostre precedenti conversazioni, riferendosi al ruolo di salva vite che le navi delle Ong, tra cui quella di Emergency, svolgono nel Mediterraneo, lei ha più volte ribadito che le Ong stanno di fatto svolgendo un lavoro di supplenza a ciò che dovrebbe essere fatto dai governi. Questo vale per il Mediterraneo come per Gaza…
Assolutamente, totalmente. Con l’aggiunta che non solo questo compito umanitario governi e istituzioni europei non lo svolgono, ma spesso, troppo spesso, fanno di tutto per impedirci di svolgere questo lavoro di supplenza: fermi amministrativi, sanzioni, indicazioni di porti a distanza di giorni di navigazione dai luoghi di salvataggi e potrei continuare a lungo…
In Europa ci sono i “volenterosi per l’Ucraina”. Perché non su Gaza?
Questo ce lo chiediamo tutti i giorni. Perché non su Gaza, perché non sul Sudan, perché non sulle tante altre crisi e guerre che ci sono nel mondo.
Una delle cose più tristi di questi ultimi anni che stiamo vedendo, è che esistono davvero le guerre di serie A e quelle di serie B o Z. I profughi di serie A e quelli di serie B. Questa cosa è molto preoccupante, perché vuol dire che non ci rendiamo conto di essere un’unica umanità. Prima ce ne rendiamo conto, prima, forse, avremo una opzione di futuro. Tutti. Ma sembra che la politica questa cosa non la riesca o non voglia capire.
Per noi come Ong che si occupa anche di social rescue, non è stata una decisione facile quella di spostare la Live Support dal bacino del Mediterraneo centrale, dove continuano a morire persone, al supporto della flotilla per Gaza, dove avremo un ruolo di osservatori, un ruolo di supporto logistico, tecnico-sanitario, nel caso ci fosse bisogno di un intervento immediato. Abbiamo fatto questa scelta di spostamento, perché consapevoli che in questo momento c’è bisogno di provare a fare qualcosa di diverso. Siamo davvero a un “turning point”, ad un punto di svolta. Se non cambiamo strada ora sarà difficile, forse impossibile farlo in futuro.
All’inerzia complice della diplomazia degli Stati, si contrappone una “diplomazia dei popoli” che sta crescendo in termini di mobilitazione e di consapevolezza. Non è questo un segno di speranza?
Questa è la vera speranza. Lo è sempre stata. Sono le persone che hanno cambiato, anche in maniera inaspettata, la storia. C’era un grande storico americano, molto amico di Emergency, Howard Zinn, scomparso nel 2010, che ha scritto un libro bellissimo, A People’s History of the United States, una storia del popolo americano, in cui diceva che l’unica speranza era l’imprevedibilità della storia. Perché la storia è fatta dalle persone. Se le persone riescono a mettersi insieme e a prendere consapevolezza del loro potere e del loro impatto, le cose possono cambiare anche in maniera inaspettata.
Questo è quello in cui noi crediamo. Le manifestazioni di supporto all’iniziativa della Global Sumud Flotilla, che stiamo vedendo, non solo in Italia ma anche in tanti altri Paesi, ci fanno ben sperare. Mi auguro che anche i Governi, che alla fine sono quelli che hanno la leva del potere nelle loro mani, prendano atto di questa volontà dei popoli di unirsi e non di combattersi, di sostenersi e non di discriminare, e che ne facciano la base della loro azione politica. Perché quando la politica si allontana dalle persone, perde qualunque senso.
Recentemente, il cardinale Matteo Zuppi ha letto pubblicamente i nomi dei 18mila bambini palestinesi uccisi a Gaza. Molti di questi bambini sono morti per fame e per mancanza di cure mediche.
E continuano a morire ancora oggi. Il cardinale Zuppi, così come il cardinale Pizzaballa in Palestina, stanno dando dimostrazione di un coraggio che spero sia di esempio per tutti. A Gaza, i nostri operatori vivono costantemente nella frustrazione di non poter fare tutto quello che si potrebbe fare avendo gli strumenti, avendo le apparecchiature, avendo i farmaci per curare i bambini, le donne, gli uomini che stanno morendo a Gaza. È urgente che si ponga un freno a questa violenza d’Israele e che soprattutto si torni al rispetto del diritto interazione umanitario, ad un cessate il fuoco immediato e ad una pace vera. Non si può continuare a stare a guardare inermi a questo sterminio sistematico che avviene tutti i giorni a Gaza.
A proposito di bambini e di forti reazioni. Alla Mostra del Cinema di Venezia, ha avuto uno straordinario successo il bellissimo, struggente film The voice of Hind Rajab. Quella interminabile standing ovation che cosa racconta?
Racconta di una umanità che ancora c’è, nonostante si cerchi in tutti i modi di sminuirla e spesso di infangarla con accuse vergognose. Ancora c’è e spero che riesca ad avere un impatto reale nella vita delle persone a Gaza.
Credo che la potenza di questo film sia nel racconto della realtà. Noi abbiamo perso il senso della realtà. Forse storditi da tutti questi social media, dai videogame, dai film d’azione, non ci rendiamo conto che quando si parla di guerra, si parla di bambini che, come Hind, perdono la vita anche per questioni e situazioni che potrebbero essere prevenute e invece non lo sono. Far vedere che cosa è la guerra, nella sua realtà, credo che sia importantissimo. Senza puntare il dito contro nessuno semplicemente mostrando quella che è la realtà.Il fatto che ci sia stata la standing ovation più lunga nella storia della Mostra del Cinema di Venezia dimostra esiste ancora questa umanità, che si riconosce nella sofferenza altrui e non accetta questa sofferenza. Una ennesima manifestazione di speranza, per tutti.
Questo avrebbe reso orgoglioso Gino Strada.
Penso proprio di sì. Non saprei cosa Gino avrebbe pensato di questi ultimi anni. Per lui era già troppo quello che stava vivendo quindici-venti anni fa in un mondo ben diverso da quello di oggi.
Gino credeva fortemente nel potere delle persone, quando si mettono insieme, di fare la differenza. Emergency nasce così. Nasce per la scelta di amici di mettersi insieme e di provare ad aiutare chi era sotto le bombe.
Sono sicura che Gino sarebbe orgoglioso di tutte le persone, in primis quelle di Emergency, che si stanno impegnando, mettendoci anche il loro corpo, contro questa follia, questa mattanza che ormai sembra diventata inevitabile. La mia preoccupazione più grande è che non ci si abitui, che non si crei assuefazione a questa inevitabilità delle guerre, della militarizzazione di tutto e di tutti, e che invece ci sia una reazione da parte delle persone, perché solo così potremmo avere un futuro.