La Mostra del Cinema
‘Il Mostro’ ed ‘Elisa’, al Festival di Venezia sbarca il crime con la nuova serie di Sollima e il film di Di Costanzo
Cinema - di Chiara Nicoletti
Il Nono giorno della 82esima Mostra d’arte Cinematografica di Venezia, all’indomani degli sconvolgimenti politici ed emotivi generati dall’acclamatissimo The Voice of Hind Rajab, si dedica alla cronaca nera, tutta italiana. In concorso arriva il quarto dei cinque film italiani in concorso, Elisa, del napoletano Leonardo Di Costanzo che dirige la sempre ottima Barbara Ronchi in un film, in uscita oggi anche al cinema, che trae ispirazione dalla storia vera di una donna che ha ucciso la sorella maggiore e ne ha bruciato il cadavere, senza un motivo e movente apparente.
Per realizzare Elisa, Di Costanzo ha attinto ai numerosi casi studiati dai criminologi Adolfo Ceretti e Lorenzo Natali, che da anni conducono ricerche sull’agire violento e sugli autori di crimini efferati, commessi da persone spesso apparentemente insospettabili. Dopo un appello fatto in italiano e inglese con Valeria Golino (tra le attrici del film) ai governi affinché intervengano con tutte le forze per fermare il genocidio a Gaza, Di Costanzo procede a spiegare l’origine del suo film: “È da tempo che mi occupo di colpa, ho filmato la colpa, l’ho raccontata in vari film ma generalmente mi focalizzavo su chi doveva convivere con il personaggio portatore di colpa. Durante Ariaferma in effetti mi era venuta l’idea poi di filmare direttamente la colpa in faccia, entrare nella cella”.
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Prova ardua per Barbara Ronchi, interpretare una donna che non è riuscita a tenere a bada la parte più oscura di se stessa: “La cosa che mi ha colpito è che, pur avendo le parole del copione, in fondo non sapevamo esattamente dove questa storia ci avrebbe portato. All’inizio sembra che Elisa intraprenda il percorso di dialogo con il criminologo con un bisogno di parlare di sé perché sopraffatta dal senso di colpa. Capisce però che questo è un sentimento passivo che ancora ti mette in una posizione di protagonismo rispetto a quello che è successo e che invece è un punto di vista attivo per scendere ancora più in profondità e conoscersi, assumersi questa responsabilità per ritornare nella società”. Chiarisce poi Di Costanzo il carattere del film: “Penso che questo sia un racconto profondamente politico: indica la possibilità di una trasformazione senza inchiodare una persona per sempre alla sua colpa. È un invito a non pensare alla vendetta, che mi sembra il sentimento dominante di questo periodo storico, che ci mette davanti agli orrori che stiamo vivendo”.
E in un tassello doloroso e sospeso di storia d’Italia nera, nerissima, ci si immerge con i quattro episodi della serie TV Il Mostro, presentato in anteprima Fuori Concorso a Venezia 82 prima di arrivare solo su Netflix dal 22 ottobre, in concomitanza con il 10° anniversario dell’arrivo del servizio in Italia. Diretta da Stefano Sollima e da lui creata con Leonardo Fasoli, la serie ritorna alle origini del caso del Mostro di Firenze, a partire dalla prima indagine, ricostruendo una delle inchieste più lunghe e controverse della storia italiana, ripercorrendo anche quella che è conosciuta come la “pista sarda”.
Perché andare così indietro nel tempo e partire dalle origini? “Tutto è cominciato leggendo libri scritti da investigatori nelle diverse fasi dell’indagine, inchieste giornalistiche, atti giudiziari e atti processuali – rivela Sollima. Era come se tutto il materiale che leggevi ti rimandasse però alla lettura successiva. Avevano tutti un vizio di peccato originale, una tesi, una realtà piegata dall’esigenza di voler dimostrare una teoria. Ci siamo chiesti come raccontare una storia complessissima non abbracciando una tesi ma provando ad abbracciarle tutte. Raccontando la storia non della caccia al Mostro di Firenze ma di tutti i presunti mostri che sono stati identificati, processati, in alcuni casi incarcerati, senza essere il Mostro. In questo processo di riordino, ci sembrava giusto ricominciare la storia dall’inizio”.
Non per risolvere ma per ricordare, dichiara Sollima che si è fatto affiancare da un consulente “mostrologo”, Francesco Cappelletti, per poter mettere in scena le vicende nel modo più corretto e rispettoso possibile. Il regista insieme a Leonardo Fasoli descrive la complessità dell’operazione soprattutto nel cercare l’approccio alla narrazione che evitasse di cadere nella trappola della morbosità: “Da un certo punto di vista ero chiamato a dover rappresentare l’orrore e lì, da una parte, hai il desiderio di rappresentarlo così come l’hai visto e noi abbiamo avuto accesso anche a tutto il materiale fotografico, disturbante”, ammette Sollima. Prosegue poi: “C’è stato un dibattito interno intenso perché sentivamo che potevamo rischiare in un eccesso di esposizione anche se non potevamo manco sottrarci a raccontarlo. L’istinto, infine, è stato di far vedere solo quello che è strettamente necessario a raccontare l’orrore senza dedicare neanche un fotogramma in più che non serviva allo scopo”.
Guardando i quattro episodi risulta chiarissimo un aspetto che viene confermato anche da Sollima e Fasoli: si parla di violenza di genere. Il Mostro agiva per colpire le donne e il regista porta all’attenzione il carattere contemporaneo di certi atteggiamenti patriarcali che sussistono tutt’oggi: “L’impressione che ricavavi dagli atti – racconta – era che l’obiettivo era la donna. Anche nella disposizione con cui venivano ritrovati i corpi, vedevi che l’uomo veniva rivolto con le spalle nel punto in cui il Mostro pensava di portare le donne. Da quello che leggo sui giornali ultimamente, il brodo culturale è rimasto quello. Di tutti i vari personaggi che sono stati incriminati, ci ha molto colpito che erano tutte persone che avevano compiuto violenza nei confronti delle donne”.
Si può parlare di concorso di colpa del nostro paese nella mancata risoluzione del caso? Interviene Sollima: “Da una parte c’era un limite tecnologico, dall’altra un limite e pregiudizio culturale che nelle primissime indagini ha portato fuori strada gli investigatori. Immagino che non sia stato facile, la frustrazione da parte degli investigatori era tantissima. Si unisce Leonardo Fasoli: “Avevano paura di prendere un presunto colpevole perché ogni volta che prendevano qualcuno, il mostro ricolpiva. La responsabilità psicologica era enorme. La pista sarda venne portata all’estremo, ma una volta esaurita, l’impressione è che la procura si spaccò un po”.